I giovani e il valore della sconfitta nell’epoca della cultura della vittoria

Francesco Ricci

24/04/2017

“L’importanza della sconfitta è capitale”. Poche affermazioni, così perentorie, così asciutte, sembrano ormai appartenere a un’epoca remota, distante da noi più di quanto non lo siano le stelle del cielo. Eppure queste parole furono scritte meno di un secolo fa da Jean Cocteau in quella singolare raccolta di annotazioni e di giudizi – sulla letteratura, sulla pittura, sul cinema – che è “Oppio”, composto tra il dicembre del 1928 e l’aprile del 1929 in una clinica di Saint-Cloud, dove lo scrittore francese si trovava per sottoporsi a una cura di disintossicazione.

Poche cose, infatti, più della sconfitta spaventano i nostri adolescenti e i nostri giovani. Un’insufficienza a scuola, il non essere promossi alla classe successiva, l’ennesima panchina imposta dall’allenatore, il mancato superamento del test di ammissione a una Facoltà a numero chiuso, venire rifiutati (o lasciati) da una ragazza o da un ragazzo, schiudono le porte all’angoscia, distruggono l’autostima, incrinano un’identità ancora in fase di costruzione. Il giudizio relativo al possesso o meno di determinate conoscenze e competenze viene vissuto come una valutazione che coinvolge l’intera persona, con la conseguenza che il ragazzo si sente inadeguato, fuori posto, sbagliato. E così accade che in lui di giorno in giorno crescono la demotivazione e la sfiducia, prodromi dell’abbandono scolastico, della ricerca di una solitudine che recide ogni relazione o, al contrario, della strada, dove è possibile ripartire da zero e dove non c’è un voto a decidere di un’esistenza e di un destino. L’importanza della sconfitta, dunque, rimane capitale anche in questo Terzo Millennio, ma in un senso lontanissimo da quello che aveva in mente Cocteau (ma anche Charles Peguy e Simone Weil). Essa, infatti, non viene più pensata come occasione per una crescita interiore – la quale, come l’esperienza insegna, si nutre anche dell’errore e dello sbaglio – né tantomeno viene accolta come segno di purezza o di nobiltà d’animo; semplicemente è la prova inconfutabile che ci si trova dalla parte sbagliata, quella dei vinti, degli imperfetti, degli inetti. Come è stato possibile che si sia prodotto un tale cambiamento? Cosa c’è stato che ha reso la sconfitta non già un ostacolo contingente, superabile, quasi necessario per poi ripartire con maggiore forza, bensì un limite invalicabile, una gabbia di ferro, una sorta di marchiatura a fuoco sulla pelle? 

Le risposte possono essere molteplici. In primo luogo è completamente venuta meno la cultura della vittoria, senza la quale non può esserci neppure una cultura della sconfitta. Lo testimonia, tra le altre cose, lo stupore dei miei studenti quando, leggendo l’episodio del duello di Clorinda e Tancredi nella “Gerusalemme liberata”, apprendono che il crociato, che “pedon veduto / ha il suo nemico”, scese subito da cavallo, rinunciando così a un evidente vantaggio. Agli adolescenti di oggi un tale gesto appare incomprensibile, se non addirittura folle. Perché? Perché vivono quotidianamente sottoposti a un flusso d’informazioni – la cronaca politica, il giornalismo sportivo, la pubblicità, alcuni spettacoli televisivi come i talk show e i reality show – che celebrano esclusivamente il successo, accordando pochissimo spazio al racconto dei modi e dei mezzi con cui è stato conseguito (è questo che intendo con l’espressione “cultura della vittoria”). Se a ciò si aggiungono le offese di cui è fatto segno l’avversario, l’assoluta mancanza di rispetto per chi sostiene un punto di vista diverso, la denigrazione del vinto, è facile comprendere perché ormai la vittoria venga vissuta anche dai più giovani come lo scopo unico del loro agire, uno scopo, e qui sta il dramma, del tutto indipendente da considerazioni di natura morale: l’importante è il podio, come ci si salga sopra non conta.

D’altra parte – ed ecco una seconda possibile risposta – gli adolescenti non rinvengono più in altri ambiti formativi un tipo di insegnamento il quale, anziché ridimensionare o rifiutare il legame che connette il successo all’etica, lo difenda e lo sottolinei con forza. La scuola e la famiglia, infatti, pur entrando spesso in conflitto tra di loro, alla fine concorrono a produrre il medesimo effetto, che è quello di abituare a guardare all’insuccesso non come a un evento dipendente dal mancato conseguimento di certe capacità, di una certa preparazione, di una certa maturità, ma come a un episodio ascrivibile alla responsabilità degli altri e, soprattutto, irrecuperabile: dunque, assoluto e definitivo, da temere e da prevenire con ogni mezzo, fosse pure disonesto. Ad esempio, dinanzi a una grave insufficienza, che può dipendere tanto dal non avere studiato quanto dal non avere compreso un determinato argomento o l’applicazione di una determinata regola, così come a seguito di una sostituzione nel corso di una partita a pallone, i genitori chiedono un colloquio al docente – o attendono l’allenatore all’uscita dello spogliatoio – perché renda subito conto del suo operato e, ancor meglio, ammetta la propria colpa, attenuando o cancellando completamente quella del figlio. Anziché parlare con quest’ultimo, aiutarlo a individuare gli errori, spronarlo a fare meglio, dimostrargli che il loro affetto nei suoi confronti resta immutato, ponendosi al di là del voto, al di là dei minuti di gioco disputati, rendergli familiare, insomma, l’idea che si può vincere come si può perdere, ma che quasi mai è il risultato a esaurire  il valore profondo di una persona, i genitori vanno alla ricerca di un colpevole, temendo quasi che l’insuccesso del figlio lasci trasparire la loro insufficienza colpevole.

Dal canto loro, molti degli insegnanti guardano unicamente al profitto, alla prestazione dello studente, e su quella base lo giudicano, accompagnando la valutazione con derisioni e parole trancianti pronunciate al cospetto della classe. Pare quasi che la loro unica preoccupazione sia quella di classificare il giovane – il ragazzo che studia, l’alunno brillante, il somaro, l’allievo agitato, il taciturno, il complessato, lo svogliato, il distratto, l’apatico –, inchiodarlo a una definizione di comodo, che impedisce, di fatto, di cogliere la ricchezza della personalità dell’adolescente e, colpa che mai potrà venire perdonata a un docente, di vedere che a quell’età il cambiamento, come ha scritto Stefano Laffi, è “un diritto e un dato fisiologico”, che andrebbe riconosciuto e sostenuto nel suo divenire. Per farlo, però, occorrerebbe guardare in faccia i ragazzi, saper distinguere il timido dal depresso, il solitario da chi vive recluso nel proprio isolamento, il narcisista da chi disperatamente implora che qualcuno finalmente si accorga di lui, l’alunno presuntuoso dall’alunno fragile. E, abbandonando un’idea sbagliata di giustizia e di uguaglianza, rapportarsi in maniera diversificata a ciascuno di loro, una maniera rispettosa della singola soggettività e, soprattutto, capace di accordare importanza ai progressi lungo il percorso e non unicamente al traguardo finale.   
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Francesco Ricci

Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

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