Craxi e la svolta socialista nata (anche) nella campagna senese

Mauro Taddei

28/05/2020

C’è stato un tempo, circa una decina di anni fa, forse più, in cui la politica d’Italia passava dalle nostre bellissime terre di Siena. Accadde tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, da Rapolano Terme, in uno dei luoghi più suggestivi e affascinanti del senese, ricco di boschi e dolci colline, calanchi cretosi e antichi castelli. Qui si trova il castello di Campiglia, antica villa dei Piccolomini, già comunello della podesteria di Rapolano, che dall’alto di una collina domina su di una vallata attraversata dall’Ombrone, ancora giovane, che corre parallelo al raccordo autostradale Siena - Bettolle. In un casolare agricolo riadattato a casa di campagna, il gruppo dirigente del Partito Socialista Italiano, con il suo segretario e poi Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, ne fece una sede centrale per ritrovarsi e per delineare quella che sarebbe stata la linea riformista e autonomista del partito negli anni Ottanta.

Quella splendida casa apparteneva da anni a Massimo Pini, giornalista, direttore e fondatore della casa editrice SugarCo, in seguito “biografo necessario” di Craxi. Fu per lui naturale metterla a disposizione per i dirigenti, i compagni, gli intellettuali, gli scrittori più o meno legati al Psi, tanto più che al di là della felice dimora, anche geograficamente la sede era facilmente accessibile e raggiungibile, sia da chi proveniva da Milano che da Roma. Senza dilungarsi sull’elenco degli ospiti, scrittori di fama internazionale (del resto come abbiamo detto Pini rappresentava la SugarCo) e artisti di ogni genere, tra i tanti da ricordare c’è quello, autorevole, di Luciano Pellicani che, purtroppo qualche settimana fa è venuto a mancare. Pellicani, sociologo e docente universitario, è stato per tanti anni direttore di Mondoperaio, già Mondo Operaio, storica rivista culturale e politica, fondata da Pietro Nenni nel 1948.

Fu proprio, o meglio, fu anche in quelle colline del senese che Luciano Pellicani, insieme a Pini e altri, senz’altro discusse ed elaborò quello che sarebbe diventato il “vangelo socialista” degli anni Ottanta: il celebre articolo firmato da Bettino Craxi e pubblicato sull’Espresso nel 1978 nel quale veniva revisionata l’esperienza socialista del passato, legandola allo spirito umanitario e libertario di Pierre Joseph  Proudhon, in contrapposizione all’ideologia marxista comunista e al dogmatismo cui il partito era stato legato sino a quel momento condiviso con l’allora Partito Comunista Italiano. Per testimonianza diretta, da tempo in relazione di amicizia con Massimo Pini, Pellicani mi venne presentato in una di quelle occasioni di incontro e, anche se in via informale, mi furono anticipate quelle che sarebbero state le intenzioni che poi si svilupparono con il “manifesto riformista” del Psi di Craxi e che avrebbero per certi versi “rivoluzionato” non solo il partito ma soprattutto i rapporti con il Pci di Enrico Berlinguer. Compresa la sostituzione nel simbolo della storica falce e martello con il garofano rosso.

Solo per cronaca ricordo che una volta fui invitato ad accompagnarli ad Ansedonia, dall’allora vice segretario del Psi Giuliano Amato ma, per impegni di lavoro già presi, ne persi l’occasione. All’epoca di Luciano Pellicani non conoscevo ancora l’altezza intellettuale, ma mi si presentò subito come persona di grande cultura, amabile, comprensibile nell’eloquio, riservata, non ingombrante; uomo di studio e di cultura. Quello che oggi, purtroppo dopo la scomparsa, viene sottolineato, a ragione, come maestro nell’ambito della sociologia politica e antropologia culturale. Dal 1978 in poi, questa è storia, il Partito socialista di Craxi rivendicò sul terreno politico la propria autonomia, che qualcuno ha definito “mutazione genetica” in contrapposizione al Pci di Berlinguer, che portò lo stesso Craxi a guidare, dal 1983, il Governo, primo Presidente del Consiglio socialista con una coalizione con democristiani, socialdemocratici, liberali e repubblicani. Più o meno in quegli stessi anni si affaccia sulla scena rapolanese, un altro personaggio chiave di quegli anni: Cornelio Brandini. Uomo di fiducia di Craxi e suo segretario personale. In quel periodo matura anche l’idea di fare proprio a Rapolano un centro di cultura intitolato a Ghino di Tacco, pseudonimo che Craxi aveva assunto nei suoi corsivi sull’Avanti, dietro “suggerimento” involontario di Eugenio Scalfari che lo aveva collegato al brigante gentiluomo che nel XIII secolo, sempre per motivi politici, si era rifugiato sulla Rocca di Radicofani dalla natia La Fratta di Sinalunga, poco distante da Rapolano.

Uomo intraprendente quanto capace dal punto organizzativo, Cornelio Brandini fondò una società cooperativa che acquistò il citato castello di Campiglia per farne un centro di studi a carattere culturale, politico economico aperto alla massima partecipazione, punto di incontro e alta scuola di formazione socio-politica. È il tempo in cui anche Craxi, presidente del Consiglio, frequenta la zona. Qualche volta anche in forma non ufficiale, spiazzando le forze dell’ordine responsabili della sua sicurezza. Chiusa l’esperienza socialista al governo, ancora nel 1990-91 la politica socialista sembrava essere ancora vincente grazie a quella svolta e alla caduta del Muro di Berlino, tanto che lo stesso Pellicani ebbe ad affermare che ora “il Pci è costretto a cambiare nome”. Poi, si sa, arrivò l’annus horribilis, il 1992 che con Tangentopoli fu l’inizio del disfacimento del partito socialista. Non ci furono sconti per nessuno, soprattutto per i socialisti, a partire da Bettino Craxi e dal suo gruppo dirigente. Ma questa è tutta un’altra storia, amara per chi ci ha creduto, e solo il tempo riuscirà a dire come veramente andarono certe cose e si potrà scrivere la verità. Non certo a rimarginare le ferite. Per Massimo Pini, ad esempio, si trattò di un vero e proprio complotto come delinea nella sua più che documentata biografia su Craxi, che chiunque dovrebbe leggere.

Della politica di “alto livello” di quel partito oggi a Rapolano Terme non è rimasto niente, come nel resto del Paese. Nostalgia? E perché no. Ma niente di cui rammaricarsi. Basti pensare alle migliaia di compagne e compagni che ovunque seppero rappresentare quelle idee di libertà e giustizia sociale, come a Rapolano Faledro Sbardellati, sindaco socialista che ricordo con affetto e nostalgia insieme a tanti altri che personalmente ho conosciuto e sostenuto.
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