Folli, irriverenti, visionari tornano ‘i lunatici’ di Ermanno Cavazzoni

Luigi Oliveto

06/02/2020

Nell’anno che ricorda Federico Fellini (cento anni dalla nascita) La nave di Teseo ripubblica “Il poema dei lunatici”, romanzo d’esordio di Ermanno Cavazzoni uscito nel 1987, dal quale Fellini trasse il film “La voce della luna” (1990) avvalendosi di due straordinarie interpretazioni, quella di Paolo Villaggio e di Roberto Benigni. Proprio Fellini, all’uscita del libro, ne colse benissimo l’anima. Era rimasto “attratto da un racconto che pur provocando continuamente il riso per l’arbitrio che domina sovrano e toglie significato a ogni azione, gesto, pensiero, diventa a tratti straziante per il bisogno disperato di darglielo comunque un significato, perché la sua assenza stringe il cuore di paura, e rende la vita assurda”. Certo, le pagine di Cavazzoni sono in piena sintonia con la poetica felliniana, con il suo registro onirico, visionario, di strampalati sguardi sulla realtà. A Fellini piacque quel racconto, che definì “picaresco” e collocato “in una dimensione, in un paesaggio, che sta fra Bosch, il mondo attuale dell’industria, Don Camillo, la pubblicità della Montedison, i ricordi dell’infanzia, in un percorso quotidiano continuamente minacciato da fantasmi interiori, attraversato da brividi d’inferno in una incessante condizione di umiliato e ugualmente esaltato di emarginazione.”
Forse è utile ricordare cosa racconti il libro. È la vicenda di un uomo che si fa chiamare Savini e che prende a girare per la pianura padana inseguendo una storia di cui ha sentito vociferare; quella secondo cui, in una certa zona della campagna, esistono pozzi che racchiudono messaggi in bottiglia o che, addirittura, parlano. In questo peregrinare incontra una serie di incredibili personaggi. Come il contabile Nestore, il quale sostiene che l’intera città sia finta e che gli abitanti siano solo attori che stanno recitando. La teoria di Nestore incuriosisce e affascina molto Savini e ancora di più vedere, a casa del contabile, che dal rubinetto dell’acqua fa capolino un omino. Cosa normale – gli spiegano anche altri abitanti del luogo – poiché nelle condutture abitano ometti che, secondo il becchino Pigafetta, sono pure divisi in due fazioni avverse, acque chiare contro acque nere. Fondamentale, poi, risulterà l’incontro con l’ex prefetto Gonnella, ossessionato dal fatto che ci siano continue minacce all’ordine costituito, tanto che assumerà Savini come suo collaboratore a servizio dello Stato. I due si imbatteranno in situazioni e tipi, al pari di loro, allucinati, improbabili, folli, che vivono una sorta di mondo parallelo. Finché, dopo un mese di vagabondaggio, Savini tornerà a casa o, quantomeno, si fermerà in un posto che ritiene essere la sua casa. Da qui si mette a contemplare la luna. Prova tanta stanchezza e un profondo senso di vecchiaia. La bellezza delle pagine di Cavazzoni è data proprio da questa dimensione fantastica, irridente, altalenante tra compassione e spietatezza. Un’ottica stravolta, bambina, che sembra portare in superficie tutto ‘il vero’ (sommerso nei pozzi?) dell’esistenza umana.
 
***
 
C’è stata all’inizio questa cosa stranissima che probabilmente non sarà creduta, ma si trovano scritti in bottiglia nel fondo dei pozzi.
Chissà cosa significa, mi sono chiesto, buttare in un pozzo un messaggio in bottiglia, come farebbe un naufrago in mare; e sono su questo sempre rimasto piuttosto perplesso.
È frequente però nelle pianure, mi hanno detto, trovare nei pozzi lettere, biglietti, lettere minatorie o scarabocchi tappati dentro a una bottiglia. E ci sono cose anche più strampalate che si vedono galleggiare sul fondo.
Questo fenomeno non si sa spiegare; anzi in molti credono che l’acqua dei pozzi sia comunicante nel sottosuolo, e che qui in pianura si sentono dai pozzi spesso venire voci o lamenti, e ci si sente a volte chiamare per nome.
È difficile forse da credere, anche se la cosa è risaputa e comune; ma qui dicevano che le voci sono come le bottiglie e che non si capiscono le une come non si capiscono le altre. Potrebbero essere superstizioni, in un certo senso.
Comunque a girare ho incominciato alla fine di agosto, ma così, con poche speranze. Ossia, avevo qualche speranza, ma non la dicevo. E ho seguito come direzione la linea pedemontana, che attraversa anche delle città.
Qualcuno mi ha detto che avrei trovato solo dell’acqua; invece non è stato proprio del tutto così.
Provando a pescare, ho trovato all’inizio del ferro, sul fondo, delle forchette vecchie, degli uncini; tutti molto arrugginiti. A Salvaterra ho trovato il manico di una carriola, e anche il contadino che mi aiutava se ne è stupito.
Mi ha detto anzi che vicino al pozzo ci stava una vecchia, in passato. Si sedeva lì a pulire i radicchi, e era come se il pozzo le tenesse dei discorsi. E non solo; quando si metteva a parlare, alla vecchia le braccia le sembravano due pezzi di corda, e non poteva sollevare un radicchio.
Io ho ascoltato senza pronunciarmi granché; poi abbiamo pescato una calamita rotta e degli anelli di ottone, credo.
Poi anche, mentre giravo a caso, mi han detto che si era trovato una volta un comizio in una bottiglia. Un comizio di un socialista, o quasi.
Non sapevo se crederci. A meno che ci sia davvero questa rete di acqua sotterranea. Mi è sembrato che in campagna concepiscano i pozzi come fossero botole, e che la pianura sia una specie di crosta. Ci vivono poi sopra per abitudine, ma anche con scetticismo, direi.
Poi ogni tanto succede che un pozzo tracima, cioè l’acqua sale su e esce; o arriva fin quasi all’orlo e ondeggia. Le bottiglie se ci sono vengono a galla. Viene a galla il legno e le cose leggere. Tutto il ferro e le sostanze minerali restano invece sul fondo.
Questo me l’han raccontato. L’acqua del pozzo, mi han detto, sente molto la luna; c’è come una marea che sale e riscende lentamente. Si sentono dei cigolii o dei respiri quando l’acqua torna a calare, e sono più lamentosi durante gli ultimi quarti.
È per prudenza, credo, che si chiudono i pozzi di notte, perché sale a volte un umido, all’alba, che disturba il sonno di tutti. Addirittura ho saputo che il pozzo se vuole comanda i sogni, e li fa belli o li fa brutti a seconda del suo capriccio, o secondo le sue preferenze. Ma non so quanto vero ci sia.
Una signora a Selvapiana, quando sono arrivato, mi ha fatto vedere il suo pozzo, con l’acqua in fondo, il coperchio e la carrucola.
Dice che lo usano ancora di tanto in tanto, ma che è più comodo l’acquedotto.
Dice che da bambina le faceva impressione, perché risuonava e rimandava la voce; poi ha cominciato anche a lei a parlare. Diceva delle frasi gentili; erano frasi tronche e di poco significato. E dice che dispiaceva non capire bene. Così uno passava il pomeriggio attento solo al pozzo, e anche quando girava per i campi aveva in mente il pozzo, e si continuavano a sentire nelle orecchie le sue frasi.
Ma sua sorella sentiva delle cose ancora più strane, che erano bisbigli vicino all’orecchio, cosicché era sempre preoccupata quando tiravano su l’acqua. Poi si è fatta calare con la corda del secchio. È rimasta giù molto tempo prima che gridasse: tiratemi su. Non ha voluto poi dire niente.
Io non so che racconto è questo, o se son degli scherzi. L’ho visitato quel pozzo; è nel cortile, normale, con una tettoia. Mi era venuta intorno tutta la gente della casa e delle case vicine.
Abbiamo calato una rete e è venuta su una lucertola. Quindi più che altro si è riso.
Un bracciante mi ha chiesto se ero del servizio potabile. Ho detto di no, ma che viaggiavo per l’ufficio d’igiene. L’ho detto per dire qualcosa. Poi mi sono accorto che quelle due sorelle stavano sull’uscio di casa e si dondolavano un po’ dalle parti. Mi sembrava che gli oscillasse come la testa. Probabilmente a loro il pozzo stava contando qualcosa. Una ha detto che dovevamo andar via, perché l’acqua adesso friggeva e a loro non piaceva sentirlo.
 
[da Il poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni, La nave di Teseo, 2020]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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