Emilio Lussu e Joyce Lussu. Quando il tempo dimentica in coppia

Massimiliano Bellavista

06/11/2019

Talvolta il tempo dimentica in numeri pari. Non c’è una vittima, ce ne sono due. Poniamo che ci sia una coppia di scrittori e intellettuali e che la storia del Novecento che i due hanno attraversato d’impeto li leghi come e più di un anello. Sembrerebbe un inizio più che promettente per un romanzo familiare. Ma la realtà in questo caso è più avanti della nostra immaginazione. Sardo lui, nata a Firenze da famiglia di origini inglesi lei. Emilio Lussu, il cavaliere fenicio e Joyce Lussu, l’ateniese ribelle. Non sono Aleramo e Campana, non sono Moravia e Morante: non è una coppia conosciuta e celebrata di cui molto si è scritto, questa. Ma c’è davvero tanto in questa storia e nelle loro opere che meriterebbe di riemergere, perché qui più che davanti ad un relitto ci troviamo di fronte ad un iceberg che andrebbe ben capovolto. Ciò che affiora comunemente è solo “Un anno sull’Altipiano”: nel “Canone delle opere della letteratura italiana” questo libro è in posizione 120 di 163. Ma è materiale da antologia scolastica, presentato e considerato alla stregua di un semplice memoriale, di una cronaca documentaristica di storia italiana. Sotto c’è però molto di più.

Curioso invece che mentre lo scriveva in un sanatorio di Clavadel, sopra Davos, ricoverato a seguito all’aggravarsi della malattia polmonare contratta in carcere, Lussu avesse in qualche modo in testa la promessa fatta a Salvemini: perché è Salvemini che esorta continuamente Lussu a scrivere, ne nasceranno “La catena” (1929) e “Marcia su Roma e dintorni” (1933). Quella promessa consisteva nello scrivere un altro libro, si, ma nelle sue idee originali dedicato al “Principe” di Machiavelli: il lettore, secondo l’autore, non doveva trovarvi né il romanzo, né la storia. Quando invece il libro uscì come lo conosciamo nel 1938 a Parigi ne comparve anche una edizione inglese intitolata “A Year on the High Plateau, Sardinian Brigade” di cui il New York Times dice If Zweig, Remarque and company kept you awake nights and gave you cold chills, so will Lussu. Il che prova che in Italia i libri non solo siamo bravi a sommergerli, ma che non siamo nemmeno in grado di venderli bene all’estero quando invece si venderebbero quasi da sé. Sono stati infatti gli intellettuali inglesi e americani a dire che Lussu ha fatto tutto quello che Remarque fece per il Fronte occidentale, è Lussu stesso a scrivere nel 1937 che Non esistono, in Italia, come in Francia, in Germania o in Inghilterra, libri sulla guerra”. Infatti, quando si sente parlare di Prima Guerra Mondiale, la mente di noi occidentali va automaticamente al Belgio, alla Francia, a scenari da incubo e trincee buie e fangose infestate di ratti e popolate di comandanti zelanti fino alla follia.

Ma sui fronti che ci sono più vicini qua da noi, la situazione non era né diversa né meno brutale. È vero, a descrivere il nostro fronte c’è autorevolmente l’Hemingway di “Addio alle armi “, nel 1929 (lo stesso anno di Remarque), ma il diluvio di memorialistica tra il 1915 e gli anni venti, testi di cui alcuni sono diventati veri e propri classici, ha imposto al grande pubblico, anzi blindato, un canone e una ambientazione altra da quella nostrana. Eppure il nostro romanzo è bellissimo, ironico, moderno, agile e originale fin nella sua struttura, articolata sulla dicotomia singolarissima tra Baudelaire ed Ariosto. Io avevo rintracciato nella villa Rossi, posta nel bosco, a mezza strada fra Gallio e Asiago, dei libri abbandonati. Era di notte e l’incursione di pattuglia non mi dava del tempo. Nella fretta, scelsi l’Orlando Furioso d’Ariosto, un libro sugli uccelli e un’edizione francese dei Fiori del male di Baudelaire. Al libro sugli uccelli, mancavano le prime pagine e ne ignorai sempre l’autore. Quei libri, li portai con me sull’Altipiano. Una volta salvati da me, una volta dal mio attendente, io li conservai sempre. È probabile che questa fosse la sola biblioteca letteraria ambulante dell’armata.
Ariosto, nell’idea dell’autore era un po’ come i nostri giornalisti di guerra, e descrisse cento combattimenti senza averne visto uno solo… È il genio dell’ottimismo. Le grandi battaglie sono per lui delle piacevoli escursioni in campagne fiorite e persino la morte gli appare come una simpatica continuazione della vita. Qualcuno dei suoi capitani muore, ma continua a combattere senza accorgersi d’essere morto. Sono gli ufficiali che mandano a morire, senza una strategia e senza una ragione, i suoi commilitoni, i “Dimonios” della Brigata Sassari (Siamo la traccia/di quell'antica gente/che fermava il cuore/al nemico/Oggi le loro insegne/sono nostre/per l'onore dell'Italia/e della Sardegna, cantavano).

Ariosto simboleggia il Duca D’Aosta il quale aveva scarse capacità militari, ma grande passione letteraria. Egli e il suo capo di stato maggiore si completavano. Uno scriveva i discorsi e l’altro li parlava. Baudelaire in questa ampia metafora rappresenta invece l’esperienza, quella che ha più ricordi che se avesse mille anni, Simile a lui, simile a mille altri dei miei compagni, egli aveva bisogno di bere per stordirsi e dimenticare. La vita era, per lui, ciò ch’era per noi la guerra. Ovvero come nell’incipit dell’opera qualcuno a cui Ogni palmo di terra ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto. Già, l’alcol, davvero un potente alleato: come la propaganda ubriaca la mente, l’alcol ammutolisce l’anima e la coscienza e chi ne ha di più da distribuire ai soldati, infatti vince Mentre passavo nel camminamento, da una caverna laterale mi arrivò la voce gioiosa d’un canto accompagnato al mandolino. Rimasi sorpreso. Chi poteva cantare così allegro in un giorno d’azione, tra morti e feriti? Vicino alla candela, seduto su una scatola di medicinali, stava l’aspirante medico. Era lui, solo, che cantava e suonava il mandolino. Due bottiglie di «Mandarinetto» gli stavano a fianco: una vuota, l’altra a metà. E del resto il colonnello, quasi alla fine del romanzo spiazza tutti dicendo: Sono un uomo finito. Fra poco, mi faranno generale. Generale per merito di cognac. Il colonnello Abbati è riuscito ad uccidere il senso della guerra, ma il cognac ha ucciso il colonnello Abbati. – Che dice mai, signor colonnello? – Non è la guerra di fanterie contro fanterie, di artiglierie contro artiglierie. È la guerra di cantine contro cantine, barili contro barili, bottiglie contro bottiglie. Per conto mio, gli austriaci hanno vinto. Io mi dichiaro vinto. E Baudelaire se avesse potuto si sarebbe certamente associato, probabilmente chiosando con la sua Le vin des chiffonniers”: Souvent, à la clarté rouge d'un réverbère/Dont le vent bat la flamme et tourmente le verre/Au coeur d'un vieux faubourg, labyrinthe fangeux/Où l'humanité grouille en ferments orageux.

Il libro insomma è tutto fuorché un memoriale, il fare mera letteratura non può essergli più estraneo e a voler stiracchiare un po’ la realtà delle cose dalla nostra parte l’idea originale di collegarsi a Machiavelli torna a galla nella impostazione di fondo, cioè sociale e politica, come del resto era tipico del suo manifesto di scrittore: Io non avrei scritto queste pagine, se non pensassi a trarne delle conclusioni politiche e presentarle al lettore. Confesso che tutto il resto mi interessa assai poco, dice il medesimo ne “La Catena”. Ma il 1938 non significa solo la consacrazione letteraria di Lussu, ma anche l’incontro con Joyce, sua futura moglie, durante la clandestinità in Francia. Lei, bellissima e intraprendente, deve consegnare ad un importante capo partigiano nascosto in un appartamento di Ginevra un messaggio che la Resistenza italiana le ha affidato. Lui le apre la porta: Mi innamorai perdutamente di uomo del terzo mondo, dice, un uomo che veniva da un villaggio di pastori sperduto tra le montagne della Sardegna.

E la brillante scrittrice e traduttrice è un altro mondo sommerso, strettamente collegato a quello del marito.  Molti suoi libri risultano sfortunatamente indisponibili se non reperiti sulle bancarelle, come “Il libro Perogno. Su donne streghe e sibille” o “Il libro delle streghe. Dodici storie di donne straordinarie, maghe, streghe e sibille”: testi originali in cui la riscoperta del corpo e di un universo femminile disperso è centrale e le antiche storie di streghe e sibille possono prendere nuova vita e senso storico. Con Joyce Lussu si entra nel campo della letteratura come originalità e coraggio: coraggio nel tradurre da poeti viventi, alternativi, non letterati, spesso provenienti dalla cultura orale: albanesi, curdi, vietnamiti, dell’Angola, del Mozambico, afroamericani, eschimesi, aborigeni australiani… come si legge sul sito del centro studi a lei dedicato, coraggio nell’affrontare e tradurre per Mondadori un poeta come Nazim Hikmet, nel diffondere l’opera di un autore che in Turchia non trovava nemmeno un editore e che adesso è uno dei poeti più conosciuti al mondo.

Curiosamente, anche Hikmet amava Baudelaire, come scrive proprio alla Lussu nel Dicembre 1961: Mia madre era innamorata di Baudelaire e di Lamartine, e li leggeva in francese, perché in quei tempi le traduzioni in turco erano in ottomano, e molto rare. Mia madre conosceva benissimo il francese, ma l’ottomano lo sapeva meno ancora di me”. Anche lui aveva scritto di guerra (La mia seconda poesia la scrissi, mi pare, a quattordici anni. C’era la prima guerra mondiale. Mio zio era caduto ai Dardanelli). Anche lui aveva conosciuto il carcere. In questo senso, il libro “Vita del poeta Nazim Hikmet”, è una biografia come se ne sono scritte poche, vera letteratura di viaggio dentro l’umano, appassionata, godibile e avvincente come un romanzo e che meriterebbe maggiore visibilità e diffusione.

Ma Joyce Lussu è essa stessa brillante e quasi sconosciuta poetessa. Colpisce la poesia “C’è un paio di scarpette rosse” di cui un passo recita C’è un paio di scarpette rosse/in cima a un mucchio di scarpette infantili a Buchenwald/più in là c’è un mucchio di riccioli biondi/di ciocche nere e castane/a Buchenwald/servivano a far coperte per i soldati/non si sprecava nulla/e i bimbi li spogliavano e li radevano/prima di spingerli nelle camere a gas. È come se si liberasse una grande boa dal fondo del mare. Riaffiorano con questi versi il Celan di Todesfuge (Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte/noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera/noi beviamo e beviamo/Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive/che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarete/i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto), ma anche l’immagine della bimba col cappotto rosso di "Schindler's List".
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Massimiliano Bellavista

Massimiliano Bellavista
Massimiliano Bellavista è consulente di direzione, blogger (www.thenakedpitcher.com) e docente di Management strategico presso l’Università di Siena. Vincitore di premi letterari, suoi racconti e poesie sono pubblicati su riviste e antologie. Scrive una rubrica fissa per la rivista stroncature.com. Tiene regolarmente seminari di scrittura e in merito alla valorizzazione ed alla comprensione del libro antico come bene letterario e culturale. A Siena anima la scuola di scrittura Recensio. Riguardo alle sue opere di narrativa, poesia e management, pubblicate in italiano ed in inglese, tra le più recenti ricordiamo: Le reti d’impresa (Franco Angeli, 2012); Anatomia dell’invisibile (Tabula Fati, 2017); L’ombra del Caso (Il Seme Bianco 2018) e The Naked Pitcher (Licosia 2018); Dolceamaro (Castelvecchi 2019); Marketing e management degli impianti sportivi (Azzurra 2019); Vertical Farming (Licosia 2019)
 
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