Dai tuoi occhi solamente. Vivian Maier, la fotografa invisibile

Luigi Oliveto

15/11/2018

Oggi è considerata una delle maggiori fotografe del Novecento. Un talento, però, rivelatosi solo un paio d’anni prima della sua scomparsa. Stiamo parlando dell’americana Vivian Maier, nata a New York nel 1926 e morta a Chicago nel 2009. Storia incredibile di una donna senza famiglia, che per una vita intera aveva fatto la bambinaia e il cui unico lusso era stato quello di comprarsi una Rolleiflex e scattare foto a migliaia, senza nemmeno stamparle. Tutto venne scoperto nel 2007, quando il figlio di un rigattiere acquistò all’asta, per 380 dollari, un box intero di cianfrusaglie sequestrate ad una anziana donna che non aveva pagato più l’affitto di casa (a seguito di una brutta caduta la Maier era stata trasferita in casa di cura). Dentro una cassa fu così trovata una quantità impressionante di negativi e rullini ancora da sviluppare, con scatti che privilegiavano persone e cose colte nel ‘vero’ della vita quotidiana. Insomma, un’antesignana della street photos; una fotografa eccezionale, quale si è rivelata adesso che le sue immagini sono diventate oggetto di mostre e libri.  Il fascino di questa vicenda non è rimasto estraneo alla letteratura, tant’è che anche in Italia è uscito un romanzo di Francesca Diotallevi, “Dai tuoi occhi solamente” (Neri Pozza, 2018) che tra biografia e invenzione letteraria rende visibilità all’invisibile Vivian Maier. Nel romanzo la vicenda inizia a New York nel 1954, allorché Vivian è assunta dalla famiglia Southampton come bambinaia. Ai Southampton sembra una persona affidabile, per quanto bizzarra sia sembrata la richiesta della ragazza di poter chiudere con una robusta serratura la propria stanza dove, al momento del trasloco, accatasterà diversi scatoloni. E non sfuggirà nemmeno il fatto che Vivian ogni volta che esce di casa mette al collo l’inseparabile Rolleiflex. Per fotografare scene di strada, soprattutto l’esistenza di chi è anonimo, ai margini; oppure per fissare su pellicola la spontaneità dei bambini, il loro comportarsi senza filtri; altre volte per ritrarre persone, preferibilmente quando la loro immagine va a riflettersi sulle vetrine. E’ la maniera con cui Vivian si rapporta con il mondo, lo osserva dall’esterno e, allo stesso tempo, vi cerca una collocazione. E, attraverso le vite altrui, tenta di ricostruire la propria vita segnata da traumi, distacchi, violenze, solitudine. Questa la tenera storia che il libro di Francesca Diotallevi ci racconta con una prosa nitida e partecipe.
 
***
 
[…]
Rimasta sola, le mani piantate nei fianchi, si prese qualche istante per assaporare la sensazione di benessere che scaturiva dall’avere le sue cose finalmente lì con lei. Si era sentita nuda, nei giorni precedenti, spogliata di qualcosa che le apparteneva, che in qualche modo la definiva. Era sempre difficile, all’inizio, inserirsi come un corpo estraneo nel fragile meccanismo di una famiglia. Le famiglie la incuriosivano, con la loro patina dorata che, se grattata, rivelava la ruggine. Ma si guardava bene dal lasciare che la toccassero. Entrava nelle loro vite, diventava spettatrice silenziosa di tutti i piccoli drammi che si consumano dietro una porta chiusa, ma di quei drammi non si sentiva mai partecipe, si limitava a indagarli attraverso una superficie di vetro. Le persone stavano in posa davanti alla vita come davanti a un obiettivo; era quando pensavano di non essere guardate, tuttavia, che rivelavano il loro lato più autentico, l’unico lato su cui valesse la pena soffermarsi. Tutto il resto era una recita, una pantomima da cui solo i bambini restavano immuni. E gli innocenti. Ma di innocenti ne erano rimasti ben pochi.
Vivian si inginocchiò accanto alle scatole, le maniche del vestito arrotolate fino ai gomiti. Contro le ginocchia, attraverso le calze, avvertiva il freddo del pavimento. Usò un paio di forbici per tagliare il nastro adesivo e quando sollevò i lembi avvertì il rassicurante odore della carta stampata. Accarezzò i giornali con la punta delle dita, poi li tolse dagli scatoloni, appoggiandoli sul pavimento. Quando ebbe terminato, lo spazio della stanza si era drasticamente ridotto. Pile e pile di giornali stavano accatastate le une sulle altre, rendendo claustrofobico l’ambiente. Vivian si sentì sollevata.
 
«Questa cos’è?» domandò Grace, una mano a ripararsi dal sole, mentre con l’altra indicava la Rolleiflex appesa al collo di Vivian. Dicembre era alle porte, la luce filtrava in sottili lamine dorate tra le fronde degli alberi e l’aria aveva l’odore della neve. Arthur, poco distante, si divertiva a inseguire le anatre accanto al laghetto con le galosce ai piedi.
«Una macchina fotografica».
Grace strizzò gli occhi nel riverbero.
«E a cosa serve?»
Vivian lasciò vagare lo sguardo davanti a sé. Due ragazze camminavano tenendosi a braccetto, una bambinaia spingeva la carrozzina con aria assorta mentre alcuni bambini si rincorrevano lanciandosi manciate di foglie secche. Poco distante un cane annusava la carta di un hot dog caduta da un cestino della spazzatura. Vivian si domandò se tutti loro, in quel momento, avvertissero la consapevolezza del presente. Sapevano che quegli istanti erano destinati a non ripetersi mai più nella loro esistenza?
«Serve a fermare il tempo, Grace».
La bambina aggrottò le sopracciglia.
«È… magica?» domandò, piegandosi per guardare attraverso l’obiettivo.
Vivian si scostò. Non voleva che Grace toccasse la macchina.
«In un certo senso, sì». Con un gesto della mano fece scattare il coperchio, rivelando il pozzetto sul cui vetro smerigliato prendevano forma le immagini. «Avvicinati, ti faccio vedere come funziona. Ma non toccare niente».
Grace, l’espressione accesa di entusiasmo, si inginocchiò sulla panchina accanto a Vivian, le mani premute contro le ginocchia, e si sporse per guardare nel mirino. Vivian mise a fuoco.
«Vedo Arthur!» esclamò Grace, pervasa da un’infantile eccitazione. Sollevò il volto, osservando il fratello, poi tornò a guardare nella macchina. «È al contrario…» aggiunse, esitante.
«Sì, è come guardare nel riflesso di uno specchio» disse Vivian. «Ora lo catturiamo, catturiamo questo istante della sua vita».
Armò l’otturatore, facendo avanzare la pellicola, mezzo giro in senso orario e mezzo in senso antiorario, poi regolò la messa a fuoco e scelse il tempo di scatto e l’apertura del diaframma. Stava per scattare, quando all’improvviso affiorò un ricordo, un pezzo di passato che andava in rovina, da qualche parte dentro di lei.
 
[da Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi, Neri Pozza, 2018]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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