Il giovane Karl Marx, vita contro le ingiustizie. Attualità di un pensiero in movimento

Margherita Calestrini

19/04/2018

Metà Ottocento. Il vento del socialismo ha cominciato a soffiare e grandi fermenti rivoluzionari agitano l’Europa. Avanzano le proteste delle prime vittime di quella rivoluzione industriale avviatasi quasi un secolo prima. Sono le voci dei lavoratori, operai, artigiani, minatori, contadini. Tutti rivendicano migliori condizioni di vita di fronte all’avanzata del capitalismo che “divora tutto” e non guarda in faccia a nessuno.

1843. L’allora venticinquenne Karl Marx (August Diehl) debutta come giornalista ma è costretto a fuggire dalla Germania per via delle sue idee sovversive. Con la moglie (l'attrice Vicky Krieps) si trasferisce a Parigi, dove conoscerà l'anarchico Proudhon (Olivier Gourmet), ma in poco tempo anche la Francia si mostrerà poco aperta al pensiero rivoluzionario. L’esilio continua a Bruxelles e da lì, con l’aiuto dell’amico Engels, attraverserà La Manica per approdare finalmente a Londra. Il pensiero socialista che va formandosi in quegli anni trova così terreno fertile in Gran Bretagna, merito dello sviluppo industriale e di un clima sociale più pacifico e favorevole alla nascita dei primi sindacati, le Trade Unions. Tra queste La Lega dei Giusti, un’organizzazione operaia la cui sede fu spostata da Parigi a Londra per via delle repressioni. Marx e Engels, una volta aderito all’organizzazione, saranno invitati a riformulare un programma più innovativo, conferendo alla Lega una nuova immagine e offrendo ai lavoratori una base teorica. Nel 1847 questa diventerà la Lega dei Comunisti, che lanciò il famoso motto “Proletari di tutto il mondo: unitevi!”.

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’aiuto dell’amico Engels, conosciuto durante l’esperienza francese. Figlio di un ricco industriale, egli scrisse riguardo le condizioni degli operai nelle fabbriche di Manchester, saggio che attirò l’attenzione di Marx. I due cominceranno a sostenere una nuova concezione materialista della filosofia, intesa non più a interpretare i meccanismi della società, bensì a cambiarli. Non più il socialismo utopistico alla Proudhon ma una rivoluzione scientifica. Un fine che è possibile raggiungere passo per passo, attraverso dei cambiamenti progressivi. Ecco dunque che tra il 1847 e il 1848 verrà scritto dai due pensatori uno dei saggi più noti degli ultimi secoli: “Il Manifesto del Partito Comunista”. Celeberrima la frase di apertura “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”.

Il giovane Karl Marx di Raoul Peck è un film biografico che, dal 1843 all’indomani dello scoppio dei moti del ’48, ripercorre nei minimi dettagli la formazione e maturazione di un pensiero, il marxismo. È la prima volta che il più grande teorico del comunismo viene portato sullo schermo. Un progetto ambizioso quello del regista che però non sfocia in discorsi banali o frasi enfatiche sulla lotta di classe, errori in cui avrebbe potuto incorrere. Il passaggio dal “Tutti gli uomini sono fratelli” della Lega dei Giusti, al celebre “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” della Lega dei Comunisti, viene rappresentato seguendo un percorso logico lontano dalle accezioni dogmatiche. Peck è bravo a rappresentare la trasformazione in atto della dottrina socialista-comunista che, da un’ideologia astratta e una concezione altrettanto astratta dell’individuo, finalmente inizia a ragionare in maniera definita sulle classi.

Sebbene siano trascorsi centosettanta anni da quei giorni, e molto è accaduto all'ideologia che a quel pensiero si è richiamata, è impossibile non cogliere l’attualità del film che, nel rappresentare uno dei filosofi più importanti di tutta la storia, si propone di mostrare una condizione che esiste da sempre e che ancora oggi è insita nella società. Lo sfruttamento e la lotta impari tra il popolo e chi detiene il potere. La ricostruzione del passato diventa presente e anche se quella rivoluzione tanto auspicata sarà destinata a fallire è altrettanto vero che “Il Capitale”, scritto vent’anni dopo il Manifesto, è tutt’oggi il più grande libro che ha ispirato nel tempo le lotte per la libertà. Battaglie che affondano le radici in Europa, ma che in tutto il mondo hanno stimolato quelle più recenti lungo il corso del Novecento.

Come sentenzia il finale, in riferimento a “Il Capitale”: “un’opera aperta, incommensurabile, incompleta perché l’oggetto stesso della sua critica è in continuo movimento”. E non è un caso se a chiudere il film sono una serie di immagini che mostrano gli eventi più importanti del XX secolo, accompagnate dalle note di “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan, proprio a richiamare quel “moto perpetuo” che attraversa e anima i popoli: la lotta contro le ingiustizie.
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Margherita Calestrini

laureanda in Scienze politiche, grande passione per il cinema e le arti in genere.
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