Guanti rossi

Marialuisa Bianchi

01/06/2020

Le nubi volteggiavano. Si sollevavano, salivano, salivano… sembrava che fossero le montagne stesse a crescere fino a chiudersi in una volta bassa e senza stelle. Mi sforzai di scacciare quel senso di inquietudine che da qualche giorno mi accompagnava. Ripensandoci però non vidi nessuna ragione che giustificasse quella sensazione di imminente disastro. Era il mio primo lavoro. Una fortuna insperata appena ottenuto il diploma di maturità classica. Certo cinquecento chilometri da casa non sono pochi, fra mille incertezze, avevo accettato e alla fine ero partita. Il freddo aveva invaso la stanza e mi colpì all’improvviso. Chiusi la finestra e cominciai a strofinare le braccia. Ripensai alla telefonata di Stefano. Lui non riusciva proprio a capire come il dispiacere per il trasferimento a Torino si fosse trasformato per me, appena nel giro di qualche settimana, nella voglia di non tornare. Desiderio sottaciuto di restare per sempre lì. “Quando?” avevo balbettato alla sua voce che sollecitava una risposta immediata. “Da domani, è ovvio”.
 
Me ne stavo lì paralizzata. Provai a muovere qualche passo ma la stanzetta che Silvia mi aveva destinato era davvero piccola. Piccola in quel grande appartamento, solo qualche fotografia e i vestiti sparsi dappertutto. Perché adesso mi sentivo assediata lì dentro, in un palazzo dalle finestre a forma di drago, di una città fredda e inquietante? Al telefono cosa aveva allarmato Stefano da farlo salire sul primo treno per venire da me? Mentre mi spogliavo ripensai alla serata trascorsa in compagnia di quel gruppo di Torinesi. Mi aveva colpito un uomo non più giovanissimo, che aveva parlato per tutto il tempo, sommergendoci in un fiume di parole. Passeggiando sotto i portici di via Po, l’uomo aveva indicato un luogo, dove qualcosa accadeva, qualcosa che non avremmo mai immaginato. Sorrise quando accennammo agli aspetti magici, ma non negò le storie che circolavano sui sabba che si svolgevano dalle parti di Porta Palazzo, nelle cantine delle case, e all’aperto, su su in collina, fra Superga e Pino. Che tipo! Eppure, non riuscivo a smettere di ascoltarlo.
 
Eravamo entrati in un Caffè: le pareti rivestite di legno scuro e decine di specchi su cui si riflettevano, nel bagliore rossastro dei lampadari a gocce, vecchie signore col cappellino. In quei Caffè puoi gustare dolci delicatissimi, affondi i denti nella crema chantilly, senti la panna soffice che si scioglie in bocca come un soffio. I cioccolatini poi hanno un profumo intenso e amaro. Così mentre ci lasciavamo andare davanti a un vassoio di squisitezze, l’uomo continuava a raccontare. La mia amica non aveva fatto altro che mordicchiarsi le unghie osservandolo di nascosto. Lui, a sedere, accanto a me e il suo sguardo che si illuminava di bagliori inquietanti. Ripensando alla serata trascorsa mi ero tuttavia calmata, in fondo quelle storie ora mi apparivano davvero assurde. Non ero così ingenua da credere una sola parola pronunciata la sera prima. Certo quel tipo emanava un grande fascino. Sapeva raccontare così bene che avevo preso per vere delle favole. Ma erano favole e basta. Dunque non era stato certo lui a provocare l’ansia, iniziata già da qualche giorno. Comunque l’importante, ora che avevo recuperato la calma, era rimanere lucida. Spensi la luce e dopo poco mi addormentai.
 
Passeggiavo da sola lungo i portici di via Po. Intanto una donna mi si era affiancata. Voltando la testa notai il suo volto di una bellezza straordinaria, ma scomposta. La carnagione bianca contrastava con il colore dei capelli, molto scuri, che portava lunghi, raccolti in una morbida coda di cavallo. Le sopracciglia nerissime si ravvicinavano talvolta come per una contrazione che le faceva corrugare la fronte. All’improvviso la donna deviò, girai anch’io e solo allora mi resi conto che la stavo seguendo. Davanti a un portone si voltò verso di me per la prima volta e il sorriso che mi rivolse fu un chiaro invito a entrare. Salimmo le scale fino all’ultimo piano, infine oltrepassammo la soglia di un appartamento. La casa era bellissima: ampi saloni che comunicavano fra loro per mezzo di porte a doppio battente dai contorni sfumati in rosso. Nel procedere le ante si spalancavano davanti a noi due. E i pavimenti rivelavano, nel mosaico di graniglia colorata, un disegno che tuttavia non riuscivo a distinguere. A un tratto mi accorsi che lei era scomparsa. Cominciai a cercarla con ansia. L’appartamento svelava man mano qualcosa di sinistro. Come se tutto fosse diventato all’improvviso angusto e i soffitti si abbassassero per schiacciarmi.
 
Via via che incontravo gli ospiti scorgevo nei loro lineamenti aspetti terrificanti e i loro sguardi allucinati mi seguivano. Arrivata in fondo trovai una porta chiusa. Uno strano presentimento mi fece indietreggiare e corsi via. Le scale non finivano mai. Sentivo dietro di me passi incalzanti. Fui costretta a fermarmi da un lato, nella speranza di non esser vista. Infatti alcune ombre mi superarono. Capii che era stato un modo per intrappolarmi. Un gruppetto di donne scarmigliate mi bloccò. Una di loro, in cui mi parve di riconoscere un volto noto, prese a trascinarmi per i capelli per riportarmi su. Nonostante avvertissi distintamente i colpi della schiena su ogni gradino, ebbi la sensazione netta di essere dentro un sogno. Un sogno che dovevo in tutti i modi interrompere. Uscirne. Impadronirsi definitivamente di me, era questo il loro scopo. Dovevo svegliarmi prima di raggiungere quella stanza chiusa. Ma non era facile, provai a chiamare. Impossibile. Non riuscivo ad articolare nessun suono. Infine con uno schianto lacerante udii la mia voce urlare. A tentoni con la mano cercai l’interruttore della luce. E allora vidi, accanto al letto, Silvia che cercava di calmarmi dicendomi: “Ora va meglio, vero é stato solo un incubo?”. “Un sogno non ha niente di concreto, non significa niente, no?” le chiesi allora. Lei mi rassicurò, come si fa con i bambini, stette ancora un po’ insieme a me poi tornò nella sua stanza.
 
Provai a riaddormentarmi, non ci riuscii. Nel medesimo attimo in cui mi sentivo sprofondare nell’incoscienza, il cuore mi balzava in gola. Se mi fossi riaddormentata sapevo che l’incubo sarebbe iniziato da capo e quelle donne si sarebbero impossessate di me, trattenendomi per sempre nel sogno, sostituendosi al mio spirito e alla mia volontà. Per sempre. Passarono le ore così lente che la notte sembrava avermi assorbito nell’eternità. Alla fine spuntò il giorno e con il sole si dileguarono le paure notturne. Non c’era più niente da temere ormai anche se persisteva un brivido leggero lungo la schiena. Suonò il campanello. Ebbi di nuovo un sussulto. Chi poteva mai essere a quell’ora. Forse Stefano? Apparve direttamente sull’uscio, senza aver citofonato, l’uomo conosciuto la sera prima: sorrideva e in mano aveva un paio di guanti. Proprio i guanti di pelle rossa che avevo dimenticato sul tavolino del caffè. Non riuscii a dir niente. Quell’ora era davvero insolita per far visita alla gente, comunque lo ringraziai, ma non lo invitai ad entrare, né lui me lo chiese, del resto. Dopo rimasi dietro i vetri per assicurarmi che fosse uscito. Con mia grande sorpresa vidi allontanasi dal portone una sagoma femminile, con una lunga coda di cavallo. Non sapevo proprio cosa pensare. Forse la suggestione del sogno non mi aveva del tutto abbandonata. Potevo forse dirmi fuori pericolo? Con tutte le mie forze cercai di liberarmi di quel brutto ricordo. Avevo avuto delle allucinazioni. La cosa migliore era distrarsi. Misi un cappello nero di foggia maschile, indossai i miei guanti e uscii.
 
Domenica mattina con le strade deserte e poche macchine lungo i viali: qualche tram sferragliante sulle rotaie che dava un senso di vitalità e ordine. Il cielo era limpido e si vedevano perfino le Alpi spuntare dietro i palazzi. I contorni nitidi raccoglievano in un abbraccio la città. Certo il sole regala sempre una prospettiva diversa alle cose. Montai sul predellino di un tram che andava in collina. Quel lento viaggiare mi procurò una sensazione quasi di serenità.  Un torpore nuovo mi avvolgeva. Dopo una notte insonne e piena di incubi finalmente potevo rilassarmi. A tratti gli occhi si chiudevano per la stanchezza, ma le fermate o le brusche virate mi facevano sobbalzare contro il sedile. Attraversammo piazza Garibaldi, tutta aperta ai venti e al gelo che penetrava sotto il cappotto la mattina presto... No, non mi avrebbero più vista andare in su e giù per riscaldarmi alla fermata del tram. Avevo deciso: sarei partita. Per sempre. Cullandomi in quei pensieri me ne stavo con lo sguardo fisso dietro le porte automatiche. Quel mezzo mi portava alla stazione e da lì finalmente a casa, la mia casa, nella mia città… quando vidi dietro Porta Palazzo la sagoma nota della donna. Appiattendomi fra i corpi che ostruivano l’uscita balzai letteralmente fuori dal tram, con un rumore inatteso, a cui seguirono grida e strepiti. Non me ne curai. Andavo troppo di corsa per fermarmi. Seguivo i passi della donna, cadenzati dall’ondeggiare della coda. Però fra le bancarelle degli ambulanti domenicali a un certo punto la persi di nuovo. Urtata dai passanti rimasi lì a cercare un viso che non sapevo attribuire a nessuno. Ma era l’unico modo per placare quell’ansia che nuovamente mi aveva assalita.
 
D’un tratto, mentre attraversavo la piazzola, avvertii un tocco sulla spalla. Voltandomi incrociai lo sguardo dell’amico torinese. Mi salutò con aria affabile, sorpreso di trovarmi da quelle parti. Superato il primo momento di sgomento spiegai che stavo cercando qualcuno, una donna che avevo incontrato in... non volevo apparire ridicola e dissi semplicemente in casa di amici. Provai imbarazzo nel riconoscere che non sapevo neppure il nome di battesimo, né riuscivo a descrivere altri particolari, eccetto la coda di cavallo. Disse di non preoccuparmi. Mi avrebbe aiutata volentieri e prese la mia mano. Mi lasciai guidare da lui e arrivammo davanti a un palazzo dall’aria familiare. Quei balconi in pietra dalla forma di draghi… sicuro! Era identico a quello dove abitavo io, la casa della mia amica Silvia che si era offerta di ospitarmi durante la mia permanenza torinese. “Quella donna non abita qui, ne sono certa” dissi “anche se l’ho vista uscire stamattina presto”. L’uomo si limitò a sorridere, ma il suo sguardo mi gelò il sangue. Sperai che Stefano fosse già arrivato. Mi sembrava di sentirne la voce. Lontana, lontanissima. Stava parlando con Silvia, lei le avrebbe spiegato. Ma cosa se era stato solo un sogno? Entrammo. L’appartamento appariva vuoto. Riconobbi la casa. Il pavimento a mosaico. Certo, e ora distinguevo bene la scena disegnata. Una donna col cappello inseguita da cani neri dalle lunghe code oscillanti. L’uomo mi teneva stretta, benché non avessi la forza di scappare. Le gambe erano pesanti pesanti e i vestiti mi avvolgevano come un sudario. Attraverso il lungo corridoio arrivammo davanti alla porta chiusa del sogno. Cercai di sottrarmi alla sua mano. Sotto i guanti di pelle le mie dita fremevano, bagnate di sudore. Eppure erano immobili.
 
Aprii la bocca, ma l’urlo rimase soffocato. Le parole si impastavano ed erano leggere come un soffio. Sentivo la voce di Stefano. Lontanissima mi arrivava la sua eco. “Dove sei? Hai preparato le valigie? Non c’è nessuno. Rispondi non fare scherzi. Lo so che sei in casa. Sento il tuo profumo”. “Svegliami” provai a dire. Sono qui, nel mio sogno. Ti prego aiutami”, farfugliavo. Nel tentativo di liberarmi, riuscii a muovere la mano e istintivamente la portai al viso per proteggermi lo sguardo. La porta si stava aprendo. E l’ultima cosa che vidi furono le mie mani. Erano rosse, ma di sangue e gocciolavano in terra. “Ah i guanti!” e compresi. Non avrei più dovuto indossarli dopo che me li aveva restituiti in modo così sollecito. Intanto la porta si spalancava inghiottendomi e risucchiando anche il mio urlo estremo. L’ultimo. Precipitai nell’abisso del mio incubo da cui non sono mai più risalita. Per sempre. Per sempre.
 
Se qualcuno ha avuto la pazienza fin qui di ascoltare la mia storia ebbene vi prego di aiutarmi. Il mio corpo è all’ospedale “Le Molinette” al reparto rianimazione. Da quando sono finita sotto le rotaie del tram, quella domenica mattina, hanno fatto di tutto per tenermi in vita. Silvia, Stefano, la mia mamma, tutti. Si sono alternati ogni giorno intorno al mio letto e mi parlano, mi parlano, ma non sanno che io non posso ascoltarli da quaggiù. Ebbene ditegli che l’unico modo per aiutarmi è staccare quella maledetta macchina.
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Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi, molisana d’origine, si è laureata in storia medievale a Firenze dove vive e insegna in una scuola superiore. Recentemente ha pubblicato il romanzo storico Ekaterina, una schiava russa nella Firenze dei Medici, edizioni End 2017. Collabora alla storica associazione culturale Il Giardino dei Ciliegi, presso cui conduce seminari di scrittura creativa e organizza incontri letterari. Ha scritto saggi di storia fiorentina, uno apparso sulla rivista Ricerche...

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