Anatomia di un racconto. La morte dell'impiegato

Mirko Tondi

11/11/2020

Quando si parla di racconti, non esiste scuola, corso, laboratorio di scrittura che manchi di far riferimento a Cechov. E i motivi sono molti: le sue strutture minimali eppure blindate, i suoi personaggi descritti con poche e significative pennellate, i suoi intrecci basati su piccoli e spesso trascurabili episodi (che però divengono decisivi per lo svolgersi della trama), il suo umorismo sottile e pervasivo, il suo stile misurato e al limite dell'essenzialità. Lontano, forse agli antipodi, di suoi connazionali e contemporanei alla stregua di Dostoevskij e Tolstoj, non era solito compiere immersioni nel ventre dei personaggi (come il primo) né esercitare sulla pagina la supremazia del maestro (come il secondo). La sua prosa non era ardita né fiammeggiante, ma era – semplicemente – l'espressione di un'efficacia massima, presa a modello da un numero imprecisato di scrittori dopo di lui, da qualsiasi parte del mondo. Uno dei suoi racconti che faccio spesso leggere ai corsi è La morte dell'impiegato, prezioso esempio di una progressione perfetta nell'arco di due paginette.
 
L'incipit ci regala già, oltre a una prima frase d'impatto, alcune informazioni sul protagonista e sul contesto, così come sul tipo di narratore con cui abbiamo a che fare: “Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmìtric Cervakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binocolo Le campane di Corneville. Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma all’improvviso… Nei racconti si trova spesso questo «all’improvviso». Gli autori hanno ragione: la vita è così piena di cose inaspettate. Ma all’improvviso il suo volto si contrasse, gli occhi gli si storsero, il respiro gli si fermò… allontanò il binocolo dagli occhi e... apscì!!! Starnutì, come vedete.” Il narratore fa un'incursione altrettanto improvvisa quanto l'utilizzo della medesima parola, per poi tornare sul personaggio e solo all'ultimo dire “Starnutì, come vedete”. Si tratta di un punto di vista originale e ironico, con il quale ci viene detto tra le righe “Ehi, questa è una storia e te la sto raccontando a modo mio, con tutte le licenze del caso... tu non devi far altro che metterti comodo e leggere.”
 
Con tutta probabilità, poi, molti altri avrebbero glissato sulla reazione fisica per sintetizzare con quel semplice “Starnutì”, ma qui Cechov utilizza il famoso Show, don't tell caro agli autori americani del 900 e tutt'ora in voga, poiché principio cardine della scrittura. Ci dice come cambia il suo corpo nell'attimo stesso in cui Cervakòv starnutisce, e non solo: ce lo mette davanti agli occhi, mostrandocelo. A questo punto il protagonista si accorge che là, nella prima fila, un vecchietto si sta asciugando col guanto la testa pelata e il collo; si tratta di “Sua Eccellenza Bricàlov, un pezzo grosso del Ministero delle comunicazioni.” Ecco che un fatto, seppur potenzialmente insignificante o quantomeno perdonabile (del resto, non eravamo certo in tempo di Coronavirus...), è accaduto. Ed è il vero motore della storia, perché d'ora in avanti il nostro Cervakòv, timoroso e imbarazzato (il testo infatti fa largo uso di puntini di sospensione) – ma soprattutto risucchiato dal senso di colpa e di inadeguatezza –, cercherà ossessivamente di scusarsi. Nel seguito del racconto sarà deferente, importuno, petulante, contrito, sempre con l'obiettivo di essere ascoltato, e il generale dapprima minimizzerà, poi passerà a irritarsi e infine manifesterà tutta la sua rabbia di fronte all'insistenza dell'impiegato per un fatto così futile.
 
Nel finale – estremizzato ma oltremodo simbolico – il vissuto di Cervakòv porta a un'implosione e alle sue conseguenze estreme: la morte. Il racconto è onesto, non nasconde niente, d'altra parte ci dice già dal titolo cosa succederà, eppure quasi ce ne dimentichiamo, non possiamo credere che l'impiegato muoia in questo modo assurdo, per una sciocchezza del genere. Ma qui abbiamo a che fare con un concetto importante, e lo si potrebbe dire con le parole di Cortazar (di cui abbiamo parlato la volta scorsa): “Un racconto è significativo quando spezza i propri confini con quell’esplosione di energia spirituale che illumina bruscamente qualcosa che va molto oltre il piccolo e talvolta miserabile aneddoto che racconta”. Così La morte dell'impiegato trascende la semplice vicenda del protagonista e diventa una brillante satira sulle caste e sulle gerarchie che queste comportano, nonché uno spaccato della società russa di fine Ottocento. Fa niente se Cervakòv (a volte anche Cervjakòv o Lervjakòv, a seconda delle scelte dei traduttori) sia un personaggio grottesco, fantozziano ante litteram; ciò che importa veramente è la sua pervicacia, il suo scontrarsi contro un muro di convenzioni, il suo intraprendere un percorso senza ritorno. In fondo, è anche una storia sull'incomunicabilità, tema che nel corso del secolo successivo avrebbe nutrito la letteratura (Svevo, Pirandello), l'arte (Hopper, Magritte), il cinema (si pensi, per esempio, a certe pellicole di Antonioni) e la musica (per citare un titolo: The Wall dei Pink Floyd). E scusate se è poco.
 
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Mirko Tondi

Mirko Tondi
E' nato a Firenze nel 1977 e ha cominciato a scrivere dopo aver frequentato un corso di sceneggiatura cinematografica nel 2003/2004, presso la SNCI di Firenze. Dopo la menzione speciale al premio Troisi (2005), ha pubblicato poesie e racconti in riviste e volumi antologici (fra quelli anche un racconto per i Gialli Mondadori, 2010) e alcuni romanzi, tra cui l’ebook Come fili che s’intrecciano (Abel Books, 2012, dopo aver ricevuto una menzione speciale al premio “Autore di te stesso” l’anno precedente) e rock opera, con cui è entrato a far parte della rosa dei migliori romanzi del concorso “ilmioesordio” per due edizioni consecutive (2012 e 2013). Nel giugno del 2014...
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