Il realismo magico di Daniela Raimondi

Luigi Oliveto

09/09/2020

Una storia ‘magica’ quella raccontata da Daniela Raimondi nel romanzo d’esordio “La casa sull’argine” (Editrice Nord). Quasi scritta sotto la mano benedicente di Garcia Marquez, per come allegoria, realtà e mito vadano a comporre un’epopea famigliare che si dipana attraverso due secoli di storia italiana, dall’unità nazionale agli anni di piombo. Tutto comincia all’inizio dell’Ottocento, nel borgo di Stellata, dove Lombardia, Emilia e Veneto vanno a lambirsi e dove, da sempre, vive la famiglia Casadio. È a quel tempo che una carovana di zingari giunge nel borgo, e per una serie prolungata di avversità non lo lascerà più. Così “senza che gli abitanti di Stellata quasi se ne rendessero conto, il loro astio verso i nuovi arrivati si trasformò in abitudine. I vecchi morivano, i bambini nascevano e i giovani s’innamoravano senza badare troppo alle differenze. Fatto sta che, in poche generazioni, un terzo degli abitanti di Stellata si ritrovò nelle vene sangue zingaro.” Accade che anche Giacomo Casadio si innamori e sposi la bella zingara Viollca Toska. Il matrimonio farà sì che, d’ora innanzi, i discendenti della famiglia si divideranno in due ceppi: i sognatori dagli occhi azzurri e dai capelli biondi, che raccolgono l’eredità di Giacomo, e i sensitivi, che hanno gli occhi e i capelli neri della veggente Viollca. Eccoli, allora, quegli eredi, nelle loro passioni, sogni, bizzarrie, drammi, a cercare di smentire la terribile profezia che Viollca ha letto nei tarocchi in una notte di tregenda. C’è Achille, intestardito a voler stabilire quanto pesi un respiro; Edvige, impegnata a giocare a briscola con lo zio morto due secoli prima; Adele, che lascia Stellata per raggiungere il Brasile; Neve, che, quando è felice, emana una fragranza dolcissima. Tutti provano a inseguire i loro sogni cercando di dribblare il destino. Del resto, questo significa vivere.
 
***
 
«È per colpa di una zingara se la famiglia si è imbastardita.» Me lo ripeteva spesso mia nonna, grembiule bianco e maniche rimboccate fino ai gomiti, mentre si apprestava a tirare la sfoglia. Cominciava a raccontare la nostra storia partendo da quell’antenata gitana e intanto lasciava cadere le uova nel vulcano di farina. Un leggero movimento del polso, crac, partiva un uovo; un altro movimento, crac, partiva il secondo. Lavorava la pasta e intanto parlava, e piangeva, e rideva. Era certa che fosse per colpa del matrimonio di un nostro avo con quella zingara, avvenuto due secoli prima, se metà dei nostri parenti aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri, mentre l’altra metà nasceva con i capelli corvini e gli occhi neri.
Non erano solo vaneggiamenti dovuti all’età. L’arrivo degli zingari nel paesino di Stellata, il luogo che ha dato i natali alla mia famiglia, è testimoniato da un documento vecchio di secoli che giace negli archivi storici della Biblioteca Ariostea di Ferrara.
La carovana di gitani era apparsa in paese in una giornata di pioggia apocalittica. Era novembre e ormai diluviava da settimane. I campi erano scomparsi sotto una spanna d’acqua; quindi erano spariti i sentieri, le strade, i cortili e infine la piazza. Per potersi muovere, la gente aveva cominciato a usare le barche. Stellata aveva finito per trasformarsi in una sorta di piccola Venezia, ma una sua versione misera, senza i palazzi e le gondole, con case malandate, imbarcazioni marce e le acque salmastre del fiume.
I carrozzoni si erano trascinati cigolando sul ponte di barche del Po, quindi avevano proseguito lungo lo stradone sull’argine. L’acqua batteva e le zampe delle bestie sprofondavano nella melma. Le ruote si erano incagliate, il legno scricchiolava, e i carrozzoni avevano finito per bloccarsi nel fango. Gli uomini avevano lavorato fino a tarda notte, cercando di liberarli, ma per cinque carrozzoni non c’era stato nulla da fare, e gli zingari si erano dovuti fermare in paese in attesa di un tempo migliore.
Quando la pioggia era cessata, i carrozzoni erano stati liberati e le ruote sostituite, ma una serie di eventi aveva fatto sì che la partenza dei forestieri venisse rimandata più volte: prima si era dovuto attendere l’esito di un parto difficile, poi qualcuno si era ammalato di dissenteria, infine un loro cavallo era morto. Quando gli zingari erano stati finalmente pronti a riprendere il cammino, era sopraggiunto uno degli inverni più rigidi del secolo e il paese era sprofondato nel gelo. Mettersi in viaggio era sembrata a tutti un’idea insensata.
Per rompere la monotonia del lungo inverno, qualche zingaro si tenne occupato ferrando i cavalli; altri iniziarono a vendere al mercato cesti di giunco, briglie, setacci e tamburelli; altri ancora cominciarono a suonare ai battesimi e ai matrimoni. Arrivò e finì la primavera; in estate, scoppiò il tifo e il paese venne isolato. Con il passare delle stagioni, la vita di quegli zingari venne irrimediabilmente segnata dal vizio della quotidianità.
Senza che gli abitanti di Stellata quasi se ne rendessero conto, il loro astio verso i nuovi arrivati si trasformò in abitudine. I vecchi morivano, i bambini nascevano e i giovani s’innamoravano senza badare troppo alle differenze. Fatto sta che, in poche generazioni, un terzo degli abitanti di Stellata si ritrovò nelle vene sangue zingaro.
È qui che entra in scena il mio trisavolo, Giacomo Casadio. A Stellata era conosciuto come un tipo solitario, dal temperamento malinconico. La natura lo aveva però dotato di una grande immaginazione e ben presto si era manifestato in lui l’estro del visionario. Il suo sogno era costruire barche, ma non le solite, modeste imbarcazioni che si vedevano passare lungo le rive del Po. Lui aveva in mente vascelli con stive capaci di contenere non solo grano, legname, canapa e animali da cortile, ma anche vacche e cavalli. In poche parole: Giacomo Casadio progettava qualcosa di molto simile all’Arca di Noè.
L’idea gli era venuta da piccolo, in canonica. Sfogliando una Bibbia, si era imbattuto in un’immagine dell’arca pronta a salpare. Era bellissima, con la pancia tonda, le teste di leoni e giraffe che uscivano dalle finestrelle, e più sotto le file di anatre, di galli e di galline, e poi le coppie di capre, dromedari, pecore e asinelli. Una barca capace di sfidare il Diluvio Universale e di salvare tutti gli esseri viventi della Terra! Quell’immagine biblica aveva gettato il seme della sua ossessione. Una volta cresciuto, Giacomo aveva cominciato a costruire arche nel cortile di casa. Ci aveva pensato a lungo: il fiume era da sempre la via di trasporto più veloce per il continuo via vai di persone, carri e bestie; e c’erano i pescatori, i ranari, i sabbiaroli... Stellata, dove il Po era ampio e profondo, poteva trasformarsi in un grande porto fluviale.
Gli ci erano voluti tre anni per terminare il progetto. Quando l’arca fu pronta, Giacomo attese il 4 dicembre, giorno dedicato a santa Barbara, protettrice dei marinai, per vararla.
Quel mattino in paese c’era grande agitazione. L’intero borgo era sull’argine per godersi lo spettacolo. Arrivò anche il prete con il crocifisso, i chierichetti e l’acqua santa. Un enorme carro tirato da dodici buoi spinse l’imbarcazione sino al fiume. Giunti alle sue sponde melmose, gli uomini più forti iniziarono a trascinare l’arca, spostando l’uno dopo l’altro i tronchi su cui poggiava per farla scivolare prima giù dal carro, poi lungo la riva. Ci furono grida di stupore, incitazioni, parecchi traballamenti e trepidanti momenti d’attesa, ma alla fine l’arca fece il suo ingresso nel Po. Un fragore di esclamazioni e applausi si levò tutt’intorno.
Con il suo lungo passo dinoccolato e l’aria trionfante, Giacomo salì a bordo. Salutava la folla radunata lungo la riva con gli occhi azzurri che luccicavano, il petto gonfio d’emozione. Mai nella sua vita aveva provato una simile felicità.
Purtroppo l’arca non andò lontano; in meno di un’ora, scese a picco sul fondale.
L’uomo cadde in un profondo stato di abbattimento, che durò tutto l’inverno. I suoi erano così allarmati che alla fine il padre gli suggerì di riprovare. «At ghè ’na testa fina. La prósima volta la to barca at’la porti fin al mar!» disse con convinzione.
Spinto da quell’incoraggiamento, Giacomo superò lo sconforto e iniziò a costruire una seconda arca, ma non ebbe miglior fortuna. Arrivò a fabbricarne una mezza dozzina, e l’una dopo l’altra finirono tutte per affondare. A onor del vero, un paio stettero a galla per giorni. Con la sesta, poi, Giacomo raggiunse addirittura Comacchio e il delta del Po ma, proprio quando pensava di essere riuscito nella sua impresa, l’imbarcazione iniziò a riempirsi d’acqua e in poche ore colò a picco. In quel punto, il livello del fiume era basso e si racconta che per generazioni i pescatori di anguille furono in grado di scorgere l’albero maestro che spuntava dalle acque.
Tra un fallimento e l’altro, Giacomo viveva lunghi mesi di prostrazione, talmente debilitanti che non riusciva nemmeno a lavorare nei campi. Poi, d’improvviso, subentravano periodi di euforia e il sogno di costruire un’arca tornava a ossessionarlo. Giunse però il momento in cui anche il padre perse la pazienza. «Adès basta! At zsé sta bon ad fundáran sié. Tuti zo in d’al Po com ad li predi!»
Ma, nonostante le sei barche affondate nel Po come pietre, il sogno di Giacomo era grande, e i suoi sapevano che costruire arche era l’unica cosa che portasse un poco di felicità nella vita di quel figlio, malinconico fin da quando stava nel ventre di sua madre. Così, nel giro di qualche mese, il cortile tornava a trasformarsi in un cantiere navale con impalcature, pile di assi, secchi di chiodi, funi, tenaglie, seghe e rotoli di cime multicolori. E, in mezzo a tutto quel groviglio di legname e utensili, c’era Giacomo che piallava, inchiodava e incollava giunture. Ogni volta che terminava una barca, attendeva giudiziosamente il giorno di Santa Barbara per vararla, ma la protettrice dei marinai non gli fu mai d’aiuto e le imbarcazioni finirono tutte per affondare.
Quando non lavorava nei campi, o non era preso dalla costruzione di una nuova arca, Giacomo passava il tempo da solo. Aveva pochi amici e un autentico terrore delle donne, tanto che giunse all’età di quarantacinque anni senza aver mai avuto una fidanzata. Poi, durante una festa di paese, una zingara incrociò il suo cammino. Lui l’aveva già notata da tempo: era alta, con un corpo flessuoso e una massa di capelli neri che le arrivava fino alla vita. Se ne andava in giro per Stellata con fare spavaldo, i sottanoni colorati, una moltitudine di penne di fagiano tra i capelli, vistosi anelli alle dita e numerose collane sul petto. Giacomo l’aveva sempre evitata, intimidito dalla sua baldanza; in più provava diffidenza per quella strana gente. Però quel giorno la zingara gli andò vicino e lo fissò dritto negli occhi. Quando gli rivolse la parola, lui trasalì e cercò di svignarsela, ma la ragazza lo afferrò per un braccio. «Dove vai? Mica ti mangio. Voglio solo leggerti il futuro.»
 
[da La casa sull’argine di Daniela Raimondi, Editrice Nord]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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