Il condominio felice di Aisha Cerami che nasconde pregiudizi e mostruosità

Luigi Oliveto

31/10/2019

Se volete testare il vostro livello di disponibilità e (parola grossa) d’amore verso gli altri, provate a farlo all’interno di un condominio, dove i vicini non sono una scelta, ma il frutto del caso. E dunque il vostro prossimo – dipende dalle situazioni e dalla fortuna – può rappresentare o un problema o un’opportunità. Allude a questi due opposti il romanzo d’esordio di Aisha Cerami, intitolato “Gli altri”. Una storia raccontata con garbo, sottile ironia, a tratti sconfortante. I protagonisti sono gli abitanti di una palazzina a quattro piani, ‘Il Roseto’, in un quartiere periferico segnato dallo squallore del cemento, muretti pericolanti, prati abbandonati al razzolio delle galline. Nel mezzo di una siffatta desolazione, il Roseto tiene, però, a distinguersi: “La costruzione era immersa in un lussureggiante giardino fiorito, circondato da una siepe di rincospermo a proteggere l’intimità dei residenti. Su ogni lato del parco spiccavano delle panchine in ferro battuto, e due cassonetti della spazzatura, puliti come il pavimento di una nursery, erano stati sistemati poco distanti dall’entrata. In mezzo al giardino dominava un grande abete, maestoso come sanno esserlo gli alberi di montagna. I coabitanti della palazzina amavano la loro oasi come fosse una creatura da proteggere. Uniti dalle loro premure, avevano trovato, nelle cure del Roseto e nelle riunioni settimanali, un equilibrio esemplare.” La galleria dei condòmini è piuttosto varia. Predominano figure femminili. Rachele (con il volto sciupato dalla psoriasi e il cuore fiaccato dal rancore), Romana (moglie di un uomo violento), Libia (un passato da alcolista e ora finita in un balordo rapporto di dipendenza con Il Conte, altro inquilino della palazzina); poi Marilyn, in via di diventare donna e in questo suo guado non proprio sorretta dalle altre donne. Ci sono anche due ragazzini gemelli, Antonio e Arina, unica nota d’innocenza in questo piccolo e subdolo universo. A far saltare equilibri e ipocrisie condominiali sarà la morte dell’anziana Dora, quando il piccolo appartamento vista-giardino che lei occupava viene affittato ad una giovane coppia con un bambino dodicenne. Persone molto riservate, cortesi, ma che tengono molto alla loro privacy, tanto da non aprire la porta se qualcuno va a suonargli il campanello. Anche a fronte dei ripetuti inviti a feste e riunioni, “gli stranieri” preferiscono l’appartatezza. Nel giro di qualche settimana l’oasi di pace del Roseto viene pervasa da tensioni, litigi, rimostranze. Colpa nostra o degli stranieri? Si chiedono i condòmini. Qualcosa ha rotto l’apparente armonia del Roseto ed ecco saltare fuori tutte le falsità, malvagità, contraddizioni che vi covavano. Escono i mostri, veri o immaginari, che se ne stavano inguattati ad ogni pianerottolo. Si palesa il peggio di ciascuno, simboleggiato dalla macchia che appare e sempre più si allarga su un muro esterno della palazzina, le piante prendono a seccare, un topo (senz’altro per colpa degli stranieri) scorrazza in giardino trasmettendo un senso di sporco e ripugnanza. Aisha Cerami ha scritto un fantasioso racconto che fornisce di che pensare in tema di pregiudizi, stranieri, estranei, stranezze – insomma gli altri – che abitano il nostro condominio-mondo.  
 
***
I giorni a seguire i condomini li passarono a sistemare l’appartamento vuoto. Senza che nessuno lo avesse chiesto – né la figlia di Dora né tantomeno l’agenzia – Stevi e Nico decisero di ripitturare le pareti e di aggiustare il lavello del bagno. Le donne avrebbero pulito a fondo i pavimenti e i pochi mobili rimasti, e scelsero di aggiungere ognuna un tocco personale al riordino, che sarebbe rimasto nascosto tra i meandri della casa.
Marilyn disegnò un cuore in fondo al cassetto di una credenza. Maria infilò sotto l’armadio a muro un biglietto con la ricetta per il pan pepato. Romana mise una piccola croce sopra la cappa. Libia fece scivolare un orecchino dietro il termosifone della camera da letto. Arina firmò la serranda del salottino.
«Rachele vuole il suo nome in qualche parte» ricordò Olga, concentrata a raschiare via il calcare nella vasca da bagno.
«Ci penso io, lo scrivo accanto al mio» rispose Arina, correndo alla finestra. «Ma perché lo facciamo?» domandò poi.
Nessuno rispose. Non lo sapevano, in verità. Avevano solo voglia di rimanere lì dentro per sempre.
L’attesa fu breve. Dieci giorni dopo il funerale, una mattina dei primi di luglio, un giovanotto vestito di tutto punto e con una valigetta di similpelle lucida sottobraccio si presentò a una delle tante riunioni estive.
Quel pomeriggio l’afa offuscava i pensieri dei tredici residenti. Come pesci stesi sulla sabbia asciutta, cercavano ristoro sorseggiando tè freddo e permettendo ai gemelli di giocare con la pompa d’acqua. Alla vista dell’intruso recuperarono velocemente lucidità. L’agente immobiliare venne accolto come un re. Il bel ragazzo aveva senza dubbio notizie da comunicare.
All’inizio l’ingenuo agente si mostrò discreto ed evasivo, ma i condomini, furbi come volpi affamate, lo inebriarono di bevande e manicaretti. In breve, lo incensarono a tal punto da fargli sputare il rospo: «Verrà una famiglia con un bambino di dodici anni. I genitori lavorano entrambi e hanno pagato in anticipo i primi tre mesi». Poi si pentì, ma era troppo tardi.
«Ma nessuno è venuto a visitare la casa!» esclamò Romana. «Ce ne saremmo accorti!»
«Hanno visto tutto in foto» si giustificò imbarazzato il giovanotto. E, come se avesse una colpa da espiare, unì le mani in preghiera e si scusò per non averli avvertiti prima della firma del contratto. «Hanno affittato per quattro anni più quattro.»
«Otto anni? Cristo santo… E non avevano il tempo di visitare l’appartamento? Mi sembra una follia» borbottò Rachele, offesa come se la cosa la riguardasse.
«Non sono di qui, non avevano il tempo di venire. Si sono affidati alle foto e alla descrizione» continuò l’agente alzando le spalle.
«È gente di fuori, quindi» tirò le somme Maria.
I condomini rimasero in silenzio per alcuni minuti.
Il primo a infrangere il mutismo fu il Conte. «Nord o Sud?» chiese.
«Non posso…» Il ragazzo si allentò la cravatta.
«Nord o Sud?» incalzò Libia, tirandosi con le dita l’orecchino appeso al labbro inferiore.
Il giovanotto rimase senza parole di fronte a tanta invadenza.
«Hai perso la lingua? Te la trovo io, se vuoi» scherzò Marilyn facendogli l’occhiolino.
«Piantala» la redarguì Rachele, coprendo un ghigno con la mano.
«Perché ti sei presentato oggi?» chiese la madre del Conte.
«Ho bisogno delle chiavi.»
«La figlia non ti ha dato le chiavi?»
«Certo, ma vuole anche il doppione.»
«E perché?»
«Saranno i nuovi condomini a decidere se potete o non potete averle.»
«Ma sono nostre» protestò Libia mordicchiandosi le unghie.
«E se chiavi non ci sono più?» domandò Olga.
«La figlia della signora Bruni mi ha detto che tenete un doppione delle chiavi di ogni appartamento» rispose il giovanotto con voce asciutta. «Non pensavo fosse un problema.»
I gemelli fecero esplodere un palloncino gonfio di acqua sulla testa di Olga. Tutti risero e la tensione si sciolse.
«Le ho io…»
Nico prese un mazzo di chiavi dalla tasca dei pantaloni e ne sfilò una. La diede all’agente immobiliare e, dopo avergli stretto la mano, si allontanò prendendo il gemello maschio per un orecchio. La sorellina li seguì con il capo chino e le mani dietro la schiena.
«Ma ricorda ai nuovi inquilini di restituircela, mi raccomando!» chiarì Rachele, mostrando con il sorriso una fila di denti bianchi e un poco storti.
Il ragazzo, chiaramente sbalordito, si congedò con un mezzo inchino. «Tra sette giorni saranno qui. Potrete chiederlo a loro.»
Il giorno prima dell’arrivo dei nuovi vicini, i condomini si riunirono in giardino pieni di eccitazione. Tutto doveva essere perfetto.
Rachele si presentò con un foglio e una penna su cui aveva tracciato delle linee guida per la festa di benvenuto, in modo da evitare dimenticanze o perdite di tempo.
[…]
Il Conte, ancora turbato dalla morte di Dora, in realtà riteneva che la festa fosse inappropriata. Comprendeva le buone intenzioni, sapeva che un’accoglienza entusiasta avrebbe facilitato la convivenza, eppure era divorato dai dubbi.
«Ma se aspettassimo di conoscerli, prima di festeggiarli?» disse fermandosi per un istante.
Libia, anche lei in pieno lutto, lo guardò con aria supplichevole: «Ci vuole una festa subito» asserì, «dobbiamo ricominciare a vivere».
Dora l’aveva salvata dall’alcolismo con poche parole e molta durezza. Al suo arrivo, otto anni prima, la vecchina dalla faccia gentile aveva rivelato un polso durissimo e le aveva proibito di uscire di casa. Gli altri avevano pensato a mantenerla in vita, riempiendole il frigorifero di cibo e acqua minerale. E lei, dalla finestra, vedeva il tempo passare nello scorrere delle nuvole, nel venire e andare delle rondini, piangendo e urlando come se la signora con la falce fosse già lì a farle compagnia. Poi, un giorno, era accaduto il miracolo: Libia non provava più il desiderio di morire. Quel gruppo di persone, guidate da Dora, l’aveva salvata dal baratro. Ma Dora adesso non c’era più. Adesso se la sarebbero dovuta cavare da soli.
 
[da Gli altri di Aisha Cerami, Rizzoli, 2019]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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