Il valore della scrittura al tempo dei social network

Francesco Ricci

26/03/2018

“Chi di noi è in grado”, si chiedeva James Joyce, “di tenere sotto controllo i propri scarabocchi iniziali? Essi sono la marca della nostra personalità, così come la voce o l’andatura”. Forse le parole che i nostri adolescenti affidano a una tema o alle pagine di un diario sono e restano soltanto scarabocchi. Forse sono destinate a rimanere confinate all’interno del rapporto alunno-docente oppure a finire tra gli scatoloni riposti in soffitta, al pari di un giocattolo vecchio o di un paio di scarpe che, a un certo punto, non entrano più nel piede. Parole scordate, parole da scordare. Eppure scriverle non è stato inutile – non lo è mai – se è vero che anche attraverso quelle parole passa il tentativo di mettere un po’ di ordine nel caos degli eventi esterni e di gettare luce nell’abisso dal quale ogni uomo è posseduto, dove convivono, fianco a fianco, complessi non risolti, desideri inconfessabili, pulsioni sepolte.

Nell’era di Internet e della tecnologia digitale la scrittura conserva intera la sua importanza, anzi, se possibile, la vede accresciuta, al punto che personalmente vi rinvengo uno degli ultimi baluardi di fronte all’invasione di tutto ciò che è breve, veloce, sintetico, essenziale, simultaneo, visivo, accorciato. Riprendere a leggere, riprendere a scrivere. Dovrebbero farlo gli adulti, dovrebbero farlo gli adolescenti, che stanno costruendo la loro identità e la loro personalità e che stanno cercando di rinvenire, in mezzo al frastuono delle informazioni e dei messaggi pubblicitari, la voce della propria interiorità, quella che può divenire responsabile di un’esistenza e di un destino.

Ma dinanzi al desiderio di raccontare e di raccontarsi dei nostri giovani, la scuola che cosa fa? Dinanzi al loro bisogno di affidare a qualche pagina di foglio protocollo frammenti di un’interiorità acerba e disperata, arrabbiata e rassegnata, innamorata e ribelle, insofferente e terribilmente sola, la scuola italiana come si muove? Non fa niente, non si muove affatto. Questa è la dolente verità. È incapace di proporre tracce di temi che, una volta svolte, non siano la semplice riproposizione di quanto gli studenti hanno letto sul manuale o hanno ascoltato dal docente. Al biennio della secondaria superiore, infatti, si chiede loro di sviluppare alcune considerazioni intorno ai poemi omerici, all’Eneide di Virgilio, ai Promessi sposi di Manzoni. Al triennio gli si insegna a svolgere una buona analisi letteraria (comprensione, analisi e interpretazione, approfondimenti) e a progettare e stendere un testo argomentativo, in forma di articolo di giornale e saggio breve, partendo dal materiale documentario messo loro a disposizione. Qualche insegnante si spinge anche a proporre un tema che abbia a oggetto la storia o qualche problematica legata alla realtà contemporanea. In ogni caso, attraverso la composizione scritta, così concepita, è possibile valutare, con una oggettività che sa di referto medico, le conoscenze disciplinari, le competenze linguistiche, le capacità logico-deduttive e argomentative degli studenti.

C’è qualcosa di male in tutto ciò? Forse non è vero che in queste tre parole, “conoscenze, competenze, capacità”, è racchiuso, se guardiamo alle disposizioni ministeriali, il significato profondo del processo educativo? Non sarebbe, di conseguenza, da irresponsabili non preparare gli studenti a fare una buona analisi letteraria o a scrivere un saggio breve, un articolo di giornale, un tema di storia o di ordine generale? Con quale cuore il docente potrebbe sopportare la vista dei suoi alunni che, nella seconda metà di giugno, sono chiamati (sarebbero chiamati) a confrontarsi per la prima volta, nel corso della prova scritta di italiano dell’esame di Stato, con tipologie di tema sconosciute, mai tentate, completamente nuove? Il problema, in realtà, non sono queste tracce, il problema è che nella scuola italiana oramai vengono proposte solo queste, tagliando fuori quelle che consentirebbero l’emergere della soggettività dello studente, quasi che il conoscersi, l’immergersi nelle profondità del proprio io, il trovarsi faccia a faccia con se stesso, l’operare un consuntivo di ciò che si è, ciò che si prova, ciò che si sente, rivestisse minor importanza dell’inquadramento di una questione, del riconoscimento di una figura retorica, della formulazione di una tesi, della confutazione dell’antitesi, del rispetto di una consegna.

Alla fine, come sempre nella vita, tutto si riduce a una questione di sguardi. Ma stavolta la posta in gioco è altissima, perché a venire coinvolti sono i nostri ragazzi, il nostro futuro. Miope a me pare, allora, l’insegnante che si preoccupa esclusivamente di fornire strumenti che consentano di elaborare un tema riconducibile alle quattro modalità di svolgimento (tipologia A, B, C, D) previste per il primo scritto dell’Esame di Stato. Quello che io mi aspetto da un buon docente, piuttosto, è uno sguardo che sappia andare più lontano, che abbia a cuore la persona e non la funzione, che abbracci uno spazio temporale che si ponga al di là dei cinque anni di scuola. Occorre offrire ai nostri adolescenti la possibilità di confrontarsi attraverso la scrittura con pensieri come quelli espressi da Sándor Márai ne “La sorella” (“Lo sa qual è la vera menzogna? Che un uomo possa aiutare un altro uomo”) o da Cesare Pavese ne “Il mestiere di vivere” (“Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa, qual è la loro pena, il loro cancro segreto?”) o da Ezra Pound nei “Canti Pisani” (“Quello che veramente ami rimane / il resto sono scorie”) o da Alberto Moravia ne “La disubbidienza” (Egli sentiva che il mondo gli era ostile; e che egli era ostile al mondo”). Considerazioni da accogliere o da rifiutare, da fare proprie o da contestare, ma che hanno il merito di indurre i nostri ragazzi a soffermarsi – loro che hanno sempre fretta, che vanno di fretta – su questioni capitali (la verità, la menzogna, l’egoismo, l’apertura agli altri, l’amore, l’esclusione, l’ostilità) e a irrigare, con l’eco delle emozioni e con le risonanze sentimentali che esse suscitano, il deserto emotivo che cresce dentro di loro.

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Francesco Ricci

Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

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