Il borghese Pellegrino, se Artusi diventa detective

Luigi Oliveto

16/07/2020

Marco Malvaldi, brillante autore di gialli farciti d’humor e colto divertissement, propone una nuova storia (“Il borghese Pellegrino”, Sellerio) che, per la seconda volta, vede Pellegrino Artusi – proprio lui, l’insigne gastronomo – nelle vesti di detective. Siamo agli inizi del Novecento. In un periodo di transizione dove politica e finanza intrecciano ambizioni, interessi, intrallazzi per accaparrarsi i commerci su cui fino allora aveva spadroneggiato l’Impero Ottomano. Pellegrino Artusi è invitato in un castello della Toscana acquistato da un ricco capitalista, Secondo Gazzolo, il quale ha trasformato le terre del maniero in un’azienda agraria d’avanguardia. Artusi è lì in veste di facoltoso mercante, nonché per la sua notorietà dovuta al libro “Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”. Insieme a proprietario e signora, completano la compagnia il professor Mantegazza, amico di Artusi, fisiologo di fama internazionale; il banchiere Viterbo, ricco sfondato, e sfondato anche quando siede a tavola; il dottor D’Ancona, delegato del Consiglio di Amministrazione del Debito Pubblico della Turchia; il giovane turco Reza Kemal Aliyan, funzionario dello stesso consiglio; il ragionier Bonci, assicuratore e gran maneggione; sua figlia Delia, in cerca di marito o, meglio ancora, di fugaci avventure. Tutti lì a banchettare, fare i propri affari, tirarsi subdole fregature. Ma a disturbare trame e buona tavola sopraggiunge un fatto: un ospite viene trovato morto nella propria camera. Per quanto la porta della stanza fosse chiusa a chiave, il professor Mantegazza non ha dubbi: si è trattato di soffocamento provocato da mani umane. Il detective Artusi prende così a lisciarsi i suoi baffoni e a fare congetture sul possibile assassino. Perfetto per un giallo è l’ambiente (un castello) con i suoi recessi, passaggi segreti, svolazzare di colombi viaggiatori. Variegati gli attori, che si muovono sulla scena con arguzia e spregiudicatezza. Pellegrino Artusi sa bene come per indagare occorra razionalità, rigore scientifico. Investigare non è poi cosa tanto diversa dalla buona cucina: complessità, precisione, chimica, gusto.
 
***
 
– Ebbene, carissimo, vi vedo in splendida forma.
Paolo Mantegazza prese la mano che gli veniva porta e la strinse, suggellando la stretta con la sinistra, sopra le due destre unite, con un gesto a metà tra il paterno e il papale.
– Mi contento, professore, mi contento – rispose Pellegrino Artusi, riprendendo possesso della destra. Mantegazza era un grand’uomo, e un grande fisiologo, ma quando ti stringeva la mano sembrava che ti volesse mandare dall’ortopedico. Forse, fissato com’era con l’efficienza fisica, aveva paura che gli altri avrebbero potuto prenderlo per moribondo se quando ti stringeva la mano non avesse tentato di romperti qualche metacarpo.
– Vi contentate un accidenti – disse il Mantegazza, prendendo dalle mani del suo assistente cappotto e bastone. – Fatevelo dire da un clinico, caro il mio signor Pellegrino. Occhio lucido, schiena diritta.
E panciotto bello pieno, pensò il Mantegazza senza dirlo. Non certo come me.
Pure alla soglia dei settant’anni, il Mantegazza conservava un aspetto invidiabile. La figura dritta, robusta ma magra, lo scalpo lungo, fluente, che aveva col tempo virato al bianco ma non al rosa, e infine il pizzetto da militare, dello stesso identico colore della chioma, Mantegazza ricordava il generale Custer a settant’anni – nel caso in cui li avesse effettivamente raggiunti e non fosse stato crivellato a Little Big Horn, s’intende.
– Vi ringrazio, ma credo invero che il segreto stia proprio nel contentarsi. A proposito di contentarsi, so che è una ben piccola opera rispetto alle vostre, ma avrei piacere di farvi dono di questo.
E, tirata fuori la sinistra da dietro la schiena, l’Artusi porse al cattedratico un volumetto ben più spesso di quello che stava leggendo prima che iniziasse la conferenza. La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene – Manuale pratico per le famiglie, In Firenze pei tipi di Salvadore Landi, 1900.
– Oh, che beltà. È una nuova edizione?
– Una nuova edizione, sì. La quinta.
– Ma bene, bene. Ve ne mancano quindi solo novantacinque, per avere diritto a ciò che meritate, amico mio.
L’Artusi sorrise, mentre le gote gli si coprivano di un lieve rossore diffuso.
Erano passati nove anni da quando Paolo Mantegazza, autorità indiscussa nel campo della medicina e della salute, aveva dedicato due delle proprie conferenze al manuale di cucina dell’Artusi, contribuendo non poco alla diffusione di quel libro che, all’inizio, non aveva avuto alcun esito. Addirittura, incontrandolo di persona pubblicamente la prima volta, gli aveva detto solennemente:
– Con questo libro avete fatto un’opera buona, e perciò vi auguro cento edizioni.
Non si poteva dire certo che portasse merda, il professor Paolo Mantegazza. Anche perché, alla prima edizione di nove anni prima (mille copie) ne era seguita presto una seconda (sempre mille copie) e poi una terza (stavolta da duemila) seguita da una quarta (tremila) e da una quinta, di cui il Mantegazza teneva adesso in mano l’esemplare numero uno.
– Sembra alquanto più voluminoso del primogenito, o mi sbaglio? – disse il professore, scorrendo il libro con l’indice guantato. Artusi annuì, con serietà.
– Ho aggiunto parecchie nuove ricette e un piccolo vademecum sull’igiene, che avrei particolarmente piacere di sottoporre alla vostra attenzione.
Il Mantegazza guardò il libro che aveva in mano e poi l’Artusi, visibilmente soddisfatto di vedersi riconoscere tale fiducia; poi, poggiato l’abito sull’avambraccio, prese il bastone e indicò l’uscita col pomolo argentato.
– Ebbene, lo leggerò con gran piacere, signor Artusi. Anzi, dirò di più: per rendere ulteriormente piacevole la mia passeggiata, che ne dite di accompagnarmi fino in Santa Maria del Fiore? Se non avete da fare...
Il baffo dell’Artusi si allargò verso l’alto, in un sorriso invisibile ma gradevole.
– Tutt’altro. Ne sarei onorato.
– E così, sembra che la vostra opera stia avendo un notevole esito – disse Mantegazza, con il cappotto sull’avambraccio e il bastone nella sinistra. Anche se si era agli inizi di ottobre, il caldo non si era ancora convinto ad andare via da Firenze e dai posti di cui l’Artusi aveva notizia. – Cinque edizioni, e sempre con nuove ricette. Quante sono, questa volta?
– Trentacinque, se non erro. Rispetto alla precedente. Rispetto alla prima, son più di cento.
– Più di cento – valutò il Mantegazza, annuendo lentamente. – Già. Suppongo che ormai, quando andate per ristoranti o alberghi signorili, al solo presentarvi i cuochi vi facciano le più profonde riverenze.
– Tutt’altro, professore carissimo, tutt’altro – ridacchiò l’Artusi. – Non godo di grande popolarità nel mondo de’ cuochi di professione. Ce n’è più d’uno che credo m’abbia augurato il colera. Nessuno è più riottoso a cedere i propri segreti, quelli che lo rendono un grande chef de cuisine, a un tanghero qualsiasi che vuole renderglieli pubblici, e perdipiù guadagnarci al posto suo. No, la maggior parte delle persone mi scrivono.
– Vi scrivono?
– Mi scrivono. Magari mi correggono, o mi dicono che la ricetta così come l’ho pubblicata non è quella della loro regione, oppure mi dicono «se vi è piaciuto questo dolce di tedescheria, dovreste sentire quest’altro» o via così. Insomma, il libro mio è cresciuto come cresce un bambino: ascoltando e imparando dall’esperienza altrui.
Il che era esattamente ciò che era successo.
La scienza in cucina, nella sua prima edizione, contava 475 ricette; la seconda, circa cento in più – centoquattro, per essere precisi. Ma essere pignoli non è facile, perché a casa dell’Artusi in piazza d’Azeglio arrivavano lettere di continuo: lettere di ordinazione – il libro si poteva acquistare solo facendone espressa richiesta all’autore – ma anche, e soprattutto, lettere con nuove ricette. Ricette che Artusi leggeva, provava e infine approvava, pubblicandole sull’edizione successiva del libro: insomma, pur se con mezzi analogici, il primo blogger dell’evo moderno.
– Come cresce un bambino – ripeté il Mantegazza, che aveva questo vizio di ripetere le ultime parole del proprio interlocutore, come se pensasse che dette dalla sua voce diventassero più chiare, o forse solo perché stava un pochino rincoglionendo e voleva assicurarsi di aver capito bene. – Al contrario di noi, che pian piano diventiamo più vecchi.
– Se voi siete vecchio, professor Mantegazza, sappiate che io vi rendo più di dieci anni di età. A dar retta alla vostra curva, io dovrei esser decrepito.
– Non siete dunque d’accordo con la mia curva? – disse il Mantegazza, forse stupendosi un poco, come tutti i medici, che anche i comuni mortali potessero avere opinioni sulla salute e sul benessere.
– Affatto. Dipende da cosa poniamo su quella curva. Se mettiamo le capacità dell’uomo, non v’è dubbio che la traiettoria sia quella che avete tracciato. Ma se vi mettiamo la soddisfazione, ebbene, devo dire che non sono d’accordo. Vi dirò, professore carissimo, che in me la gioia di vivere aumenta ogni anno che passa.
E questa era la seconda verità della serata.
Scopo della vita umana è la nutrizione e la riproduzione della specie, scriveva l’Artusi da buon romagnolo all’inizio del suo libro; e la sua giovinezza era davvero stata un robusto oscillare tra i due istinti.
Ma passati i cinquanta, che a quell’epoca più che un’età erano un privilegio, gli ormoni della riproduzione avevano ceduto il passo agli enzimi della digestione; e l’Artusi si era avviato a una vita più placida, sicuramente meno imprevedibile, ma altrettanto sicuramente più soddisfatta. Merito dell’altro privilegio di cui l’Artusi godeva: il poter essere sicuro di pranzare a mezzogiorno e di mangiare alle sette, e sempre a una tavola ben imbandita.
– Ho capito – annuì il Mantegazza. – Di come vivete siete soddisfatto, e vi assicuro che vi credo. Invece, del vostro libro sembrate non essere soddisfatto mai, visto che ci mettete mano di continuo.
– Be’, più che un’insoddisfazione direi che è una benedizione. Non mi stanco mai di aggiungere nuove pietanze, devo ammetterlo.
– Allora, non vi dispiacerà se vi presento una persona. Sapete, ho un buon amico che ha una fattoria e una piccola azienda alimentare nei dintorni della Val d’Orcia, e che è un vostro sincero ammiratore. Giusto in questi giorni mi diceva che gli farebbe enorme piacere potervi conoscere e farvi assaggiare alcune delle sue materie prime.
Eccoci. Un altro rompicoglioni fra le scarpe. Da quando, nel libro, aveva fatto pubblicità al panificio Burchi di Pisa, lodandone le schiacciate lievitate, ogni mese che Dio metteva in terra in piazza d’Azeglio arrivavano derrate di ogni tipo, dalle materie prime alle pietanze già cucinate, con preghiera di assaggio. A volte – rare – arrivava roba buona, più spesso roba ordinaria, non di rado poltiglia immangiabile. Tutte, o quasi, accompagnate da immancabile lettera del questuante di turno, che spesso avrebbe avuto un gran bisogno di lezioni sia di grammatica che di cucina. Ma un rifiuto, al Mantegazza, con tutto quello che ha fatto per lui, come si può?
– Sarebbe anche per me un enorme piacere. Anzi, professore, se posso permettermi, mi fareste un grande onore se accettaste di essere entrambi miei ospiti a cena, il sabato prossimo venturo. Ovviamente, accompagnati dalle vostre signore.
Il Mantegazza si concesse un sorriso, guardando l’amico nei baffi.
– Signor Artusi, un vostro invito a cena non si rifiuta mai.
 
[da Il borghese Pellegrino di Marco Malvaldi, Sellerio, 2020]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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