Ilaria Rossetti, se la casa crolla quali cose salvare

Luigi Oliveto

14/05/2020

Il libro di Ilaria Rossetti, “Le cose da salvare” (Premio Neri Pozza 2019), prende spunto dal crollo del ponte Morandi, ma non è un romanzo sulla tragedia che colpì la città di Genova. È molto di più: uno scandaglio nell’animo umano dinanzi a dolore, distacco, assenze, vite condivise, cose e microcosmi appartenuti a quelle vite. La storia inizia qualche minuto dopo il crollo del Ponte (scritto così, di maiuscolo e mai nominato per nome) in uno dei condomini i cui balconi affacciano ora su una voragine di cemento, calce, polvere. C’è il rischio che pure quei palazzi possano franare, dunque chi vi abita deve abbandonarli in tutta fretta. Stanno bussando alla porta di Gabriele Maestrale: “Forza, raccolga quel che può e scenda, qui potrebbe venire giù tutto!” Ma Gabriele – insegnante di scuole medie in pensione, divorziato – resta bloccato in un pensiero che ha il sopravvento sulla concitazione e il terrore del momento: messe in tasca le cose utili (portafogli, libretto degli assegni, cellulare), preso un golf, un paio di scarpe, la giacca cerata, quali sono le cose da salvare? Forse qualche fotografia, il raccoglitore con le pratiche Inps, “quel romanzo di Pavese con la copertina cotta dall’acqua di mare” appartenuto alla moglie prima che se ne andasse? Ma come si fa a stabilire quali pezzi di vita salvare racchiusa in oggetti di per sé insignificanti, finanche ridicoli: i cuscini del divano, la coppa vinta in una gara di Kart, la lattina di birra irlandese, la lampada arancione. Sono le cose di una vita, e non per modo di dire. Gabriele, dunque, non riesce a muoversi: “Ci sono troppe cose da salvare. Non si alzerà a evacuazione finita. Non si alzerà nemmeno all’arrivo dei vigili del fuoco, della polizia, l’intero mondo a intimargli di abbandonare la sua casa e mettersi al sicuro. Gabriele, immobile sul divano, si accenderà una sigaretta. È assurdo quanta vita c’è nelle nostre stanze.” Il caso di Gabriele Maestrale diventa, giustappunto, un caso. Tant’è che a un anno di distanza dal crollo del Ponte, lui continua caparbiamente ad abitare nella sua casa e una giornalista, Petra Capoani, va a intervistarlo per farne uno scoop. Gabriele le apre la porta e da qui muove un racconto che si addentra in almeno tre vite (Gabriele, Petra, Alfio, il padre di Petra). Tre esistenze che fanno bilanci, traggono conclusioni, devono decidere quanto vada salvato. Due anziani e una giovane, con percezioni diverse del tempo, dei ricordi, delle ferite, del futuro. Cosa salvare, dunque? Forse è davvero impossibile scegliere. La vita di ciascuno vale nella sua interezza.
 
***
 
Arrivano. Il Ponte è crollato da un’ora, nel vortice d’aria e di calce si dispiegano. Il primo gabbiano sfiora i vetri della finestra, è sporco di polvere. Il secondo vola disorientato, compiendo cerchi sopra la voragine. Ripetuti. Sfiniti.
Gabriele pensa alle cose da salvare.
Ci sono le fotografie. Quella con suo padre e sua madre sulla porta di casa, sorridenti il giorno del rogito, è luglio, lei indossa un maglioncino perché quella mattina si è alzato un vento pungente, ribelle alla stagione. Quelle negli album delle vacanze in Camargue e di uno degli ultimi Natali analogici. Ma chissà dove sono, dove le ha messe. Ci sono il cellulare, il libretto degli assegni, il raccoglitore dell’Inps con le cartellette trasparenti e i divisori. Quel romanzo di Pavese con la copertina cotta dall’acqua di mare. Apparteneva a Elisabetta, prima che se ne andasse.
Gabriele pensa alle cose da salvare perché sa che deve abbandonare quella casa: casa sua. Fatica a respirare, l’ossigeno è acido di detriti, di benzina, di fuoco. L’urto ha aperto nidi di crepe nelle finestre della cucina. Un monsone di polvere insanguinata e limacciosa, uno strappo nel pianeta. Gabriele è rimasto immobile all’ingresso della cucina, con le mani dietro alla nuca, finché, attraverso l’aria stravolta dal frastuono, si è fatto strada il silenzio. Posandosi sulla sua casa e sugli oggetti, amplificando il battito del cuore. Sono trascorsi alcuni minuti e Gabriele si è frugato piano nelle tasche. Ha trovato le sigarette, chiuso e riaperto gli occhi, cercato un baricentro: nel soggiorno intatto alle sue spalle, nei mobili dritti, nell’oscillazione arrestata. L’illusione di un momento: ha fatto scattare l’accendino sulla punta di tabacco e si è chinato a terra, sulla calce eburnea. Dal baratro oltre la sua cucina, dove prima si stagliava il profilo del Ponte, sono iniziate a salire le grida. Alcune deboli, incredule. Altre trapananti. Gabriele si è tappato le orecchie. Ha stretto i denti sulla sigaretta. Passeranno, finiranno, si è detto. Un’altra oscillazione, o la parvenza di essa: Gabriele ha tremato, ha tossito. Passerà, finirà. Le sirene, i primi pugni sulla porta; lo hanno chiamato, voci angosciate oltre il suo uscio, appena prima della corsa a precipizio sulle scale. Gabriele non si è mosso, se li è immaginati sciamare verso il pianoterra, davanti alle macerie del Ponte, come moscerini rinsecchiti. Ha chiuso di nuovo gli occhi, ignorando anche gli ultimi richiami. La sigaretta si è spenta nell’odore dei carburanti che bruciavano. Gabriele è entrato nella cucina, lo sguardo fisso sul vano delle finestre. Il Ponte è crollato: lo ha ripetuto a se stesso come a processare una storia inferma, malata, senso del ridicolo, senso dell’assurdo; e la luce invernale era un coltello sui suoi vestiti imbrattati, sulle tazze abbandonate sopra i fornelli. Altri pugni si sono scagliati contro la porta dell’appartamento. Gabriele è trasalito. Forza, raccolga quel che può e scenda, qui potrebbe venire giù tutto! Lui ha gridato Va bene, certo, ha scosso la polvere dai pantaloni, si è sentito, all’improvviso, presente. È corso nel soggiorno, che cosa prendere, che cosa portare in salvo. Gli oggetti utili, vitali, il portafogli, i documenti, magari un golf leggero, la giacca cerata, un paio di scarpe. Gabriele si è piegato sulle ginocchia, strofinandosi le mani sulla faccia. Altro picchiare contro la porta, Muoviti! Muoviti! Pazzo, muoviti! Gabriele ha annuito, aloni blu lampeggiavano lungo il suo soffitto. Certo, mi muovo, mi muovo. Si è guardato intorno, si è rimesso in piedi, ha raccolto un mazzo di banconote dallo scaffale vicino all’entrata. Salvare alcune cose, le prime che vengono in mente, significa che sono le più necessarie. Delle altre si può fare a meno: si chiama sopravvivenza. Eppure. Eppure, Gabriele, accanto al divano, si è fermato. Nel terrore degli ultimi che scampano, piangendo lungo la tromba delle scale, lui ha cercato di ravvivare il proprio: ma il panico gli si è addensato nelle vene, gli oggetti di fuori sbattono contro gli scalini, trascinati e caparbi e forse, finalmente, salvati, ma a Gabriele sembra che sia tutto, irresistibilmente, inutile. Adesso fuma un’altra sigaretta, fuma e chiude gli occhi, conta fino a dieci, il mondo in fondo è regolato, nella sua essenza, da fraintendimenti e così non costa nulla provarci. Quando li riapre, tutto è ancora lì. Lui, la casa. Il Ponte. I morti. Sente il suo appartamento ripiegarsi su se stesso. Scricchiolare. Enormi blocchi di cemento armato sono precipitati tutt’intorno. Gabriele capisce che forse crollerà. Se ne deve andare il prima possibile.
Ma quali sono, quali sono le cose da salvare?
Corre nella camera da letto, spalanca l’armadio, afferra uno zaino da campeggio. Forse è meglio non scegliere, buttarvi dentro quel che capita. Esce dalla stanza e rientra nella sala da pranzo. Vede il primo gabbiano tornare. Trafigge la coltre di fumo con i suoi occhi gialli. Si posa sul davanzale. Gabriele lascia cadere lo zaino e si avvicina. Non ha avuto il coraggio di sporgersi fino a quel momento. Lo fa: una distruzione farneticante si spalanca sotto i suoi occhi inermi. Il Ponte giace scomposto sul letto del fiume. Giganteschi macigni frastagliati schiacciano le automobili. Gabriele sa che nelle automobili ci sono delle persone. Alza lo sguardo e cerca il moncone di Ponte rimasto in piedi. Uno è oltre il fiume in secca, sulla sponda opposta, l’altro è sopra la sua testa, un’ombra sinistra che si allunga sull’edificio. In mezzo, il cielo è intatto.
Nessuno grida più e Gabriele pensa che è strano.
La casa dove ha trascorso tutta la sua vita, la casa che lo ha visto nascere, seppellire i suoi genitori, sposarsi e restare solo, ha tremato fino alle fondamenta, là dove il dolore si rivela il cuore onesto della terra. Gabriele sa che deve andarsene, sa che quel palazzo potrebbe crollargli addosso da un momento all’altro, ma non riesce a decidere. Non riesce a decidere quali sono le cose da salvare. Così, quando il gabbiano spicca il volo, Gabriele indietreggia fino al divano. Ci si siede con cautela. Quei pochi secondi valgono tutti i suoi sessantaquattro anni: è scostare la tenda e ritrovarsi la vita spoglia; nascere in un’Italia gonfia di speranza, studiare perché tua madre mondina e tuo padre operaio te lo hanno permesso con la loro diligente sofferenza, laurearti ed essere il primo della tua famiglia a farlo, così i tuoi genitori scoppiano di orgoglio e lo dicono a chiunque in città, andare a insegnare in una scuola media, comprare un frigorifero nuovo, comprare una lavatrice nuova, comprare l’appartamento dove avete trascorso l’esistenza in affitto e mostrare a tutti che, in ogni rivalsa sul passato, c’è anche un progetto per il futuro; è incontrare Elisabetta al primo collegio docenti, amarla, sposarla, mettere i tuoi genitori in un’altra stanza e credere in un matrimonio; è votare sempre a sinistra e una volta votare a destra ma non poterlo dire, è bere caffè a colazione, prendere la tracolla, fotocopiare le schede, parlare a un mucchio di tredicenni che assiste alle stagioni al di là dei vetri della classe, sperando di comportarsi come le foglie e crescere il più in fretta possibile.
È, nell’ultima manciata di quei secondi, la storia di un matrimonio che finisce e il trattenersi reciproco nei ricordi, negli oggetti, nelle mancanze; Elisabetta che esce di casa e chiede il trasferimento, i tuoi genitori che invecchiano e si spengono senza fare chissà quale chiasso, per loro la morte non è diversa dal lavoro. È andare in pensione a sessantadue anni e sentire di esserti meritato qualcosa, ma non sapere bene che cosa; il dolore che invade la tua casa, e diventa la connessione più tenace che hai con quelli che non torneranno.
Gabriele stringe tra i pugni le federe dei cuscini. Sono testimoni di molte sere trascorse davanti al televisore acceso, con la testa di Elisabetta sulla spalla: c’è un festival della canzone che blandisce ma tu non distogli gli occhi dai compiti da correggere e i tuoi genitori dormono da un pezzo, c’è la notte in cui sonnecchi sul divano perché avete litigato ma poi lei arriva a svegliarti e per la prima volta fate l’amore in un luogo che non sia la camera da letto. Lo sguardo di Gabriele si solleva e percorre le mensole, trova il trofeo della gara di kart, la lattina vuota di Smithwick’s conservata dopo l’unico viaggio in Irlanda, la lampada arancione, la fotografia dell’ultima terza media. Gabriele si alza in piedi, nuove grida perforano l’aria e sono atroci. Si passa le mani sul viso, si massaggia le tempie. Si risiede sul divano. Fuori urlano sempre di più.
La casa è investita da una raffica di calce e vento, lui ha la sensazione, di nuovo, che il pavimento tremi. Però non si muove. Appoggia la schiena, serra le palpebre, si tappa le orecchie.
Ci sono troppe cose da salvare.
Non si alzerà a evacuazione finita. Non si alzerà nemmeno all’arrivo dei vigili del fuoco, della polizia, l’intero mondo a intimargli di abbandonare la sua casa e mettersi al sicuro.
Gabriele, immobile sul divano, si accenderà una sigaretta.
È assurdo quanta vita c’è nelle nostre stanze.
 
[da Le cose da salvare di Ilaria Rossetti, Neri Pozza, 2020]
 
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Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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