Volterra piange la scomparsa di Renato Bacci. Un costante esempio, sia nella serietà che nelle battute sempre pronte

Volterra il 14/08/2019 - di Maura Martellucci
"Quel che ho sempre voluto e sperato dai miei ragazzi è che riuscissero ad essere se stessi al meglio delle loro potenzialità. C'è una bella canzone di Renato (toh pure lui!) Zero, si intitola Il Maestro, che amo moltissimo e che si chiude con parole splendide «non possiamo né dobbiamo indietreggiare mai / ascolta il tuo maestro il mondo è questo / prima l'arte, la passione e dopo il resto... / premiami se puoi / un bel saggio e poi / un applauso a tutti noi che impariamo...». Prima l'arte, la passione e dopo il resto. Io lo potrei assumere come testamento spirituale". Così mi scrisse un giorno Renato Bacci, non molti anni fa, dopo che gli avevo mandato la mia tesi di laurea (per dimostrargli che mi ero laureata davvero, temendo che ricordasse solo la testa matta che ero al Liceo) e altre cose che avevo scritto. Ed in quelle parole c’è lui. Il nostro professore, colui che dava 3 alle versioni (a me regolarmente), ma che poi ti trattava allo stesso modo di coloro che magari prendevano 9. Perché era un uomo che sapeva guardare oltre e cercava di tirare fuori da ognuno le proprie potenzialità, anche quelle che, il più delle volte, sui banchi del Liceo, nemmeno noi stessi vedevamo ancora.

Quando era in cattedra riusciva, con le sue lezioni, ad incantarci tutti; e quegli eroi, quei miti era come se li avessimo lì, che combattevano o assediavano una città, o facevano una capatina dall’Olimpo davanti a noi. La capacità di affascinare con le parole. Di parlare ore ed ore senza annoiare. Qualsiasi fosse l’argomento.  Diceva sempre: ubi maior, minor cessat perché, e cito ancora le sue parole, “quanto più i miei studenti vanno avanti, tanto più sono contento, per loro e per me che, ti confesserò, ho fatto il prof. per un caso della vita e spesso... a tempo avanzato. Detto senza nessun rimpianto. Anzi!”. Tuttavia Renato Bacci ha fatto la vita che voleva, ha coltivato le sue passioni, da quelle più logiche - la sua Volterra (in tutte le sue sfaccettature: politiche, sociali, di studioso) -, alle più insospettabili: una maestria in cucina che quelli di Masterchef se li sarebbe mangiati a colazione. Non farò l’elenco dei ruoli ricoperti, delle lotte fatte (a partire da quella combattuta fino all’ultimo, anche quando stava male, per salvare l’ospedale di Volterra), dei libri scritti. Ricordo “solo” la sua grande passione per Carlo Cassola, del quale aveva anche recuperato l’archivio, perché mandandomi un testo di una sua conferenza fatta durante la bella esperienza del “Treno letterario” curata proprio da Toscanalibri.it con il Comune di Volterra, concludeva: “Carlo Cassola è sepolto nel piccolo cimitero di Montecarlo di Lucca, là dove aveva stabilito la sua ultima dimora, tra gli ulivi, su una collina che domina la città di Ilaria del Carretto. La tomba, opera dell'artista volterrano Mino Trafeli, suo dialettico quanto caro amico, si compone di semplici ciottoli che provengono dalle terre care alla fantasia dello scrittore. Vi è ricavato un incavo dove possa depositarsi l'acqua piovana perché gli uccellini se ne abbeverino, un dovuto omaggio a chi l'idea di pace, come ineludibile bisogno di quegli uomini e donne comuni che appaiono nei suoi scritti, ha sempre saputo difenderla e alimentarla in vita”.

Queste parole mi hanno travolto come un’onda in questa notte in cui non si dorme, ma si scrive. E si ricorda. Strano che debba farlo proprio in questo giorno, uno di quelli che cambia la vita. Ma la vita, lei, è imprevedibile. Renato Bacci, però, liquiderebbe in maniera sarcastica i nostri piagnistei, le tristezze. No, non gli sarebbe piaciuto. Ed allora concludo con due ricordi divertenti. Il primo riguarda gli anni folli (i più belli, i più spensierati) del Liceo. Alla maturità alla nostra classe uscì, dopo un visibilio di anni, greco. Ora, lui era ben cosciente che la maggior parte di noi fosse, diciamo, ad alto rischio. Allora qualche giorno prima ci portò tutti nella sua casa vicino al mare, ci fece rilassare e ci cucinò una sublime cena di pesce. Per tranquillizzarci, per dirci che c’era. Questo gesto, e quello che fece per noi il giorno dell’esame (che ognuno di noi terrà segreto nel suo cuore come uno dei gesti più grandi di affetto che una persona abbia fatto per noi) sono stati l’esempio di come, se si tiene davvero a qualcuno, bisogna essergli vicino e anche rischiare in prima persona per aiutarlo. Il secondo episodio è avvenuto in Spagna (vi risparmio la storia del mio scippo a Pigalle, a Parigi, quando il prof. dovette accompagnarmi dai gendarmi invece di salire sulla Tour Eiffel: nemmeno lo scorso anno ci sono salita, ripensando a quel giorno). Insomma, dicevo, la Spagna. A Lloret de Mar, una sera in un locale Renato Bacci ed un nostro compagno di studi (oggi stimatissimo sindaco di un paese della Val di Cecina) salirono sul palco a ballare il flamenco invitati dagli artisti che si stavano esibendo. Noi, tra una sangria e l’altra, ci divertimmo moltissimo, ma poi, solo anni dopo, ho saputo il retroscena. Ebbene, mi raccontò un giorno Renato Bacci: “devi sapere che essendo seduti in prima fila, il presentatore decise di invitare sul palco un italiano a bailar flamenco e io dissi ad Alberto: te sei visto e preso. E indovinai a bomba! In sala però c’erano anche molti tedeschi e quando il presentatore, per par condicio, decise di affiancare ad Alberto un teutonico beccò me! Alla fine dell’esibizione il padrone del locale ci regalò comunque sei bottiglie di cava (spumante) e candido mi disse: tu hai già ballato il flamenco! Certo, risposi, mi alleno tutte le mattine dalle cinque alle sei!”.

Ecco questo era lui, sempre pronto a mettersi in gioco, ironico, con la battuta pronta. E sono sicura che stanotte, ogni persona che hai formato, ogni persona che ti ha conosciuto, starà ricordando episodi simili e i giorni vissuti con te. Ci lasci la consapevolezza che nella vita vale sempre la pena di lottare in ciò che si crede. Ci lasci la consapevolezza che nella vita vale sempre la pena di “metterci la faccia”. Ci lasci la consapevolezza che nella vita non ci dobbiamo mai arrendere per raggiungere un obiettivo, ad ogni costo, qualsiasi sacrificio ciò richieda. Tu, questo, lo hai dimostrato con l’esempio personale perché eri profondamente sicuro che gli ideali esistono ancora e per quelli dobbiamo alzarci e lottare. Io per salutarti ti ricordo così: mai sopra le righe, mai oltre il confine, costante esempio, sia nella serietà e nel rigore che nelle battute sempre pronte. Un onore scrivere queste righe su di te, non sei riuscito ad insegnarmi il greco e il latino come avresti voluto (anche se ho imparato più di quanto immaginassi), ma sei riuscito ad insegnarmi la strada per divenire ed essere quella che volevo. E stanotte finalmente ti ho dato anche del “te”. Cosa che mai sono riuscita a fare con tuo sommo disappunto.  Ma tu sei il prof. e ti saluto alzando idealmente in tuo onore un calice di buon vino perché so che questo ti avrebbe fatto davvero piacere.
Ciao prof.
 
(Volterra: anni scolastici: 1985-1988. Liceo Ginnasio Statale “Giosuè Carducci”. Allieva)
 
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