Chaim Grade: se la moglie del rabbino è un’ambiziosa

Luigi Oliveto

16/08/2019

Chi amasse la letteratura yiddish non può perdersi la lettura de “La moglie del rabbino” di Chaim Grade (Giuntina, 2019) per la prima volta tradotto in italiano in una sapida quanto rigorosa versione di Anna Linda Callow. In questo romanzo breve, ambientato nella Lituania degli anni Trenta, troviamo un vivido affresco del mondo ebraico nell’est europeo di quegli anni. Lo si ha attraverso una storia famigliare che incrocia di continuo i piccoli grandi sussulti della comunità ebraica locale, non immune da intrighi e compromessi, alle prese con beghe religiose, sociali, politiche. La vicenda ruota attorno alla figura di Perele, figlia di un famoso rabbino. Per lei si sta pensando a uno sposo che sia all’altezza del suo status. E’ infatti fidanzata con Moshe Mordechai, un raffinato conoscitore del Talmud. Ma il brillante Moshe – che ha intravisto nella ragazza un’indole malvagia – la molla alla vigilia delle nozze. Perele deve così ripiegare su un bravo ma insignificante giovane, Uri Zvi Kenigsberg, che, privo di ambizioni, si accontenta del suo ruolo di rabbino in una piccola città. Perele non scorda l’umiliazione subita. Giunta verso la mezza età, adempiuti i doveri di moglie e madre (i due maschi sono dei modesti commercianti, la figlia una ribelle, il genero un gretto) pianifica la vendetta verso l’ex fidanzato Moshe Mordechai e, per certi versi anche nei confronti della propria famiglia. Ovvero verso coloro che non le hanno consentito di realizzare le proprie mire. Ottiene di trasferirsi a Horodne, la città in cui risiedono i figli, ma soprattutto il luogo dove Moshe esercita il suo rabbinato. Qui riesce a plagiare lo sprovveduto marito e a metterlo in competizione con l’ex fidanzato, invischiandolo in diatribe che vedono contrapposte due correnti religiose, quella schierata con il movimento sionista e l’altra, ultraortodossa, del partito Agudat Israel. E’ la rivincita di Perele, minuta nel fisico ma determinata nel carattere tanto da farsi cattiva. Adopera intelligenza, ambizione, scaltrezza fino a diventare una donna di potere in un contesto non certo disposto a concedere ruoli alle donne: aveva in sé abbastanza orgoglio e intelligenza per sapere quando doveva rispondere e quando non doveva neppure mostrare di aver sentito. Manipolatrice più o meno occulta, raggiunge per interposta persona il successo desiderato. Lei è ora la rebetsin, la moglie di un rabbino assurto a celebrità. Di più non poteva pretendere.
 
***
 
[…] Perele diventò rebetsin di Graypeve e madre di tre figli, una femmina e due maschi.
Di tanto in tanto le giungevano notizie del suo primo fidanzato: Moshe Mordechai si era sposato con la figlia del rabbino di Horodne e presto si era distinto. Nessuno gli aveva conferito ufficialmente l’incarico, e lui stesso non aveva sgomitato per impadronirsi del posto d’onore, tuttavia era divenuto il capo del tribunale rabbinico di Horodne ancora prima della morte del suocero. In seguito Perele era venuta a sapere che rabbi Moshe Mordechai era ormai considerato uno dei grandi della sua generazione e la gente si rivolgeva a lui per questioni di normativa da tutto il mondo. Lo avevano richiesto come rabbino capo a Bialystok e perfino a Lodz. Ma i maggiorenti di Horodne lo custodivano con mille occhi, perché nessuno gli portasse via quel gioiello. Quando Perele sentiva parlare così le si seccava la gola. Si ricordava perfettamente di Moshe Mordechai, come se fossero stati fidanzati il giorno prima. Eccelleva in qualunque cosa facesse, ogni sua risposta brillava di acume geniale.
Quanto più il mondo lodava il rabbino di Horodne, tanti più difetti Perele trovava nel proprio consorte. Era un ingenuo, quando c’era un arbitrato tutte le parti per lui avevano ragione. Non sapeva difendere il proprio parere, i notabili non avevano nessun timore di lui. Era giusto adatto a fare il predicatore in un paesino, visto che tremava all’idea di parlare in pubblico o di candidarsi al rabbinato in una città più grande. Ma quello che un uomo sa fare davvero non ha paura di mostrarlo anche agli altri. E quanto a erudizione, poi, non era certo paragonabile a suo padre, il rabbino di Staripol, la pace sia su di lui.
[…]
Per tutto il resto dell’inverno Perele non smise di tormentare il marito perché si trasferissero a Horodne. Rabbi Uri Zvi si spiegava questo desiderio pensando che la moglie si fosse spaventata per via della disgrazia capitata alla figlia del rabbino, e che per questo volesse abitare vicina ai propri figli. Così tentava di calmarla. «Sciocchina, i nostri figli, grazie a Dio, scoppiano di salute, bisogna avere fiducia nella divina Provvidenza. La Ghemarà dice che un uomo non si schiaccia nemmeno un dito sulla terra se così non viene decretato nei cieli». Perele gli rispondeva che ne aveva fin sopra i capelli dei detti talmudici. Non sapeva, o faceva finta di non sapere, che la loro Serel si preparava a una nuova maternità? E quando Serel sarebbe rimasta a letto per il puerperio, chi avrebbe badato ai gemelli? Il genero era un uomo occupato. «Al momento buono partirai, e quando ci sarà la circoncisione, o il festeggiamento se è una bambina, ti raggiungerò anch’io» le diceva il rabbino, supplicandola di lasciarlo studiare, preparare un sermone, rispondere alle lettere. Ma la rebetsin gli faceva il verso: «Sai che sforzo venire da tua figlia alla circoncisione o alla festa! E chi aiuterà Serel quando resterà sola con il lattante al seno e i due gemelli attaccati alle gonne?».
La rebetsin parlava con calma, con la voce asciutta di un orologio da parete che batte le ore in modo secco e preciso. Ciò non le impediva di portare i cibi dalla cucina alla sala da pranzo o di fare le pulizie. Ma il rabbino non poteva compiere il suo santo lavoro e allo stesso tempo ascoltarla e risponderle. Quando Perele lasciava per un momento da parte la figlia, attaccava a preoccuparsi per i figli. Anche loro avevano già dei bambini, grazie a Dio, ma lei non era una brava nonna, vedeva i nipoti solo una volta ogni chissà quando. Dai figli avrebbe potuto avere soddisfazioni se non fossero stati così somiglianti a quel fannullone del padre. Yankel David e Ghedalia non avevano voluto diventare rabbini, né erano buoni uomini d’affari. Lasciavano che tutto andasse avanti da sé senza prendere iniziative, proprio come il padre. Se fosse vissuta vicino a loro li avrebbe spronati a non sprecare tutta la gioventù dormendo. Per dimostrare al marito che i figli ne avevano ereditato il carattere debole, gli rammentò che non aveva neppure provato a diventare rabbino a Staripol, dove suo padre aveva vissuto una vita intera e dove lei stessa era nata. La sua giustificazione di non aver voluto far scoppiare un contrasto tra due partiti non era una risposta. Suo padre, riposi in pace, soleva dire: un rabbino non deve andarsi a cercare le controversie, ma non deve neanche averne timore.
«E io dico che uno studioso deve scappare all’altro capo del mondo davanti alle controversie» borbottava Uri Zvi.
Ormai si sentiva il cervello incandescente per via di tutte quelle recriminazioni, come una pentola piena d’acqua che rimane così a lungo sul fuoco finché non evapora tutta. Ma quando un paesano bussava alla porta e la rebetsin lo accoglieva all’ingresso, parlava del marito con tale rispetto e riguardo come se fosse stata un suo inserviente. «Volete vedere il rabbino? Vado a controllare che non stia riposando». Poi indagava se la questione era abbastanza importante: non voleva sapere particolari o segreti e non si immischiava nei fatti altrui. Ma i notabili dovevano capire da sé che non era il caso di disturbare il rabbino per delle piccolezze. Non bisognava sottrargli tempo allo studio e al riposo. Soltanto dopo tutte queste premesse lasciava entrare il visitatore nelle stanze più interne, per poi andarsene. Rabbi Uri Zvi tirava un sospiro di sollievo per quel poco di tregua, ma la chiacchierata con l’ospite non gli dava piacere, gli pesava il modo con cui la moglie lo aveva accolto. Vecchi amici e notabili venivano trattati come se fossero postulanti.
Il rabbino trovò una via d’uscita: se ne stava più alla casa di studio che nella propria dimora. Ma la moglie lo ammoniva: a un rabbino non si addiceva bighellonare nella casa di studio come un asceta o un questuante. Non voleva più sentire le sue argomentazioni? Bene, non le avrebbe sentite più. E Perele smise sia di parlare al marito, sia di occuparsi delle faccende di casa. Sembrava che avesse la capacità di ammalarsi a comando. Riprese a soffrire di mal di testa e rimaneva intere giornate sul canapè con un asciugamano sulla fronte, ingoiando cucchiaini di medicine e bevendo tè tiepido e dolce, mentre sospirava con lo sguardo fisso alla finestra.
Fuori era buio perfino di giorno, per via della fitta neve grigia che turbinava senza posa ricoprendo tutte le strade, i porticati, i gradini e le soglie. Quando smetteva di nevicare per un po’, Perele vedeva le nuvole strisciare sempre più basse e se le sentiva pesare sul cuore fino a soffocarla. Veniva colta da accessi di una tosse rauca e dura, rabbiosa e ostinata. Ingoiava altri cucchiaini di medicine e si chiudeva nel suo mutismo per tutto il giorno. Quel silenzio e quella tosse torturavano il marito più delle sue provocazioni. Si avvicinava al canapè e con voce supplichevole le chiedeva: se aveva tanta nostalgia dei figli e dei nipoti, perché non andava per un paio di settimane a Horodne? Lui se la sarebbe cavata anche da solo. Perele lo ascoltava in silenzio e si voltava verso la finestra per mostrargli che nel bel mezzo di una tormenta di neve, quando sarebbe stato un delitto cacciare in strada un cane, lui le consigliava di mettersi in viaggio.
Rabbi Uri Zvi tornava nel suo studio e Perele lo seguiva con lo sguardo, mentre camminava con le spalle curve, con indosso una lunga veste da camera di lana verde lavorata a maglia e uno zucchetto tondo di velluto sui capelli bianchi e spettinati. Da un lato le dispiaceva tormentarlo, dall’altro non poteva perdonargli il fatto che si seppellisse a Graypeve: d’estate nelle sabbie, d’autunno nel fango e d’inverno nella neve. Non partecipava mai alle riunioni di rabbini, e nemmeno ai figli aveva voglia di far visita. Perele si ricordò che doveva preparargli da mangiare, sicuramente aveva fame, anche se non chiedeva nulla. Entrò in cucina, riscaldò un po’ di kasha, riempì il bollitore del tè e cucinò un paio d’uova. Poi entrò da lui nello studio. Lo trovò seduto con il capo sprofondato in un libro sacro, ma non stava leggendo. «Vai a lavarti le mani, è pronto». Rabbi Uri Zvi alzò due occhi supplichevoli.
«Perele, non ti capisco, a volte credo perfino che tu non faccia sul serio. Perché dovremmo lasciare un posto dove ci manteniamo con onore per finire a dover dipendere dai nostri figli?».
La rebetsin sorrise come davanti a uno che diceva sciocchezze: e vivere a Graypeve per quel tozzo di pane concesso dalla comunità era più onorevole di essere mantenuti dai propri figli? Poi proseguì, questa volta con un’espressione amorevole e triste, a voce bassa e in tono accorato: piuttosto che occuparsi di una cittadina grossa come un fico, non era ben più decoroso starsene seduto nel bet ha-midrash di Horodne a studiare per conto proprio? Almeno la gente avrebbe detto: quell’uomo avrebbe potuto diventare rabbino in una grande città! Perele indicò le grandi risme di carta scritte fittamente con una grafia un po’ obliqua e ornata che giacevano in una grande pila sul tavolo: già da anni stava scrivendo un libro e non lo aveva ancora finito, perché a Graypeve non c’erano dotti con i quali confrontarsi, e così perdeva la voglia di scrivere nuove interpretazioni. Ma a Horodne non mancavano esperti talmudisti, là avrebbe avuto con chi discutere e sarebbe stato stimolato a pubblicarlo il libro.
 
[da La moglie del rabbino di Chaim Grade, trad. di Anna Linda Callow, Giuntina, 2019]
 
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Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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