I giovani e le emozioni tra atrofia e spettacolarizzazione

Francesco Ricci

02/01/2018

Gaspare Torrente è il giovanissimo protagonista di “Una barca nel bosco” (2004) di Paola Mastrocola. Terminata la terza media, si trasferisce con la madre da una minuscola isola del Meridione d’Italia a Torino, in casa della zia Elsa, dove comincia a frequentare con profitto il liceo. Per circa un anno i compagni di classe lo ignorano completamente, quasi neppure sembrano vederlo (“Siccome andiamo avanti sempre uguale e qualsiasi cosa io faccia o mi metta addosso è lo stesso, cioè non esisto”); poi, all’improvviso, cominciano ad accorgersi di lui, che esprime tutta la sua soddisfazione per il mutamento intervenuto con le seguenti parole: “Capisco che sto entrando nel gruppo: mi rivolgono la parola! L’emozione è così intensa che mi sembra di non riuscire più a respirare. Il problema è solo che io quelle parole lì non le conosco, cipollare ad esempio cosa vorrà mai dire?”.

La gioia legata all’appagamento del desiderio di relazione –  al pari della letizia, della timidezza, della tristezza, della rabbia, della gelosia, della noia, della vergogna – è solamente una delle emozioni che sono vissute dagli adolescenti, le quali risultano accomunate, come ha scritto Eugenio Borgna, dal rimandare a “una regione psichica estranea alla volontà e all’intelligenza”.  In quest’ottica, crescere significa sia sviluppare la capacità di controllare le proprie emozioni sia apprendere la maniera di riconoscerle negli altri. Due obiettivi, questi, che richiedono tempo, pazienza, consiglio. Infatti, per quanto concerne il primo scopo, non si dovrebbe mai dimenticare che negli adolescenti è presente uno squilibrio tra il sistema emotivo (che è ipersensibile) e il sistema di controllo (che è ancora in corso di maturazione). La conseguenza è che il giovane può lasciarsi trasportare dalle emozioni, così incandescenti, così intense, a compiere gesti e azioni senza che le regioni del cervello deputate alla razionalità si attivino in modo efficace e rapido. Per quanto concerne, invece, il riconoscimento delle emozioni negli altri, che passa in primo luogo attraverso le espressioni del viso, quindi attraverso la postura, è intorno ai diciotto anni che l’apprendimento può dirsi concluso. A quest’età, infatti, anche le emozioni più complesse, come la sorpresa o la paura, difficilmente vengono confuse o equivocate dai giovani, i quali imparano che spesso c’è molta più verità in un volto e in uno sguardo che non in un discorso o in un sms.

Nei millennials il conseguimento di questi due scopi – l’autocontrollo emotivo e il saper leggere le increspature dell’anima altrui – è reso più problematico dall’essere inseriti in una società che, quando si tratta di emozioni, oscilla tra due estremi: l’atrofia e la spettacolarizzazione. Da un lato, c’è l’esperienza che i giovani fanno in famiglia, dove il dialogo è stato sostituito dal monologo informativo dei vari componenti (“a causa di una riunione rientrerò tardi”, “non sono stato interrogato in nessuna materia stamani”, “dovrò dire alla donna delle pulizie che lascia molto a desiderare”, “Sono già passata io a ritirare le camicie in lavanderia”), o in classe, dove si insegna ad apprendere e immagazzinare nozioni su nozioni e si è perso completamente il gusto di leggere una pagina di Flaubert, di Céline, di Bassani, di Pasolini, al solo fine di godere di quella bellezza, di confrontarsi con quanto da loro provato ed espresso, di rinvenire quella trama comune di dolori, gioie, incanti, delusioni, che finiscono col rendere tutte le esistenze simili. Dall’altro lato, c’è l’esperienza che i giovani fanno quando guardano un video su Youtube o un reality show, dove ragazzi e ragazze, uomini e donne, gridano il loro amore o il loro rancore, ricercano l’eccesso tanto nei gesti quanto nelle parole, combattono la loro guerra quotidiana contro ciò che è misura, controllo, ragione.  Dove sta, dunque, la verità? Nel bandire le emozioni, come accade per lo più in casa e a scuola, o nel lasciarsi trasportare da esse al limite estremo, come avviene in molti programmi televisivi?

Forse a trovare una risposta può aiutarci uno studio condotto dall’Università del Michigan e citato da Howard Gardner e Katie Davis in “Generazione app” (2013), il quale ci informa che il calo nei livelli di empatia degli studenti (americani), nel periodo compreso tra il 1979 e il 2009, appare inarrestabile. Ora, cosa sia l’empatia lo sappiamo, lo sappiamo bene.  È la capacità di immedesimarsi in un’altra persona sino a coglierne pensieri ed emozioni, è la facoltà di creare con essa una comunione affettiva profonda (dal greco empátheia, composto da en “in, dentro” e pathos “affetto, affezione, passione”). Se i nostri adolescenti non sono più capaci (o lo sono molto meno rispetto al passato) di fuoriuscire da se stessi per rinvenire negli “altri-da-sé” quel fondo comune di serenità, ira, sofferenza, timore, avvilimento, speranza, rassegnazione – che appartengono da sempre a tutti gli uomini – è perché queste emozioni non sanno né leggerle né riconoscerle prima di tutto in loro stessi. Noi grandi abbiamo smesso di insegnargli come si fa. Ci siamo inariditi. Troppo presi dall’educare l’intelligenza e il corpo, su questo punto ha perfettamente ragione Umberto Galimberti, abbiamo trascurato la cura dell’anima. Peccato capitale. Perché chi non educa i più giovani alla comprensione della fragilità, del dolore, dell’inadeguatezza, dell’isolamento, della delusione, cresce una generazione violenta, portata a emarginare anziché a includere, egoista, sociopatica, e che ignora quanto veleno mortale si nasconda in una parola o in un gesto.
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Francesco Ricci

Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

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