“E bastava una carezza a capovolgere il mondo”. I giovani e il volontariato

Francesco Ricci

29/05/2017

In Italia più di un milione di giovani, di età compresa tra i 14 e i 29 anni, sono impegnati in attività di volontariato di diversa natura. In alcune zone del Paese, penso alle regioni del Nord-Ovest, più forte è la partecipazione in forma organizzata; in altre, invece, ad esempio nel Nord-Est e nelle isole, è il volontariato individuale che raggiunge le quote più significative. In ogni caso, il dato appare in crescita rispetto all’immediato passato, mostrando che le associazioni solidaristiche svolgono un ruolo importante, accanto alla famiglia, alla scuola, ai gruppi informali (vale a dire alle aggregazioni di adolescenti che nascono in maniera spontanea, senza l’intenzione di perseguire un’attività specifica), nei processi di socializzazione.

La dedizione con la quale i nostri ragazzi impiegano il loro tempo libero ad assistere chi versa in una condizione di indigenza o di malattia, ad organizzare iniziative culturali o sportive, a tutelare la natura, gli animali, il territorio, a favorire l’integrazione dei migranti, tradisce, in primo luogo, una profonda sfiducia nello Stato, percepito ora lontano anni luce dai bisogni quotidiani e reali della gente, ora inefficiente nel risolvere i problemi che i cittadini si trovano a dovere affrontare nel corso dell’esistenza, soprattutto se si ha già una certa età e si vive sotto la soglia di povertà. D’altra parte, come l’esperienza insegna, può accadere che a forza di guardare il mondo dall’alto della finestra di un palazzo – il pasoliniano Palazzo – si finisca col soffrire di una sorta di presbiopia sociale ed economica: troppo presi dalla preoccupazione  di rispettare l’agenda dettata e scritta a Bruxelles, non si vede più il carico di sofferenza, di dolore, di disperazione, di incuria, di emarginazione, di miseria, che strema esistenze e creature a poche decine di metri dagli edifici nei quali la politica celebra i suoi stanchi e vuoti riti. E se l’Angelus Novus di Walter Benjamin, l’angelo del progresso e della storia, avanzava verso il futuro volgendosi però anche indietro, quasi a voler suggerire la necessità di soccorrere chi nel corso della marcia è rimasto travolto, schiacciato, distanziato, l’uomo-consumatore di questo Terzo Millennio, invece, corre verso l’avvenire, completamente indifferente a chi, per essere troppo puro o troppo fragile, è destinato a restare ai bordi della strada, che diviene  la sua casa, il suo letto, il suo inferno, la sua tomba. Anche questa è una trasformazione epocale, anche questa è una trasformazione, cioè, che segna uno spartiacque nella storia dell’umanità. Per la prima volta, almeno per quanto concerne l’entità del fenomeno, la strada non è più il luogo di transito per eccellenza, dove si fanno sempre nuove esperienze e nuovi incontri, lo spazio muta di continuo e il tempo è vario; no, la strada è ormai un frammento di quartiere, il piazzale antistante la stazione dei treni o dei pullman, il corridoio che conduce alla metropolitana, un centro di identificazione dei migranti, dove le ore paiono non trascorrere mai, i volti si somigliano tutti, e la vita si riduce a un amplesso frettoloso o a una dose di droga rubata o all’attesa di qualcuno – un volontario – che porti una coperta e una bevanda calda nei giorni di vento e di tempesta.

I ragazzi che si spendono per qualcosa o per qualcuno, però, non svolgono una funzione meramente vicaria, assumendo, cioè, sulle loro spalle un compito, che toccherebbe ad altri – i governanti – realizzare o, almeno, finanziare con maggiori risorse; essi, piuttosto, tracciano per loro stessi un orizzonte di senso, destinato a non abbandonarli mai più. È quanto emerge dalle lettere di un gruppo di ragazzi e di ragazze che Stefano Laffi ha riunito nel volume “Quello che dovete sapere di me”. Penso, ad esempio, alla testimonianza di una diciannovenne (“Quando torno a casa dopo aver aiutato qualcuno sento il senso della vita, non so di preciso qual è, non è importante, l’importante è che ci sia”), a quella di un ventenne (“Ho cambiato paese, scuola e la mia famiglia è divenuta una cerchia di volontari. Grazie a loro ho ricevuto gratuitamente l’affetto di cui ho sempre avuto bisogno, ma che sono stato sempre troppo orgoglioso per richiedere”), a quella, infine, di un ventunenne, da cinque anni volontario certificato 118 (“Dobbiamo far prevalere l’etica del servizio, l’etica del fare strada insieme e del conoscerci, non voler arrivare alla meta senza aver parlato, camminato e conosciuto chi abbiamo accanto”). Adoperarsi, in sostanza, non per stare bene, ma per fare del bene arricchisce non soltanto chi fruisce di un servizio o riceve un aiuto – è questa la tesi al centro del recente volume curato da Riccardo Guidi, Ksenija Fonović, Tania Cappadozzi, e intitolato “Volontari e attività volontarie in Italia” – ma anche, e forse di più, chi dona parte del proprio tempo, delle proprie energie, del proprio amore agli altri.

Insomma, se l’adolescenza e la post-adolescenza sono le fasi della vita nelle quali identità, appartenenza e partecipazione si definiscono e si condizionano reciprocamente attraverso una circolarità di esperienze, il volontariato è in grado di imprimere una svolta decisiva sia alle relazioni dei nostri giovani sia, e soprattutto, alla natura di suddette relazioni, spogliandole di quanto di opportunistico, di utilitaristico, di cinico,  potrebbe celarvisi e che, complice il paradigma dominante, veicolato dai media, di un’umanità vincente e abituata a trattare l’altro come mezzo e non come fine, rischia di giorno in giorno di rafforzarsi, relegando ai margini ciò che è servizio, solidarietà, generosità. Sotto questo aspetto, ogni prendersi cura dell’altro-da-sé, si tratti di anziani, di persone malate, dell’ambiente, di chi, in generale, versa in una condizione di difficoltà, arresta la trasformazione del simile in diverso, del prossimo in remoto. “E bastava una inutile carezza”, ha scritto una volta Alda Merini, “a capovolgere il mondo”: la speranza di quel capovolgimento a me pare ormai interamente affidata all’entusiasmo e alla generosità dei nostri ragazzi. Nessuna ora spesa per gli altri è mai andata perduta.
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Francesco Ricci

Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

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