Il velo giallo di Alessandro Onofri

Massimiliano Scudeletti

13/05/2020

Non riesco a togliermi dalla mente Andrea Corsali, misterioso navigatore fiorentino. Italiano al servizio dei portoghesi, riferendo a Giuliano de' Medici delle sue esplorazioni, definisce la pelle dei Cinesi come «di nostra qualità». Era l'anno 1515, ma per quasi tre secoli la descrizione degli abitanti del Regno di Mezzo non cambierà: «gente di pelle bianchissima al Nord... bruni invece i cantonesi», riferiscono viaggiatori, naturalisti e missionari. Infatti, alle soglie del XIX secolo, i Cinesi sono ancora «un popolo di pelle bianca» (Dizionario universale, 1772, Parigi).
 
A questo sto pensando e non dovrei, visto non riesco a evitare il colpo del mio sparring partner di tui shou in una palestra poco lontana dal quartiere di Nanluoguxiang. Wu pratica il wushu fin da piccolo, è un esperto di medicina tradizionale che cerca di coniugare con la Facoltà di Medicina, anche se i professori lo guardano storto per i suoi abiti da punk inglese anni ’70. Occasionalmente fa da guida agli occidentali per guadagnare qualche soldo e migliorare le molte lingue che (già) parla. Ci siamo incontrati nel parco di Beihai, i soli a praticare Taiji stile Chen in mezzo a tanto Yang. È bastato un leggero cenno del capo accompagnato da un mezzo sorriso tutto orientale ed è stata subito sfida.
 
Sono in affanno e lo blocco con una domanda che lo lascia interdetto.
«Ma voi cinesi vi considerati gialli?».
«Certo! Siamo gli eredi dell’imperatore Giallo il mitologico unificatore della Cina, proprio nella regione del Fiume Giallo. E sempre il giallo è il colore imperiale: Pu Y, ultimo imperatore, lo rammenta spesso nelle sue memorie: “Se torno con il pensiero alla mia infanzia, un velo di giallo si stende sui miei ricordi: non v’era intorno a me nulla che non fosse giallo. Il giallo fiammante era privilegio esclusivo della famiglia imperiale, e doveva instillarmi la consapevolezza di essere una creatura straordinaria e possedere una natura celeste”. Ma non volevi dire questo vero? Mascalzone!». Commenta in italiano scoprendosi il braccio. Wu è pechinese e conferma quello che ho notato mille volte: accanto al mio, il suo braccio è candido malgrado la mia ascendenza padana; ma un vero allenamento cinese non si interrompe mai, e sei non sei capace di rimanere in guardia e parlare contemporaneamente, allora devi tenere la bocca chiusa. Così applica al mio braccio ambrato una fantastica leva articolare che mi stende a terra. Odio dirlo: non siamo in una palestra dalle pareti di carta di riso e dal pavimento in tek come nei film a basso costo di Hong Kong, ma nel garage di un palazzone cresciuto sulle rovine dei vecchi vicoli chiamati hutong: nessuna concessione all’esotismo, l’inquinamento cinese e l’odore del vicino banchetto di ravioli ripieni di brodo sono la colonna odorifera che mi circonda, quella sonora è il traffico impazzito di ogni metropoli cinese.
 
«Il centro del mondo era il Regno di Mezzo, giallo appunto e contrapposto al nero del settentrione, al rosso del meridione e al verde dell’oriente. Già perché c’è sempre qualcuno che è più a oriente di te. E poi c’era l’occidente: bianco. Guarda un po’ la nostra visione dei colori coincide, ma non la pelle.» Sorride mentre mi tende la mano per farmi alzare: «ho dei lontani cugini in America, gli zii d’America per loro la parola yellowface è un insulto e ora... siamo ancora solo il pericolo giallo. Ci piace essere il popolo giallo, ma non siamo gialli..».
Era lì che lo aspettavo. «È tutta colpa di Kant», rispondo e questa volta tocca a lui abbassare la guardia.
«Prima del XVIII secolo tutti i viaggiatori vi descrivono più o meno benevolmente, vi trovano astuti, troppo abili nel commercio, ma chiari di pelle tranne quelli che abitano nelle province meridionali e in particolare a Canton. Scuri come arabi, ma tutti concordano che è colpa della latitudine e... brutti». Penso a Lien, la figlia maggiore della mia famiglia adottiva cinese, che un invidioso del Sud definirebbe mangiatrice di grano, come sulla sua schiena, la massa dei capelli sembri sciolto inchiostro nero su candida carta di riso. La sento ripetermi: «nella pittura cinese quello che non c’è è altrettanto importante di quello che c’è: il vuoto e il pieno, Alessandro...».
 
«Colpa di Kant e di Limneo, il naturalista» preciso, deciso a sfruttare il vantaggio della sorpresa: il tui shou è la traduzione fisica del gioco del Go, occupare spazio all’interno della struttura dell’avversario per distruggerne l’armonia.
«Nella terza edizione del Systema naturae (1740) l’homo asiaticus viene definito fuscus, scuro, ma 16 anni dopo, nella nona edizione del S.N., cambia colore, inspiegabilmente, e diventa luridus: giallastro.».
Avremmo entrambi voglia di fermarci, ma continuiamo a spingere e tirare.
«Inspiegabilmente?».
«Forse si era fidato delle descrizioni del naturalista Buffon che aveva definito luridus il popolo cinese nel senso di infidi e poco affidabili. E Immanuel Kant, sì proprio il filosofo, si trova davanti luridus e lo traduce come "giallastro" in tedesco. Da lì in avanti i Cinesi, e molti altri popoli dell'Asia, rimarranno gialli anche se non lo sono.».
«Un errore di traduzione...». Abbassa lo sguardo e quasi si distrae.
 
È il momento che aspettavo, l’incertezza ha fatto svaporare la sua yi, l’intenzione, e la sua arte marziale è diventata mera tecnica, quindi insufficiente. Ne approfitto, lascio che il suo affondi sfiori il costato, il palazzo del sangue in agopuntura, e blocco il suo braccio con il gomito girando con tutto il corpo come il pupazzo nella giostra del saraceno. La competizione rende spesso uomini adulti adolescenti tardivi: cerco di mantenermi impassibile mentre lo vedo rotolare per terra e continuo.
«Un errore, per quanto fatto da un filosofo eccelso, non sarebbe stato sufficiente, ma si stanno imponendo con forza sempre maggiore strambe ma utili teorie che dividono il mondo non più in continenti, ma in razze. Ci voleva una razza intermedia per giustificare la supremazia razziale bianca sul nero e quella gialla era perfetta.»
 
Wu si è rialzato di scatto come nei film ed è passato a una guardia di wushu molto più aggressiva senza accorgersene. Abbasso le braccia, per me finisce lì. Anche Wu si rilassa e scuote la testa.
«E cosa c'è meglio di un colore della pelle per giustificare l'esistenza e la riconoscibilità delle razze, visto che altri criteri non si riescono a trovare? Il mondo occidentale sarà entusiasta alla nuova definizione "cromatica" dei cinesi. Il colore giallo è perfetto: intermedio tra il bianco e il marrone, perfetto per sancire la gerarchica delle razze: al punto più basso gli Africani, nel mezzo i Cinesi, e alla sommità... Beh, quello lo sappiamo tutti e due», commenta con un sorriso amaro. Io mi rilasso, mi avvicino massaggiandomi il braccio e cerco di confortarlo con due banalità scientifiche.
«A nulla è valso che l'antropologia moderna, usando i criteri delle scienze naturali, abbia stabilito che mediamente le curve di riflessione della luce nel colore della pelle dei Cinesi sono di poco inferiori rispetto a quelle degli Europei. Tradotto vuol dire che siete leggermente più scuri della media europea. A nulla, rimanete "gialli" con annesso "pericolo giallo" e tutta la vulgata razzista dei colori correlata».
 
Ci cambiamo in silenzio e poco dopo siamo a bere birra in una siheyuan, una casa tradizionale trasformata in bar. Parliamo di scrittori cinesi, di gruppi musicali che non ho mai sentito nominare e Wu ride della mia ignoranza, ma si vede che pensa ad altro mentre si volta verso il centro del cortile.
«È un peccato, tra poco tutto questo vicolo sarà distrutto per far posto ad un grattacielo con un parcheggio sotterraneo immenso. Al proprietario hanno promesso un appartamento nuovo, molto, molto in periferia. Avrà i servivi igienici, ma non il suo susino», poi cambia discorso di nuovo con la rapidità delle oche in volo di una poesia Tang.
«Ma tu, Alessandro, questa cosa del colore l’avevi notata prima di leggere tutti questi filosofi? O ci avevi visto come gialli, più o meno sbiaditi... più o meno belli?».
Potrei glissare, parlare della mia famiglia adottiva cinese, di Terzani, di una passione potente e recidiva come una febbre malarica. Essere ambiguo, non conosco “I 36 stratagemmi” da sempre? Ma non posso farlo questa volta.
 
“È stato un libro, come spesso succede, ad aprimi gli occhi. Finché non ho letto “Come i cinesi divennero gialli. Alle origini delle teorie razziali” di Walter Demel, sia che mi aggirassi per le comunità del Sud-Est asiatico o per le strade di Prato, ho pensato a voi stupendomi di non trovare quel colore, il giallo, che dovevate avere. Ho pensato alla pelle chiara o scura che incontravo come a un’eccezione alla regola. Sono stato cieco e ho la sola scusa che le idee più velenose velano anche lo sguardo».
 
Il racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus"
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Massimiliano Scudeletti

Massimiliano Scudeletti, apprezzato scrittore e realizzatore di documentari e spot televisivi sia come sceneggiatore, che come regista.Compiuti i cinquant’anni, ha deciso di lasciare il mondo assicurativo per dedicarsi completamente alla cultura tradizionale cinese e alla scolarizzazione di adulti immigrati. A febbraio 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo Little China Girl con protagonista Alessandro Onofri. È stato finalista al premio Tramate con noi di Rai Radio1. Nel giugno 2019 è uscito Dove erano le isole in collaborazione con Paolo Ciampi e Arnaldo Melloni. L’ultimo rais di Favignana, Aiace alla spiaggia è il suo ultimo romanzo.Little China Girl ha vinto nel 2019 il premio Cattolica categoria emotion. Come dice l’Autore, per la sconosciuta ragazzina cinese è stata una sorpresa!!!
 
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