8 settembre 1943. Quando la Nazione fu messa in ginocchio

Luigi Oliveto

07/09/2011

Negli ultimi anni, grazie al libero accesso a molti degli archivi militari sparsi nel mondo, sono fioriti molti studi che, di fatto, hanno annullato il divario tra la “microstoria” o storia locale e la “grande storia”, molto più attenta, quest’ultima, ai rivolgimenti che, nel corso specialmente dell'ultimo secolo, hanno condizionato la vita di milioni di individui. Episodi che erano rimasti nell'oblio, oggi prendono vita e si presentano ai nostri occhi come tasselli di un grande mosaico. Gli anni che vanno dal 1940 al 1945, per quanto concerne la nostra Penisola, pur avendo dato vita a fiumi di inchiostro, ancora necessitano di studi e ricerche approfondite.
È il caso del libro di Gabriele Milani. Quando me ne parlò, ormai diverso tempo fa, lo incoraggiai dicendogli che, sull'episodio del Foscari e del Valverde, poco si sapeva e che, quindi, il suo lavoro era necessario. Certo, non erano mancati gli accenni su volumi specifici, anche citati da Milani, ma, come su tanti altri fatti accaduti in quel tragico settembre 1943, mancava uno studio serio, documentato e, soprattutto, scevro da personalismi.

La vicenda del nostro armistizio è cosa apparentemente nota. Una nazione in ginocchio, vinta, demoralizzata, senza risorse - terribile il ricordo citato da Milani dell’allarme aereo dato battendo un sasso sul palo della linea elettrificata ferroviaria - cerca di uscire da un conflitto in cui, vaso di coccio tra vasi di ferro, non sarebbe mai dovuto entrare. Ma lo fa in malo modo.
In realtà, la battaglia navale davanti a Castiglioncello narrata nel libro di Milani, ci fa intuire dietro le quinte dell'episodio in sé, la tremenda confusione, la subdola furbizia, l'assoluta mancanza di lealtà verso la nazione tutta, in primis verso le Forze Armate, che ebbero Badoglio e gli altri che portarono l'Italia non fuori da una guerra, ma dentro una tragedia inimmaginabile. E non vale che, a vendicare i morti dell’incrociatore ausiliario e del piroscafo, come una tremenda nemesi, il posamine Brandemburg sia stato silurato pochi giorni dopo da un sommergibile inglese e il “gemello” Pommern sia andato a finire, un mese dopo, su un campo di mine italiano: le responsabilità di Badoglio, Ambrosio e di tutti gli ufficiali superiori che tramarono l’armistizio in quel modo, lasciando, poi, i sottoposti con scarsi ordini o nessuna disposizione, rimangono. 
Tutto doveva finire il 25 luglio 1943. In Italia erano presenti solo poche divisioni tedesche, tutte concentrate al sud contro gli angloamericani. Nelle città non c’era ombra di truppe germaniche, fatta salva Roma dove, secondo Badoglio, il generale Castellano, colui che avrebbe materialmente firmato l'atto di armistizio e gli altri, era presente una “quinta colonna” di migliaia di SS. Non che Hitler e lo stato maggiore della Germania non avessero capito da tempo, che saremmo usciti dal conflitto, ma, nonostante questo, furono colti di sorpresa dalle “dimissioni” di Mussolini. Sarebbe bastato, per cambiare le cose, far saltare le opere ai passi alpini, far convergere, come ci avevano suggerito gli stessi tedeschi, alcune delle nostre divisioni di stanza fuori d'Italia nel territorio metropolitano, ordinare alle Forze Armate di considerare i tedeschi presenti, da subito, come potenziali avversari e chiedere agli alleati aiuto: tutto questo non venne fatto.
Anzi, come facevano i Principi rinascimentali che costruivano le fortezze non per controbattere l'avversario, ma spesso per controllare le loro stesse popolazioni, anche il Regio Esercito venne impiegato solo in compiti di ordine pubblico. Quel complotto per dare una svolta alla politica italiana, organizzato da tre gruppi di “congiurati” - il primo formato da alcuni vecchi antifascisti moderati, il secondo dai frondisti del Gran Consiglio con alla testa Grandi, Bottai e Ciano, il terzo dai generali dello Stato Maggiore - aveva, in realtà, un solo uomo che ne tirava le fila: Vittorio Emanuele III, il cui scopo non era annientare, assieme a Mussolini, il fascismo ma mettere al sicuro la Corona, appoggiandosi di fatto a coloro che, con il regime, avevano guadagnato onori e prebende. Fu un gioco d'inganni che, con gli italiani, funzionò. Tolto di mezzo il Duce, né gli antifascisti né i firmatari dell'ordine del giorno, Grandi primo tra tutti proprio colui che lo aveva presentato, ebbero cariche di qualsiasi tipo nel nuovo esecutivo, di fatto un governo militare.

Lo stesso gioco a luci e ombre, Badoglio e il Re tentarono di farlo con gli angloamericani e con i tedeschi ma mal gliene incolse. I primi capirono di avere a che fare con dei degni figli dei Borgia, quando, catturato un agente del S.I.M. in Africa settentrionale, lo convinsero a collaborare e lo utilizzarono per inviare messaggi ad Ambrosio per una trattativa di armistizio. Dopo poco tempo, e alcuni scambi di messaggi, il nostro Capo di Stato Maggiore Generale “antifascista” lasciò perdere tutto.
Il colpo grosso, e definitivo, alla nostra credibilità avvenne nell'agosto 1943, con il pasticcio dell'invio di due emissari, Castellano e Zanussi, il primo senza inizialmente una credenziale per accreditarlo come incaricato della trattativa, il secondo, mandato in seguito perché si erano perdute le tracce del primo. L'idea che la dichiarazione dell'armistizio ci dovesse essere “presumibilmente” il 12 settembre, nacque dalla confusione che si generò nella testa di Castellano e che trasmise a Roma. In realtà, nessuno aveva stabilito in modo chiaro questa data. In più, ad alimentare la confusione, il nostro principale “uomo delle trattative” pensò bene di sparire dalla circolazione per tre giorni, impiegati per andare da Lisbona a Roma. Quando arrivò nella capitale il 27 agosto, tutti lo davano per disperso, tanto che avevano mandato a sostituirlo il citato generale Zanussi. Non si capisce perché il Castellano non abbia utilizzato la radio del S.I.M., operante proprio da Lisbona, dotata di un cifrario inattaccabile, per comunicare col governo. Di più, visto che non era stato dotato di apparati per comunicare con gli alleati, questi ultimi gli diedero un cifrario da portare al tenente anglo-senese del S.O.E Dick Mallaby - aveva delle proprietà in quel di Asciano e oggi il suo corpo riposa nel cimitero di quella località - che era stato catturato, dopo essere stato paracadutato, nel nord Italia e utilizzato come intermediario tra gli italiani e gli angloamericani. Finì come finì: Castellano firmò il “corto armistizio”, non vedendo nemmeno quello “lungo”, molto più restrittivo verso l'Italia, che, invece, venne fatto leggere a Zanussi.
Con i tedeschi, il tentativo d'inganno andò peggio: dal 26 luglio entrarono in Italia sedici divisioni, tra le quali tre corazzate e la 1.SS Panzer-Grenadier- Leibstandarte Adolf Hitler, la guardia personale del Führer, notevoli forze navali e aeree che andarono a imbrigliare le nostre truppe e i nostri comandi.
L’episodio, non marginale, del Foscari e del Valverde, narrato da Milani, si va ad inserire in questo confuso contesto. Niente più delle vicende legate all’8 settembre 1943, a mio parere, può diventare “storia di uomini” oltre che “storia istituzionale”. La popolazione di Castiglioncello che assiste allo scontro, i colpi dei cannoni navali tedeschi che, sparati a “forcella”, uccidono dei civili a Rosignano Solvay, le cannonate sparate verso il Foscari forse da terra, forse dal mare, forse addirittura dalle batterie costiere italiane, come non possono farci rivivere quei giorni di grande sbandamento, dove prendere decisioni, o anche non prenderle, fu cosa difficilissima? Come non vedere nei volti dei caduti di Rosignano Solvay, che Milani ci propone, quelli delle migliaia d’italiani, militari e civili, che proprio in quei giorni, iniziarono a morire sulla porta di casa? Come non affiancare, fatte le dovute proporzioni, i fatti delle due navi nazionali, attaccate da quello che fino a poche ore prima era alleato, con la tragedia della Regia Nave Roma, dell’Ammiraglio Bergamini e dei suoi sottoposti?

Ed ecco, quindi, che la storia locale non diventa più tale, ma si inserisce in un contesto diverso, in un puzzle nazionale, in cui ogni pezzo è una vicenda a sé, quando preso individualmente, ma diventa patrimonio di tutti se visto da un’angolazione più ampia. Tra l’altro questo fatto fu determinante per mutare la memoria locale verso il conflitto che, fino ad allora, era stata diversa.
Dal 17 giugno 1940, giorno dell’attacco dell’aereo francese alla Solvay, infatti, fatti salvi i richiami alle armi, i deceduti nei vari fronti di guerra - Milani ricorda i caduti in Russia - e le ristrettezze di carattere economico; la guerra su Castiglioncello e Rosignano Solvay, così come in tantissimi piccoli centri, si era vista nei bombardamenti sulle città industriali vicine, come Livorno, si era vista negli occhi degli sfollati, ma niente di più. Anche in questo caso, le storie locali di questa parte d’Italia s’incrociano con quello che accadde nel resto della Penisola, diventando memoria comune.
Ma qui c’è qualche cosa in più. C’è una fabbrica importante, la Solvay, che dava lavoro a centinaia di persone e che, bene o male, determinava sia la vita produttiva sia quella sociale delle piccole località a essa vicine. Non sono molti gli esempi, relativi appunto a piccole località, simili a quello citato dal Milani. La Solvay costruisce scuole, asili, ristoranti dove si può mangiare a prezzo modico o, addirittura, gratis. La Solvay costruisce rifugi antiaerei per il proprio personale, ne organizza le reazioni in caso di attacco aereo, costituisce, quindi, il perno su cui ruota l’economia di guerra, in senso ampio, a Rosignano Solvay.

Ecco un altro argomento che andrebbe sviluppato più ampiamente: cosa hanno significato le grandi fabbriche toscane come la Solvay o la Piaggio o la fabbrica di munizioni Società Metallurgica Italiana di Campo Tizzoro, per le popolazioni che vivevano nei dintorni? Che cosa ha voluto dire per la gente, in termini di “privilegi” ma anche di dolore - pensiamo ai tanti bombardamenti su Pontedera - avere quei complessi industriali, cui i tedeschi, tra l’altro, tenevano moltissimo nel loro programma di sfruttamento delle risorse italiane, presso i luoghi dove vivevano? La documentazione per effettuare ricerche di questo tipo non è sempre accessibile, conservata com’è in posti tra i più disparati, comprese le aziende stesse. È abbastanza rara anche la voglia di andar per archivi a cercare in polverosi faldoni le storie di quegli anni.

Un augurio, quindi, a Milani e un incitamento a non fermarsi. Ancora c’è tanto da scoprire e da scrivere, tanto da scavare. La storia è sempre revisione, è sempre ricerca. Tra non molto, saremo i soli portatori di una memoria che, fatalmente, con la morte dei superstiti, ci verrà consegnata. Tra non molto non potremo più usufruire di una delle due parti che, a mio parere, è indispensabile, se usata in maniera critica e non come “oro colato”, per fare storia: il racconto orale. Esso, ripeto, va usato in maniera critica. Così come i documenti, che spesso sono costruiti ad arte dopo la guerra, come molti di quelli redatti dopo l’8 settembre 1943, in modo da coprire errori e viltà. Da questo, purtroppo, deriva, non solo dal passare del tempo, la “confusione” di date ed episodi rilevata giustamente da Milani.

Nota introduttiva al volume di Gabriele Milani Guerra a Castiglioncello (Edizioni Effigi - primamedia editore).

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Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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