Il prete che parlava ai cinesi. Così Don Momigli indicò la via fiorentina all’integrazione

Firenze il 13/01/2017 - Redazione
Un'invasione di oltre tremila cinesi avvenuta in poco tempo a San Donnino, un paesino di 4.500 abitanti alla periferia di Firenze che si ribellò. Le tensioni di 25 anni fa, con speculatori sulla allora inedita ondata migratoria che pose le basi per una delle più popolose “Chinatown” d'Italia, una politica che fu spesso assente, centinaia di operai italiani che perdevano il lavoro ed episodi di raccomandazione per i permessi di soggiorno trovarono un punto di svolta con la comparsa su quella scena difficile di un sacerdote: don Giovanni Momigli, che era stato uno dei sindacalisti Cisl più noti della Toscana e che aveva lasciato tutto per indossare la tonaca. È la vicenda al centro di “La rivoluzione di Don Momigli. La via fiorentina all'integrazione” (Sarnus) del giornalista fiorentino Luigi Ceccherini.

La storia - Dalla sua parte Momigli ebbe con discrezione l'aiuto dell'allora cardinale Piovanelli. E così il prete ex sindacalista cominciò a muoversi tra tensioni, proteste e perfino lo "sciopero del voto" alle elezioni, capannoni pieni di bambini e sferraglianti anche in piena notte. Il giovane sacerdote si conquistò la fiducia dei cinesi fornendo loro informazioni, aiuti, e obbligandoli a seguire i corsi di italiano con uno stratagemma: creò un oratorio aperto a tutti i bambini, di qualsiasi razza fossero. Le suore entravano nei capannoni come una volta fra le corsie degli ospedali. Lui dovette subire infamie e denunce anonime: su di lui indagarono Polizia e Guardia di Finanza. Ma continuò la sua battaglia: mobilitò i politici e riuscì a convincere i governi di Roma e Pechino a far nascere a Firenze un consolato cinese.
 
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