Il simbolico tunnel di Abraham B. Yehoshua

Luigi Oliveto

24/01/2019

Il lungo dialogo con il quale si apre l’ultimo romanzo di Abraham B. Yehoshua, fa intuire subito la sottigliezza psicologica con cui verrà narrata la vicenda. Quella di Zvi Luria, un ingegnere in pensione di 73 anni che avverte i primi sintomi di demenza senile; e che sa quale ineluttabile destino lo aspetti. Lui che costruiva strade e tunnel, che era uomo di certezze, punto di riferimento sul lavoro, in famiglia, nella cerchia degli amici, d’ora innanzi dovrà misurarsi con la fragilità, la paura, la perdita di sé.  Nel primo colloquio con il neurologo gli viene detto che la velocità della malattia dipenderà anche da quanto saprà combatterla con una giusta disposizione di spirito. E come si fa – chiede lui – a combattere il proprio cervello con lo spirito, è una contraddizione di termini:Ho sempre pensato che mente e spirito fossero la stessa cosa”. Ecco il dramma. In quale modo è possibile continuare ad essere sé stessi smarrendo il raziocinio, la memoria, la storia personale? Cosa resta del proprio universo affettivo, delle relazioni sociali; o tanto meno come andranno a ridisegnarsi? Tra le strategie per fronteggiare la malattia, il medico suggerisce a Zvi di riprendere pure a lavorare, così diventerà assistente volontario del giovane ingegnere Assael Maimoni, colui che gli era subentrato nella società costruttrice di strade. Tra i due si instaura un rapporto di amicizia e di complicità molto forte, a tratti commovente. Devono progettare una strada segreta nel deserto di Negev e il tracciato prevede lo spianamento di una collina dove vive una famiglia di rifugiati palestinesi. Il vecchio ingegnere rifiuta questa soluzione; contro ogni logica economica e politica, e in forza della propria ‘demenza’, ottiene di forare la collina con un tunnel, perché la famiglia di rifugiati – non più palestinese ma non ancora israeliana, dunque “gente senza identità” – ha giustappunto “bisogno di un tunnel”. Ecco, allora, che la costruzione della galleria diventa simbolo d’altro. I temi di un dramma personale che ha a che fare con la vecchiaia, la malattia, la perdita di identità, si dilatano alla storia collettiva, intrecciano le vicende del popolo palestinese e israeliano in tutta la loro complessità e forza dilaniante.
 
***
– Allora, ricapitolando, – dice il neurologo.
– Sì, ricapitolando, – sussurra la coppia.
– I disturbi non sono del tutto inventati. Abbiamo veramente rilevato un’atrofia del lobo frontale, che potrebbe suggerire una lieve degenerazione neuronale.
– Dove esattamente?
– Qui, sulla corteccia.
– Mi spiace ma non vedo niente.
   La donna si china sull’immagine.
– Sì, in effetti una lesione c’è, – ammette, ma è minuscola.
– È vero, – concorda il neurologo, – è minima, ma potrebbe estendersi.
– Potrebbe, – domanda il marito con voce tremante, – o lei vede una chiara tendenza a estendersi?
– Entrambe le cose…
– E a quale ritmo?
– Nessuna patologia segue delle regole precise, di certo non quelle della corteccia cerebrale. La velocità di un eventuale processo degenerativo dipende anche da lei.
– Da me? E come?
– Dal suo comportamento. In altre parole da come combatterà contro la malattia.
– Dovrei combattere contro il mio cervello? E come?
– Con una giusta disposizione di spirito.
– Ho sempre pensato che mente e spirito fossero la stessa cosa.
– No, assolutamente no, – proclama il neurologo. – Lei quanti anni ha?
– Settantatre…
– Non ancora compiuti, – precisa la moglie. – Mio marito tende sempre a correre, ha fretta di arrivare alla fine…
 – Ecco, – bofonchia il medico, – già questo non va bene.
   Solo in quel momento il paziente nota una minuscola kippah fra i riccioli del neurologo. Probabilmente se l’è tolta quando lo ha esaminato sul lettino, per paura che gli cadesse.
– I nomi, per esempio, dice che le sfuggono di continuo…
– Soprattutto quelli, – conferma l’uomo, – i cognomi me li ricordo facilmente, ma i nomi… è come se, quando cerco di ricordarli, si volatilizzassero.
– Ecco allora qualcosa per cui lottare. Non si accontenti dei cognomi, si ostini a ricordare anche i nomi.
– Lo faccio. Ma mentre mi spremo le meningi salta su lei e me li suggerisce.
– Questo non va bene, – la rimprovera il medico, – così non aiuta suo marito.
– È vero, – la donna riconosce la propria colpa, – ma a volte ci mette talmente tanto tempo a ricordare un nome che dimentica cosa voleva dire.
– Deve comunque permettergli di sforzare la memoria, è l’unico modo per aiutarlo.
– Ha ragione, dottore, lo prometto.
– Lei lavora ancora? – domanda il medico al paziente.
– No, non più. Sono in pensione da cinque anni…
– E che lavoro faceva, se posso chiederglielo?
– Ero un dipendente di Percorsi di Israele.
– Percorsi di Israele? E che cos’è?
– Quello che un tempo era conosciuto come il Dipartimento dei lavori pubblici, il gestore della rete stradale. Per quarant’anni ho progettato strade e autostrade… – Il neurologo appare divertito, chissà perché. – E dove? A nord o a sud?
   Ancora una volta, mentre il paziente è alla ricerca di una risposta pertinente, la moglie si intromette.
– A nord. Ecco davanti a lei, dottore, l’ingegnere che fra le altre cose ha progettato i due tunnel dell’unica autostrada di Israele.
   Perché proprio i tunnel?, – pensa il marito, stupito. Lui non li ha mai considerati fra i suoi progetti più rappresentativi.
Ma il neurologo appare interessato. E perché no dopotutto? Il tempo non gli manca. L’ingegnere è il suo ultimo paziente, la segretaria che ha riscosso l’onorario se n’è già andata e il suo appartamento è proprio sopra la clinica.
– Non ho mai notato che ci fossero dei tunnel in autostrada.
– Non sono lunghi, appena duecento metri.
– In ogni caso avrei dovuto accorgermene invece di perdermi in sogni mentre guidavo, – si rimprovera il medico.
– Anche solo nel caso che altri ingegneri stradali arrivino a farsi curare da me.
– Ne arriveranno, – scherza il paziente, – se non riusciranno a nascondere la loro demenza tra i vari svincoli.
– Perché parla di demenza? – scatta il neurologo. – Non siamo ancora a quel punto. Non abbia fretta di attribuirsi qualcosa di cui non sa niente. Non alimenti paure e fantasie inutili, e soprattutto eviti l’inattività e il fatalismo. Andare in pensione non significa essere arrivati alla fine di un percorso. Quindi, come prima cosa, si trovi qualcosa da fare, un lavoro part-time, o qualche consulenza privata.
– Non esiste una cosa simile, dottore. Non si possono progettare e costruire strade da soli. Sono opere pubbliche, e ormai ci sono altri che se ne occupano… giovani…
– E allora cosa fa di solito?
– Ufficialmente me ne sto a casa, ma in realtà viaggio, faccio passeggiate, vado in giro. Io e mia moglie andiamo spesso a teatro, a concerti, all’opera, a volte a sentire conferenze. E naturalmente aiutiamo i figli, soprattutto con i nipoti. Li andiamo a prendere, li riportiamo, li accompagniamo. E poi sbrigo un po’ di faccende in casa, le commissioni, faccio la spesa al centro commerciale e a volte…
– Gli piace andare al mercato, – si affretta a precisare la moglie.
– Al mercato? – si stupisce il neurologo.
– Perché no?
– No, no, fa bene. Se riesce a raccapezzarsi fra le varie bancarelle, fa benissimo.
– E cucino, sa.
– Oh-oh, pure.
– Sì, insomma, più che altro affetto, mescolo riciclo avanzi. Ho la responsabilità di preparare il pranzo a mia moglie prima che lei torni dall’ospedale.
– Ospedale?
– Sono pediatra, – mormora la donna.
– Ottimo, – esclama il medico stendendosi in poltrona con sollievo, – una collega.
   Nonostante la signora sia più anziana di lui di una ventina d’anni il neurologo la interroga sul suo lavoro, sugli studi, sull’esperienza professionale maturata, quasi non fosse primario di un reparto ma una giovane candidata al suo studio, incaricata di seguire il potenziale decorso della sospetta atrofia nella corteccia cerebrale del coniuge.
– E che sonniferi prescrive a suo marito?
   La donna posa una mano amorevole sulla spalla dell’uomo.
– Nessuno. Di solito dorme bene anche senza. A volte, però, quando fa fatica ad addormentarsi prende… cosa prendi?
   L’ingegnere non ricorda il nome del farmaco, solo la forma.
– Quei triangolini…
– Intende lo Xanax.
– Se è solo quello va bene, – approva il neurologo, – ma stia attenta a non dargli qualcosa di più forte. L’ipotalamo, che è responsabile del controllo del ciclo sonno-veglia, adesso è particolarmente sensibile, ed è meglio non scombussolarlo con pillole come… – E, afferrata una penna, il medico annota nomi di farmaci proibiti su un foglio.
   La donna studia l’elenco, lo piega, lo infila nella borsetta. Ma il neurologo incalza.
– Ci sono stati, o ci sono in famiglia, casi con sintomi simili ai suoi?
   La donna si gira verso il marito con aria interrogativa, ma lui, ancora una volta, lascia che sia lei a rispondere.
– No, nessuno. Né i suoi genitori, né sua sorella, e neanche suo fratello.
– E nelle generazioni precedenti?
   Ora l’ingegnere non ha scelta…
– I nonni da parte di mio padre non li ho conosciuti, – spiega con un po’ d’amarezza, – erano più giovani di me quando sono morti nella seconda guerra mondiale, quindi non so se soffrivano di… cioè… del disturbo che lei mi ha diagnosticato. E nella famiglia di mia madre… sono nati tutti qui, in Israele, e sono stati lucidi fino alla fine, per quanto ne so io, completamente sani di mente. A parte… aspetti, sì… forse… ma solo forse… c’era una lontana parente arrivata dal Nordafrica alla fine degli anni Sessanta che proprio qui, in Israele, è sprofondata nel mutismo. Per rabbia, depressione… oppure… chissà… forse anche per lei si trattava di… cioè… di demenza…
   Sorprendentemente il neurologo non insorge contro la definizione sfuggita ancora una volta al paziente, e torna a studiare l’immagine della risonanza prima di farla scivolare con cautela in una grande busta, scrivere a lettere cubitali il nome Zvi Luria e aggiungere il numero di carta d’identità dell’uomo per evitare eventuali errori. Ma quando sta per consegnare la busta alla collega l’ingegnere lo anticipa, l’afferra e se la stringe al petto. Per un istante sembra che il medico voglia dire ancora qualcosa, ma nel sentire un fruscio di passi nell’appartamento al piano superiore desiste e si alza per salutare. L’ingegnere scatta in piedi, pronto al congedo, ma la moglie indugia in poltrona, quasi temesse di rimanere sola con la malattia del marito.
– La cosa più importante è mantenersi attivi, – conclude risoluto il medico. – Non si isoli, signor Luria, anche se fa fatica a riconoscere le persone. Non fugga la vita, al contrario. La cerchi, ci sguazzi.
   Mentre parla comincia a spegnere le luci, senza però mostrare fretta di salire in casa. Ancora in camice bianco, accompagna la coppia al portoncino del palazzo, accende i faretti nell’ampio giardino per aiutare i due a trovare il viottolo che conduce alla strada e, prima di salutarli, fa qualche raccomandazione in tono amabile, affettuoso.
– Siete persone intelligenti, dalla mentalità aperta, e vi posso parlare con franchezza. Quando dico di non fuggire la vita intendo in tutti i sensi, anche nei suoi aspetti più intimi. Fra voi due cioè. In altre parole non rinunciate al sesso, non astenetevi dall’avere rapporti, a dispetto dell’età e delle circostanze. L’attività sessuale è molto importante per il cervello. Per entrambi, non solo per lei, ingegnere, e per ciò che le ho diagnosticato. Mi capisce, dottoressa Luria? E non accontentatevi di non astenervi dai rapporti, cercate persino di averne con maggiore frequenza. È importante, fa bene, credetemi, parlo per esperienza.
   Il medico esita, come se si fosse spinto troppo in là. L’ingegnere annuisce, grato, consenziente, e la moglie sussurra, precipitosa: – Sì, certo, dottore, capisco, cercherò, cioè, cercheremo entrambi.
 
 
[da Il tunnel di Abraham B. Yehoshua, trad. di Alessandra Shomroni, Einaudi, 2018]
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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