29 maggio 1848, a Curtatone gli studenti senesi e pisani fecero l'Italia

Giuliano Catoni

26/05/2011

Già la sera di domenica 28 si sapeva che il giorno seguente ci sarebbe stato l’attacco. Gli austriaci, guidati da Radetzky, avevano lasciato Verona in 32.000 ed erano ormai a Montanara con quaranta cannoni. Di fronte avevano 5.000 uomini fra toscani e napoletani, con otto cannoni, agli ordini del De Laugier, del tenente colonnello Giovanetti a Montanara e del colonnello Campia sulla strada per Montanara, e precisamente al ponte di Curtatone sull’Osone.
“In su l’alba – ricorda l’Ademollo – venne l’ordine di porre il rancio al fuoco e di anticiparne la distribuzione, la quale poi non avvenne, perché fummo poi comandati di porsi in marcia per Curtatone; ci diedero però una pagnotta ed un bicchierino d’acquavite”.
L’obiettivo di Radetzky era quello di sfondare il lato destro, toscano, dell’armata italiana, accentrata a Peschiera, sorprendere i piemontesi a Goito e sbaragliare il nemico fra le quattro fortezze di Mantova, Verona, Peschiera e Legnago. Comandavano i battaglioni austriaci due principi, il Liechtenstein e lo Schwartzemberg, “non ispidi – notò l’Oxilia – che fanno spuntare la penna a chi li scrive e bestemmiare ferocemente i compositori tipografi”. Dall’altra parte toccò a un marchese, Guido Mannelli Riccardi, ufficiale d’ordinanza del De Laugier, presentarsi al Mossoti per trasmettergli l’ordine di avanzare e difendere la linea Mantova-Curtatone.
Molti sono i racconti della battaglia: quello di Carlo Livi è tra i più efficaci, anche perché fu scritto solo due giorni dopo il fatto, in una lunga lettera spedita all’amico Guasti da Castiglion delle Siviere. Ma prima di leggere le parole dello studente pisano, soffermiamoci su quelle che un altro “pisano”, Luciano Bianciardi, laureatosi alla Normale cento anni più tardi, nel 1947, attribuì al giovane tenente protagonista di un suo racconto, “Il volontario Sbrana”, in quel di Curtatone all’alba del 29 maggio 1848:
“Un’ombra di visibile consapevolezza di disegnava su quei visi giovani e fini: occhi che fino a ieri s’eran posati sui libri, e diciamo pure anche sulle gonnelle, adesso per la prima volta s’appuntivano per scrutare il ceffo arcigno della morte. Ecco, pensavo, fra un’ora questo ragazzi opporranno il petto al piombo nemico. E chi di essi sarà un prode? Chi un vile? Questo che continua a masticare il suo pane e il suo cacio? Quell’altro che tormenta con le dita la fibbia del cinturino? Ed io, che cosa farò io? Mi hanno eletto loro comandante di compagnia, fidandosi dei tre mesi di corso giù a Vecchiano, vedendomi grande e grosso, sapendomi patriota. Ma sarò io pari alla loro fiducia? Come nasce il coraggio? E basterà il coraggio a vincere la battaglia? Quando finirà la guerra? Sarò io in tempo a dare l’esame di filologia romanza? (Perché per l’appunto era questo il solo esame che m’era riuscito di preparare).
Ma venne subito a distogliermi da queste riflessioni ingarbugliate un improvviso scroscio di fucileria, che si sovrappose al tuono dei cannoni, proprio come quando in una banda la grancassa fa bordone e poi entrano i tamburi a raddoppiare il fracasso. “Tanto tuonò che piovve” esclamò il Montanelli che ripassava davanti alla mia compagnia per raggiungere i suoi uomini. “Te l’avevo detto!” io gli risposi con un gesto che significava: bella forza! E lui tirò di lungo. Qualcuno dei volontari fece l’atto di alzarsi in piedi, forse per guardare là verso destra, ma sarebbe stato inutile, perché i filari dei gelsi escludevano la vista, e perciò io feci cenno che restassero sdraiati.
“Calmi, calmi” dissi. “Riposatevi. Serbate le forze a più tardi, ce ne sarà bisogno.” E tanto per tenerli distratti e magari allegri li invitai a cantare qualcosa. “Pecori,” feci, rivolto a un volontario livornese studente di agraria “attacca tu che hai una bella voce e sei intonato, gli altri ti verranno dietro.” “Sì, signor tenente” rispose il Pecori. “Che cosa ne dice, andrebbe bene ‘o balconcino amabile?”
“Non un canto da guerrieri,” risposi “ma mi piace. Dai, attacca.”
Il Pecori si schiarì la gole, cercò la nota giusta e quando l’ebbe trovata la fece sentire anche agli altri, segno il tempo col dito e in breve tutta la compagnia cantava:
balconcino amabile
Fammi affacciare la dama
E adorna d’una rama
I suoi capelli d’or.

Ci pigliarono gusto: dopo il balconcino fu la volta dell’acqua fresca e bella, poi della pescatora mezza bionda e mezza mora, e via e via, perché ai giovani piace cantare, e io mi guardavo bene dall’interromperli, anche se le strofe diventavano sempre meno oneste, perché sapevo che questo era un buon modo di tenerli occupati. Tuttavia, quando il volontario Lami, pisano, accennò al primo verso della “baana”, una canzonaccia di Porta a Mare vietata persino dalla polizia, lo interruppi:
“Lami”, gli dissi “qui si va a finire nel tritello. La baana no, lasciala stare, e trova qualcosa d’altro”.

Ma torniamo al racconto storico del Livi:
“La guerra la credevamo una festa, ma l’abbiamo provato il disinganno. Noi eravamo a fronte d’un nemico quattro volte maggiore: noi facevamo alle fucilate e le ci rispondeva di mitraglia, di bombe, di razzi, e d’ogni genere di saettamento: che fu un miracolo se resistemmo per quelle cinque ore a quella furia terribile e Carlo Alberto ringrazi questa nostra resistenza se e’ non si trovò assalito quel giorno stesso nel suo campo: a quest’ora Peschiera non sarebbe sua di certo. Vorrei raccontarti tutti i particolari della pugna; ma non mi basta né il tempo né l’anima. Il nostro Battaglione, che si volea tenere in riserva, fu quello invece riserbato all’ultimo cimento. Il fuoco era già cominciato di mezz’ora quando vi venne il comando di avanzare verso Curtatone, ½ miglio distante. Fremevamo d’impazienza, e di ardire. Ci fecero alto a mezzo la via: si sentiva la romba delle palle, e si vedevano i razzi per aria, che pareva una grandine. Io non mi potevo tenere e con pochi de’ più animosi lasciammo le file, e via a corsa verso il campo. Arrivammo al ponte di Curtatone: eravamo proprio in mezzo alla tempesta: le palle, i razzi, la mitraglia ci fioccavano sopra da tutte le parti: era la prima volta che le nostre orecchie si trovavano a quell’armonia; un momento esitammo, ma uno di noi, non so chi, gridò avanti, e avanti ci precipitammo tutti, andando a porsi dietro le barricate, mescolati con i granatieri, e con i volontari fiorentini. Nessuno però aveva perso l’usata baldanza, la stessa allegria; caricavamo e scaricavamo, come se fossimo ad una caccia piacevolissima. Ma la campagna dinanzi alle trincee era folta di grano e di alberi: tiravamo, ma senza mira. Dopo un’ora vidi arrivare il nostro Battaglione, ch’era stato chiamato a soccorrere la sinistra, che cominciava a pericolare. Io era a destra cogli altri, e ci conveniva ripassare il ponte: que’ soldati si raccomandavano non tornassimo ad esporci; ma che ci avrebbe tenuto? Ci riescì d’arrivare là salvi: eravamo co’ Napoletani; attaccammo un fuoco vivissimo. Io era accanto al Capitano Pilla: a un tratto, lo sento gridare son morto, e mi cade a’ piedi: non ti so dire come rimanessi: un colpo di mitraglia gli aveva aperto il ventre e rotto un braccio, pure continuava a gridare viva l’Italia. Lo presi con un altro e a gran fatica mi riescì di trasportarlo in dietro: credevo di morirgli sopra, dopo due minuti era spirato. Allora lo raccomandai ad un’ambulanza, e me ne ritornavo alle trincee. Quando per la via trovo il povero Luti ferito nelle gambe, che gemeva e si raccomandava lo togliessimo dal pericolo. Non ne potevo più, ma pure mi sforzai a soccorrerlo: con lui ripassai il ponte a fatica, e a fatica mi riescì adattarlo di contro a un muricciolo, per assicurarlo meglio. Ritornai di nuovo alle trincee: la pioggia micidiale cresceva: si sentivano i gridi feroci degli Ulani, e della cavalleria, che s’avanzavano s’avanzavano a grandi passi. Quel che facessi dipoi, quel che seguisse non saprei dirtelo: so che non mi ritirai al secondo suono del tamburo, quando tutti i soldati s’erano già sbandati pe’ campi. Che momenti terribili quegli della ritirata: il pensiero d’una fucilata nelle spalle mi faceva più paura di tutte quelle mille bombe a cui avea esposta la vita. Alle Grazie ci riescì alla meglio di ordinarci e così ci ritirammo verso Goito. Ti dico che non cedemmo che alla prepotenza del nemico. Si dice ci fosse dall’altra parte Nugent, e lo stesso duca di Modena. Ma quello che non è da tacersi è il coraggio mirabile de’ nostri Professori: tutti si portarono in modo degno del loro nome. Mossoti se ne stava là fermo e impassibile nel mezzo di noi, come un vecchio ufficiale di Napoleone. E sì che la sua vita è preziosa. La mattina dopo al levarsi si trovava con una palla in tasca. Ferrucci capitano e il suo figlio seppero mostrarsi degni del nome che portano. Montanelli, ch’era comune fra le file pisane rimase ferito gravemente, e fu portato via a viva forza di sul campo. Non finirei se a una a una volessi ricordare le prove di coraggio, d’intrepidezza, di carità fraterna verso i feriti che mostrarono i nostri. Oh il sacrificio l’abbiamo fatto, ma grande. Un Pilla certamente vale per mille Croati, per tutti l’esercito austriaco. Noi tra morti e feriti e prigionieri n’abbiamo persi un sesto de’ nostri; e questo mostra che nessuno mancò in quel momento al dovere. Abbiamo a compiangere la perdita di carissimi giovani, speranze bellissime della famiglia e della patria”.

Tratto dal capitolo La Battaglia, I Goliardi senesi e il Risorgimento di Giuliano Catoni (edizioni effigi-primamediaeditore)

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Giuliano Catoni

già ordinario di Archivistica nell'Università di Siena, ha pubblicato gli inventari di molti archivi ed ha curato varie edizioni di fonti. Autore di saggi di storia medievale e moderna, dedica la sua ricerca e i suoi studi alle vicende senesi.

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