Il mio Enea. Filomena Giannotti nei meandri della poetica di Caproni

Duccio Rossi

15/06/2020

Un libro necessario, come lo definisce Alessandro Fo nella prefazione, quello di Filomena Giannotti sull’opera di Giorgio Caproni. Necessario per lo studio e la comprensione della poetica di un grande autore italiano del Novecento. “Giorgio Caproni, Il mio Enea” a cura di Filomena Giannotti (Garzanti 2020) è un volume che si inserisce nelle celebrazioni della ricorrenza del trentennale della morte del poeta e che si rivolge a tutti coloro che desiderano conoscere o approfondire la raffinata opera di un grande amante della classicità e comprendere quanto la tradizione classica sia ancora viva nella produzione letteraria contemporanea.
 
Nel 1948 il giovane Caproni, poeta già riconosciuto, passa da piazza Bandiera a Genova e scorge, tra le rovine dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, una statua settecentesca di Enea con il vecchio padre Anchise sulle spalle e il piccolo figlio Ascanio al suo fianco. Quella visione, come ci spiega ancora Fo, fu un momento alto della vita del poeta, uno di quei momenti che segnano l’esistenza di chi li vive, indirizzandone per sempre la rotta. In quell’Enea, Giorgio Caproni vide se stesso: se stesso e tutta la sua generazione, uscita dalla guerra. Il padre Anchise rappresentava invece il passato e il piccolo Ascanio il futuro da ricostruire. Incredibilmente, quell’incontro casuale con una statua di marmo – che per molti altri passanti sarà stata, forse, semplicemente una statua –, finì per divenire un momento di svolta nella vita poetica di Caproni. Da quel momento il poeta trovò in Enea una musa ispiratrice che per molti anni svolse per lui una funzione di vera e propria categoria di pensiero tramite la quale leggere il mondo, la vita, i sentimenti.
 
Il poeta tornerà su quell’incontro in vari interventi (da corrispondenze giornalistiche al poemetto Il passaggio di Enea, a recensioni e interviste), qui raccolti per l’attenta cura di Filomena Giannotti, autrice anche di una puntuale Introduzione e di un prezioso apparato di Note che di quell’incontro ricostruiscono la storia e il valore simbolico” (dalla quarta di copertina). Filomena Giannotti conduce il lettore attraverso i complessi meandri della poetica caproniana spiegandone tematiche, recuperi, riferimenti e richiami per mezzo di una sobrietà espositiva che permette di godere di un’agile lettura anche da parte di un pubblico meno esperto.
 
Il giovane Caproni si avvicina alla dimensione poetica e letteraria grazie alla piuttosto eclettica bibliotechina di suo padre: legge Dante, Virgilio, Minucio Felice, Agostino. Quello di Caproni con i classici, come ci spiega Giannotti, è sempre stato un sentimento vivo. Un sentimento che ha permesso al poeta di vivere, interiorizzare e metabolizzare i classici a tal punto che quella statua di Enea in piazza Bandiera a Genova si manifesta ai suoi occhi in tutta la sua drammaticità divenendo quanto di più commovente io abbia visto sulla terra.
 
Leggendo l’opera di Caproni comprendiamo come non siamo noi moderni a recuperare i classici, ma come siano i classici, in quanto tali, a recuperare in noi moderni quelle tematiche eterne – classiche appunto – che ci portiamo in fondo al cuore in quanto esseri umani. Echi omerici, virgiliani e danteschi si riscontrano nella poesia Oh cari, con i temi topici dell’impossibilità di contatto tra i vivi e i morti e del paragone tra i defunti e le foglie. Ciò che Caproni lesse ed amò per tutta una vita fu da lui restituito con grande altruismo sottoforma di intima rielaborazione in versi e in prosa. Ma ad incidere sulla sua scrittura non fu solamente l’eclettica formazione culturale ma anche, purtroppo, i tragici eventi storici durante i quali il poeta si trovò a vivere: [] sono nato durante la guerra di Libia, ho assistito da bambino alla prima grande guerra, sono cresciuto sotto la dittatura, ho fatto la seconda grande guerra e sono stato per giunta partigiano.
 
Gli orrori della guerra, l’essere stato partigiano senza sparare un colpo, le miserie della vita anche in tempo di pace e il peso delle macerie non soltanto materiali hanno condotto Caproni a rielaborare il mito di Enea in una sorta di ossimorica variante antimitica. Un Enea meno arma che vir, che rifugge per ovvie ragioni quegli aspetti eroici su cui tanto aveva insistito la retorica augustea e, duemila anni dopo, la propaganda fascista. Quello di Caproni diviene un Enea di una mai fondata nuova città, contrariamente a quanto leggiamo in Virgilio. Ma la contraddizione è solo apparente: la grandezza del mito, e del poeta che gli dà voce, risiede proprio qui, nella capacità di prestarsi, anche a distanza di secoli, in quanto racconto aperto e fluido, a sempre nuove interpretazioni, facendosi categoria di pensiero per decifrare la realtà. Già in Virgilio Enea è un eroe umano, pieno di sentimenti e debolezze. Con Caproni Enea trova una nuova variante moderna: particolare, peculiare, sempre più umana; ma è sempre lo stesso Enea, alius et idem, a dimostrazione che i classici non smettono mai di suscitare in noi domande e riflessioni.
 
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