Fuga da Raqqa

Elisa Giobbi

08/04/2020

Il portone era già aperto, e Hassan mi stava facendo imperiosamente cenno di uscire. Ricordai le raccomandazioni di Nadir: obbedire... non creare problemi... non criticare... non fare domande... fidarsi. Ascoltare e obbedire, come aveva detto il Profeta. Fuori, ora il sole splendeva quasi feroce. Nel cortile vidi tre auto parcheggiate l’una a fianco dell’altra. Lui mi prese per la mano e ci dirigemmo verso quella di mezzo. Aprendomi la portiera, mi disse: “Sistemati bene: sarà un viaggio lungo e difficile”. Come al solito, obbedii. Poi, quando la macchina accanto a noi fu partita, la seguimmo, seguiti a nostra volta dalla seconda. Negli abitacoli delle altre auto intravidi uomini sconosciuti che parlottavano seri tra di loro. Io guardavo fuori dal finestrino: stavamo lasciando Raqqa e dentro di me si agitava un grumo denso di tensione, paura, speranza, incertezza. Osservavo quelle strade polverose, piene di macerie, i bambini scalzi, le donne velate e pensavo con sorpresa a quanto mi fossi legata a quel mondo, come ci si lega a un amico sfortunato, a un figlio difettoso, a un padre infelice. Dentro di me si stava già facendo spazio la nostalgia, fin dal momento tanto agognato della liberazione.

Hassan intanto guidava con fluidità e sicurezza, nonostante la strada fosse piena di fango e di buche prodotte dalle granate. Di tanto in tanto superava grossi camion che sobbalzavano nell’accelerare. Aveva un’aria talmente concentrata che preferii non rivolgergli la parola. Ma dopo più di mezz’ora di viaggio, lo sentii imprecare tra i denti: “No, cazzo!”. Allora guardai fuori: c’era un posto di blocco e probabilmente ci avrebbero fermato. L’auto davanti a noi, che Hassan seguiva, si era anch’essa arrestata pochi minuti. I rumori erano attutiti dai finestrini chiusi, ma avevo visto scendere il passeggero, mostrare i documenti e dopo un breve colloquio rimontare in macchina e ripartire. Io ero paralizzata dalla paura, lanciavo qualche furtiva occhiata al mio accompagnatore per carpirne lo stato d’animo, ma lui era come sempre impenetrabile. Tenevo le mani sulla pancia che ormai era vistosa e cercavo di farmi forza pensando a Nadir, poi mi tastavo nervosamente il niqab e frugavo nella tasca in cerca del lasciapassare, come se fosse possibile perderlo all’improvviso, senza motivo: infilavo continuamente le mani nella tasca, immaginando che da un momento all’altro – puf! – non ci fosse più, scomparso nel niente.

Quando fummo fermi per il controllo, Hassan abbassò il finestrino e lasciò che il giovane uomo armato di kalashnikov davanti a noi ci squadrasse a lungo: prima noi e poi l’abitacolo. I miei nervi erano tutti tesi. Mi sembrò che stesse guardando il ragazzo che gli chiedeva i documenti senza alcun timore, anzi con uno sguardo ostile, quasi di sfida, ma forse la mia percezione era deformata dal panico, dal senso forte di nausea o dall’idea che mi ero fatta di lui. Mi guardai nello specchietto ma non mi riconobbi e il mio volto velato mi atterrì. Allora mi imposi con enorme sforzo di ostentare serenità, di respirare piano nonostante l’inquietudine che avvertivo. Eppure il rombo furioso e incalzante del cuore, che non voleva saperne di calmarsi, mi distraeva e mi impediva di rilassarmi. Il giovane uomo che ci stava controllando maneggiava il kalashnikov con naturalezza, come se fosse un naturale prolungamento della sua mano destra, poi si grattò la barba rossiccia. Ebbi paura che potesse leggere dentro i miei pensieri, ma in quel momento il velo che mi nascondeva il volto fu provvidenziale. Il suo sguardo si soffermò un momento sulla mia pancia, che continuavo ad accarezzarmi.

Tra pochi istanti sarebbe stato il mio turno: avrei dovuto mostrare i documenti e mi avrebbero fatto togliere il niqab. Ci avrebbero scoperto. Era la fine per tutti noi. L’uomo restituì i documenti ad Hassan e quest’ultimo si rivolse a me: “Mostra il documento di circolazione al signore”. Ebbi l’istinto di fuggire, ma quasi nello stesso istante mi vidi ferita, a terra, sanguinante, attraversata da una pallottola. Allora risposi all’invito con un sorriso fugace e contrito, poi con le mani tremanti e sudate cercai il foglio in tasca, feci fatica ad estrarlo; dunque glielo consegnai, sgualcito. L’uomo lo guardò per lunghi istanti, poi me lo restituì, lanciandoci un ultimo sguardo e salutandoci. Hassan rispose senza enfasi al saluto, chiuse il finestrino e ripartì. Eravamo salvi. Forse anche il pancione e chi vi portavo dentro mi avevano salvato.
Mi voltai: la macchina che ci seguiva non era stata fermata al checkpoint. Sotto di me, avvertii uno strano tepore: me l’ero fatta sotto. Lo dissi ad Hassan che mi guardò con uno sguardo blasé, come si guarda una cosa inutile, e mi passò un fazzoletto di carta: “Asciuga il sedile, avanti!”. Gli sorrisi imbarazzata. Mi aspettavo una risata liberatoria che non arrivò. Mi accorsi che per lui non era ancora arrivato il momento di festeggiare, e forse per uno così – mi ritrovai a pensare con una profonda tristezza che si sommò all’emozione del pericolo scampato, ingolfandosi in un ingombrante groppo in gola – non sarebbe arrivato mai. Eravamo ancora in Siria, avevamo superato la bella Aleppo e ci stavamo dirigendo verso Tal Abyad, molto vicino al confine con la Turchia. Hassan mi spiegò che la città si trovava al centro di una feroce battaglia tra i combattenti dello Stato Islamico che la occupavano e le forze curde che cercavano di liberarla. Poi fece silenzio e non parlò più. I miei sentimenti erano sempre più confusi: avevo lasciato Raqqa e il suo inferno, ma con loro anche Nadir, il mio angelo custode. Temevo di aver sbagliato ad abbandonarlo: senza di lui mi sentivo persa, ma ora non potevo far niente, dovevo fidarmi e basta. Hassan aumentava il senso di smarrimento e solitudine che provavo, continuando a guidare senza proferire parola – forse con altri avrebbe parlato? – mi chiedevo – forse il suo silenzio è il segno del disprezzo che prova nei miei confronti? Avevo imparato a non fare domande, ma ora i ricordi nella mia mente si duplicavano su sé stessi, svelando retroscena fino ad allora oscuri.

Tutto mi appariva più chiaro, più facile da capire, più evidente di quanto non fosse mai stato. Era un nuovo nitore che mi esaltava, quasi mi fossi finalmente levata degli occhiali sudici che mi annebbiavano la vista. Il momento della partenza con la mia amica vissuto in fondo con la certezza che – se solo fossimo rimaste insieme – niente di brutto ci sarebbe potuto succedere mai. Poi l’unione con Nadir, rafforzata dalla distanza improvvisa, la nostra capacità di comunicare anche senza parole. Guardavo dal finestrino il paesaggio che impercettibilmente si trasformava e, attraverso un dedalo di stradine melmose, all’improvviso ci ritrovammo in uno stretto corridoio e la macchina si fermò. Attraverso i vetri sporchi adesso il cielo si era fatto azzurro. Hassan mi disse: “Siamo arrivati al confine, a Tall Abyad turca, ad Akçakale. Scendiamo”. Nell’aria calda scorsi dapprima il filo spinato e poi, richiamata da rumori che provenivano alle mie spalle mi voltai e, come in un’epifania apocalittica, vidi spuntare da dietro la collina migliaia di uomini, donne e bambini che si dirigevano verso il confine. In pochi minuti una folla enorme, composta da lunghe e disordinate colonne di persone in fuga, si era raccolta nei campi e spingeva disperata. Le forze turche usavano cannoni ad acqua e sparavano in aria per cercare di spingere la gente lontano dalla recinzione. Era una massa umana impressionante: una moltitudine di sfollati con le loro masserizie, migliaia di persone, pelle e capelli scuri, con borsoni opalescenti in spalla che fuggivano dai combattimenti e, come me, cercavano di raggiungere la Turchia; famiglie intere, cariche dei loro poveri averi, arrivate all’alba per attraversare il confine al seguito dei trafficanti.

Il caldo soffocante e il timore di quel che mi aspettava, del coraggio e della forza che mi erano richiesti, subito mi indebolirono. “Non ce la faccio Hassan, mi sento debole... il pancione mi pesa troppo! Ho paura...”. Allora lui mi indicò un uomo che, con delle tenaglie, si stava aprendo un piccolo varco nel filo spinato, e decine di bambini e neonati – scalzi, sporchi, piangenti – furono fatti passare da quella breccia, di mano in mano, come bambolotti. Qualcuno si lacerava i vestiti tentando di introdursi in quel varco troppo stretto. La paura che intravedevo nelle loro pupille dilatate era la stessa che avvertivo io, lo stesso sguardo smarrito su cui incombeva il senso di tragedia imminente. Piangevano, si stringevano, facevano sforzi disperati per restare insieme, per non smarrire i loro figli in mezzo alla folla, tenendoli a distanza per un lembo della maglia. Nadir mi mancava sempre di più e temevo che potesse perdere la vita in mia assenza. Hassan mi riscosse come sempre brutalmente, chiedendomi: “Sei pronta? È arrivato il momento”, e nello stesso istante afferrò di nuovo con forza la mia mano. Quanto era curioso che quell’uomo che mi dava così poca confidenza – mai aveva proferito il mio nome e mi guardava negli occhi soltanto se obbligato dalle circostanze – non facesse che stringere la sua mano nella mia. Eravamo spinti, costretti a una continua intimità nonostante fossimo soltanto due sconosciuti, con percorsi tanto diversi e lontani alle nostre spalle.

Ci mettemmo a correre; lui mi trascinava, io arrancavo dietro, in direzione del varco da cui stava passando quell’informe massa brulicante. Mi trovai in mezzo a una quantità di persone che cercavano di uscire da quell’imbuto, file di gente in fuga, alcuni scalzi, altri seminudi. Ogni loro pensiero e movimento era concentrato sulla salvezza. Io non sapevo neanche dove mettere i piedi, tanta era la folla che mi circondava. Mi lasciai trasportare da quella moltitudine esule che avanzava con fatica: erratici, storditi, impauriti. Eravamo sciame, gregge, mandria. In fuga. Ma alla maggior parte li attendeva solo la miseria. Hassan mi aiutò a non farmi male e impedì con il suo corpo – lacerandosi la camicia – che il filo spinato mi ferisse la pancia ingombrante. “Stai attenta! Dai... vieni che ti aiuto...”. C’era qualcosa in lui che mi ricordava mio padre, o il padre che avrei voluto. O meglio: come avrei voluto che fosse mio padre. Poi, finalmente fummo fuori. “Ce l’abbiamo fatta!” disse Hassan. “Ma non è finita: ora dobbiamo oltrepassare quel fossato melmoso, lo vedi?”. Avevo raccolto tutte le mie ultime forze e adesso correvo mano nella mano a quell’uomo intimo e sconosciuto al contempo, trascinata dalla folla a cui avevo finito per mescolarmi; alcuni uomini, con i bambini in braccio, sprofondavano i piedi nella fanghiglia, altri emergevano dal canale d’irrigazione fradici, con sembianze di sculture d’argilla. Io mi tenevo la pancia e mi ripetevo che era quasi fatta, ormai, ma Nadir era sempre più lontano e i campi che dovevamo attraversare troppo vasti. Non riuscivo più a correre, tremavo e avevo tanta voglia di vomitare.

La paura, unita alla mancanza del mio sposo, mi avevano reso ancora più fragile. Hassan aveva ragione: ero soltanto una ragazzina, una stupida ragazzina sola. E se fossi riuscita a tornare a casa, cos’avrei raccontato ai miei genitori? Che ero scappata con Linda in un Paese in guerra, che avevo rischiato la vita più volte, che mi ero innamorata e sposata, che con me portavo un bambino nonostante fossi ancora una ragazza? Loro non avevano mai capito niente di me, neanche avevano provato a capire qualcosa di questo povero intreccio di timori e insicurezze. Non avrebbero mai compreso questo eterno senso di vuoto e di solitudine che mi ha sempre attanagliato. “Ma cosa ne sanno loro del mio legame con certe persone, con certi luoghi?”. Hanno sempre liquidato tutto dicendomi: ti infili nei “guai”, ma non hanno mai capito, non hanno mai voluto capire, riflettevo. Soltanto Nadir mi comprendeva. Ma mi avrebbe raggiunto davvero o si sarebbe preso un’altra moglie? Era caldo. Il pancione mi pesava sulle gambe indebolite, ormai molli. Mi fermai all’improvviso, sussurrando con il fiatone: “Non ce la faccio... non ce la faccio più”, allora mi liberai dello zaino e mi accucciai per terra, nel fango, esausta e ansimante. Hassan mi guardò incredulo, il volto indurito dalla collera: “Cosa diavolo stai facendo? Prendi fiato solo un attimo che dobbiamo ripartire, non possiamo fermarci, cazzo!”.

Intorno a noi, tutti i profughi correvano. Invece io ero ferma, senza più forze e non accennavo a muovermi, come una puledra testarda. Osservavo il sole sparire dietro i campi, quasi incantata, farfugliando: “No, non ho più forze...”. Hassan mi fece bere appoggiando una bottiglietta sulle mie labbra secche: “Tieni un po’ d’acqua!”, poi mi trascinò di nuovo con forza nella corrente umana, strattonandomi con violenza, gettandosi il mio zaino sulle spalle. Mi urlò: “Che cazzo ti prende, ragazzina? Vuoi far saltare tutto proprio ora che siamo alla fine?! Qui devi tirar fuori le palle, mica siamo in gita! Non ho tempo per le tue paranoie!”. Vibrava di una rabbia potente ma irrigidita, contenuta, che non tracimava con l’intensità virile di cui lo immaginavo capace. “È così che ripaghi tuo marito? Lasciatelo dire, sei proprio una stronza ingrata!”. Mi fermai di nuovo, volevo vederci chiaro: “Ehi, aspetta un attimo, calmati per favore... ripagare mio marito... di che?”. “Ma come, cadi pure dalle nuvole? Ma ci sei o ci fai? Tu sei proprio scema!”, mi rispose continuando a strattonarmi. “Ma non sai quanto gli è costata questa operazione?”. “Ok, sono scema – risposi stizzita, lasciandomi trascinare – allora dimmelo tu, che sei tanto bravo e intelligente!”. “Gli è costata un sacco di soldi e una gamba, cretina! E il rischio di una condanna a morte! E ora cammina, che sennò qui ti ci lascio davvero”. Trasalii: “Soldi? Ma quanti?”, dissi a fior di voce. “Ma cosa pensi, che io stia rischiando la vita per la tua bella faccia? Vuoi sapere quanti soldi? Bene, te lo dico: una roba come cinquemila euro, più o meno!”, rispose, scandendo le ultime due parole e sventolandomi i palmi aperti a un centimetro dal naso.

Poi si fermò. Intanto la gente continuava a correre intorno a noi e ci urtava fuggendo. Io ero stordita: “Cosa?! Cinquemila euro?! E dove li ha trovati?”. Allora Hassan infilò i suoi occhi nei miei e mi scosse, tenendomi per le spalle: “Ascoltami bene: tu ora la fai finita di fare la stronza, capito?! Credi che sia tutto un gioco, un film? No, cara, questa è la realtà, e se non la pianti qui ci rimettiamo tutti le penne. Quindi cammina e zitta”. Infine aggiunse: “Eppure ero stato chiaro con Olivier: accettavo, sì, ma non volevo storie. Te l’avrebbero dovuto dire di tenere il becco chiuso, Cristo!”. Feci un respiro profondo e ripresi a camminare sempre più velocemente, rimettendo insieme nella testa i nostri ultimi mesi come pezzi di un puzzle. Il passato era lì, a portata di mano, eppure non l’avevo mai visto. Mi detti della stupida mille volte per non aver capito quale fosse lo scopo finale di tutto quell’affannarsi, lavorare, combattere senza posa. Ritornai con la mente alle nostre discussioni, alle sue incessanti raccomandazioni di risparmiare. Mi ripetevo: “Come ho fatto a non capire?”. Era così incupito, gli occhi stanchi, la mente persa in pensieri indicibili... “Ha ragione Hassan: sono proprio un’inutile, sciocca ragazzina”. Adesso era tutto chiaro. Allora feci quello che il mio tutore mi chiedeva: non parlai più e cercai soltanto di correre più forte che potevo, sempre più forte, fin quando lui mi lasciò la mano sudata e mi disse: “Brava, ce l’abbiamo fatta: siamo fuori dalla zona di pericolo. Ma non è ancora finita: gli attentati sono all’ordine del giorno e noi dobbiamo ancora nasconderci, quindi non toglierti il niqab!”. Mi venne in mente Malik, con tutti i suoi “per favore” che non ammettevano repliche. Quanto era diverso l’uomo che avevo davanti. Si voltò a guardarmi e aggiunse: “Però almeno ti riposerai un po’”.

Poi prese dal borsello tabacco e cartine, con concentrazione si rollò una sigaretta e la accese. Era il tramonto: l’aria era finalmente raffrescata, e ora sulle nuvole basse si stendeva una luce innaturale. Stavo piegata con le mani sulla pancia, cercando di riprendere fiato. Quando Hassan ebbe finito di fumare – sbuffando via l’ultima grossa nuvola di fumo come un compito portato a termine – e il mio respiro fu meno affannoso, gettò la cicca per terra e afferrò di nuovo la mia mano, dicendo: “Non possiamo aspettare ancora”. Allora riprendemmo a camminare, stavolta con calma, senza più correre. La terra sotto i nostri piedi stanchi e le mie gambe malferme e doloranti per il lungo sforzo, era aspra e cosparsa di pietre. Dopo un paio d’ore arrivammo in uno spiazzo in cui era parcheggiata una macchina scura con un uomo seduto in attesa al posto di guida, le braccia poggiate sul volante e una cicca spenta tra le labbra. Hassan lo salutò impercettibilmente – il tipo gli rispose dall’interno con un cenno della testa – poi mi disse di montare dietro. Lui prese posto accanto al guidatore, che si presentò: mi disse di chiamarsi Shareef e mi strinse la mano. Intanto era scesa la sera e, con essa, il buio: nessuna traccia di luce rischiarava la strada, a parte i fari della macchina su cui viaggiavamo. Eppure, il rumore degli spari alle nostre spalle non era cessato. Hassan e l’autista parlavano calmi e sottovoce senza guardarsi.
Ognuno teneva lo sguardo fisso alla strada attraverso il parabrezza sporco. Io ero stanchissima e affamata. Dopo un po’ interruppi il loro discorrere: “È tardi... non possiamo fermarci a mangiare qualcosa?”. Hassan mi fece cenno di no con la testa e la sua barba si scosse alla luce del cruscotto. Allora Shareef – un tipo grasso, sulla sessantina, la faccia butterata e la risata in falsetto – gli porse un sacchetto di plastica: lui ne estrasse un paio di panini, me ne passò uno senza voltarsi, allungando il braccio al di là del seggiolino. Lo divorai – non avevamo ancora mangiato quasi niente – poi bevvi a grandi sorsate da una bottiglietta d’acqua. Finalmente mi distesi: “Scusate... Faccio solo un sonnellino”, farfugliai. Nel dormiveglia intravidi Hassan sporgersi per prendere un plaid dalla cappelliera e adagiarmelo addosso. Mi lasciai cullare dal moto della macchina, dalle voci basse dei miei accompagnatori, Hassan e Shareef, dal baluginare – attraverso le sagome scure degli alberi – di qualche luce ammiccante che si scioglieva rapida al nostro passaggio e infine dal senso di incanto per la gentilezza di un uomo che avevo sin dall’inizio giudicato sprezzante e glaciale. Sentivo già addosso la carezza della libertà.

II racconto - tratto da “La sposa occidentale” (Robin Edizioni) - rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus"
 
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Elisa Giobbi

Elisa Giobbi
Elisa Giobbi, nata negli anni Settanta a Firenze, coltiva scrittura e musica fin dall'adolescenza. Dopo la laurea in lingue, fonda la casa editrice Caminito, che dirige fino al 2009. È autrice di Firenze suona. La scena musicale e artistica raccontata dai protagonisti (Zona, 2015), di Rock'n'Roll Noir. I misteri, le relazioni e gli amori del Club 27 (Arcana, 2016), del suo primo romanzo La rete (Stampa Alternativa, 2018) e del saggio Eterni. Vite brevi e romantiche di grandi compositori (Vololibero 2018). Si occupa anche dell'organizzazione e della conduzione di eventi culturali e musicali. Nel 2019 ha pubblicato "La sposa occidentale" (Robin Edizioni) e "Love & Music stories. Le storie d'amore più belle della musica" (Odoya).

 

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