Ilaria Tuti ricorda le “portatrici”, eroine della Grande Guerra

Luigi Oliveto

25/06/2020

Fu chiamata Grande Guerra, quella del 1914-1918. E drammaticamente grande fu per il numero dei paesi coinvolti (27) e delle vittime, solo per l’Italia se ne contarono 1 milione tra militari e civili. Su scala mondiale 37 milioni fu il triste computo di morti, feriti, mutilati. Una sciagura che nel nostro Paese spazzò via quasi un’intera generazione. Provocò trasformazioni politiche, economiche, culturali, di costume, di identità nazionale. Perciò la narrazione ‘vera’ della Grande Guerra non ce lo consegnano tanto i libri di storia, quanto i fatti e le testimonianze di milioni di eroi-non-eroi che ne furono, volenti o no, protagonisti, insieme alle loro famiglie in pena, ai piccoli mondi (rurali, di paese, urbani) da cui provenivano. Sono quelli i racconti che ci offrono la reale percezione di cosa significò il conflitto mondiale in termini umani e sociali. C’è poi da dire che la storiografia – anche quella riferita a fatti e personaggi di piccola scala – raramente racconta delle donne, che furono vittime ed eroine non meno degli uomini. A restituirci la memoria di alcune di esse è uscito un bellissimo libro di Ilaria Tuti, “Fiore di roccia” (Longanesi). Narra di coloro che venivano chiamate “le Portatrici”. Donne di tutte le età (qualcuna ancora bambina) che ogni mattina riempivano le loro gerle di viveri, medicinali, munizioni, e camminando per ore con la neve alle ginocchia raggiungevano i soldati al fronte: “Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan” (“Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame”). Furono, queste, le parole di Maria Plozner Mentil, una di quelle donne esistite veramente che il 15 febbraio 1916, mentre si stava riposando assieme all’amica Rosalia Primus Bellina di Cleulis, venne colpita a morte da un cecchino austriaco. Le Portatrici percorrevano gli antichi sentieri della fienagione, si arrampicavano con gli scarpetz ai piedi, si aggrappavano agli speroni con tutte le loro forze come fanno le stelle alpine, i “fiori di roccia”. Trasportavano vita, ma anche sofferenza e morte, come quando, svuotate le gerle, riscendevano con le barelle dei feriti da curare o i defunti da seppellire. Il romanzo di Ilaria Tuti narra il sacrificio e il coraggio di queste donne contadine, umili e tenaci, concrete e generose: “Se non rispondiamo noi donne a questo grido d’aiuto, non lo farà nessun altro. Non c’è nessun altro”. Donne in guerra, ma donne di pace.
 
***
 
Da bambina vidi un branco di lupi su queste montagne.
Mio padre li indicò tra i rami carichi di neve, oltre il dosso che ci riparava. Erano una fila peregrinante sull’altra sponda del ruscello.
Mi convinsi di poter afferrare il loro odore nel vento. Lo ricordo ancora: pelliccia bagnata e vita raminga, un’asprezza calda, sangue selvatico.
Il fucile restò sulla spalla di mio padre.
«I lupi non si mangiano» mi disse in un sussurro che portava le impronte della sua voce tonante. Aveva un petto largo, che adoravo sentir sussultare sotto la guancia a ogni scoppio di riso.
Con quelle parole spiegò tutto, mi armò di una legge di vita e di una consapevolezza che non ho mai perduto. Lui ha sempre saputo quale fosse il posto dell’uomo in questo mondo.
Le bestie che scalfivano il ghiaccio con artigli consunti non assomigliavano a quelle delle fiabe. Erano magre e curve. Erano occhi dorati su musi affilati dalla fame, come i nostri. Quell’inverno, il gelo stava bastonando tutte le creature di Dio.
Il lupo che precedeva i compagni zoppicava, la femmina che lo seguiva aveva mammelle esauste che sfioravano terra. I due esemplari più giovani erano poco più che cuccioli, l’andatura tradiva la loro inquietudine: sapevano che non sarebbero stati capaci di badare a loro stessi. Il manto indicava privazione e fatica: larghe chiazze rivelavano le curve delle coste sotto la pelle.
La mia paura si trasformò in pietà. Era un branco morente.
Non ho mai più rivisto i lupi in questa terra. Ancora oggi, da adulta, mi chiedo quale sia stata la loro fine. Eppure, ora mi sembra di riaverli davanti agli occhi. Solo che adesso le loro sembianze sono umane, abitano questa chiesa mentre il prete asperge d’incenso l’aria rafferma. I banchi sono quasi tutti vuoti. I capi chini appartengono a donne e qualche bambino. Gli infermi sono rimasti nelle case. Non ci sono più uomini in forze, a Timau. È scoppiata la guerra.
Il portale ha un sussulto che ci fa voltare, proprio come animali in allerta. Entra un ufficiale, il passo svelto, gli stivali che battono il suolo sacro. Si avvicina al prete senza dargli il tempo di scendere dal pulpito. La guerra è profanatrice, e quel suo figlio non è da meno. Guardiamo la sua bocca dalle labbra sottili articolare parole che solo i due possono sentire.
Don Nereo è turbato quando poi si rivolge a noi.
«I battaglioni schierati nella Zona Carnia sono in difficoltà» annuncia. «Il Comando Logistico e quello del Genio chiedono il nostro aiuto. Servono spalle, per assicurare i collegamenti con i depositi del fondovalle.»
I generali e gli strateghi del Comando Supremo hanno finalmente compreso ciò che contadini e taglialegna sanno da sempre: non ci sono rotabili che portino ai contrafforti, né mulattiere per trasportare lassù viveri e munizioni a dorso di mulo. Le linee difensive sono isolate sulle vette, migliaia di giovani sono già ridotti allo sfinimento, ed è solo l’inizio. Li ho sognati, la scorsa notte, immersi nel sangue. Scorrevano come fiori pallidi portati a valle da una corrente purpurea.
La voce del prete ha tremato invocando il nostro aiuto, e io so perché. Prova vergogna. Sa che cosa ci sta chiedendo. Sa che cosa significa salire questi pendii impietosi, per ore, e farlo con le granate che tuonano come l’ira di Dio sopra le teste.
Accanto a lui, l’ufficiale ci fronteggia senza mai incontrare con lo sguardo i nostri volti. Dovrebbe farlo. Si renderebbe conto di ciò che gli sta davanti. Lupe stanche, cuccioli affamati.
Si renderebbe conto del branco morente che siamo.
 
Ci siamo riunite con il buio, quando gli animali, i campi e gli anziani costretti a letto non avevano più necessità da soddisfare. Ho pensato che da sempre siamo abituate a essere definite attraverso il bisogno di qualcun altro. Anche adesso, siamo uscite dall’oblio solo perché servono le nostre gambe, le braccia, i dorsi irrobustiti dal lavoro.
Nel fienile silenzioso, siamo occhi che inseguono altri occhi, in un cerchio di donne d’ogni età. C’è chi ha il figlio attaccato al seno. Qualcuna è poco più di una bambina, se di questi tempi è ancora ammesso esserlo, se in questa terra aspra che non concede mai nulla per nulla sia mai stato possibile esserlo. Mi guardo le mani: non sono quelle delle dame di cui leggo nei libri di mio padre. Unghie crepate, schegge che hanno formato calli e un reticolo di ferite rapprese le une sulle altre. In alcune, il terriccio è penetrato in profondità, è diventato carne. Il sangue che ho stillato goccia a goccia nei solchi dei campi mi ha resa più che mai figlia di questa valle.
Le mie compagne non fanno eccezione, hanno corpi forgiati dalla fatica con cui conviviamo ogni giorno. Nate con un debito di lavoro sulle spalle, diceva mia madre, un debito che ha la forma della gerla che usiamo per cullare i figli così come per trasportare fieno e patate.
I bagliori della lampada a olio ci trasformano in confini tremolanti tra ombra e luce, tra ciò che è desiderio e ciò che è obbligo. Non siamo abituate a chiederci che cosa vogliamo davvero, ma questa notte, per la prima volta, dovremo farlo.
«Ci hanno appena dato il permesso di tornare nelle nostre case e adesso dobbiamo uscire per andare a rischiare la vita?»
Viola dà voce al pensiero di tutte. Io e lei siamo nate la stessa notte di Natale del 1895 e ci sentiamo sorelle, ma la sua lingua è sempre stata più sciolta e veloce della mia.
«Hanno capito che vivere nell’ultimo paese prima del confine e parlare un dialetto tedesco non vuol dire stare dalla parte degli invasori. Non è mai troppo tardi» mormora Caterina. È la più grande tra noi e in apparenza la più calma. Sembra non possa essere scalfitta, come la pietra più resistente, e come una pietra è rimasta immobile da quando ci ha raggiunte, curva nella veste scura della vedovanza, i capelli lanuginosi e striati di bianco raccolti in una crocchia bassa. In verità, sotto lo scialle le dita nocchiute come legno di fiume non hanno mai smesso di lavorare a maglia.
«Sospettano ancora di noi, altroché!» ribatte Viola. «Se no perché mandare i nostri uomini sul Carso, invece che sulle montagne che conoscono?»
«Tu il marito non ce l’hai, Viola, e nemmeno il fidanzato» la zittisce Caterina, senza mai alzare lo sguardo dalla calza che prende forma tra le sue ginocchia. «Forse per questo sei arrabbiata. Ora dove lo trovi uno disposto a prenderti?»
Le più giovani ridono, le altre donne si concedono un sorriso fugace, come se fosse indecente dimenticare la morte anche solo per un istante. Forse lo è, o forse invece sarebbe necessario.
Viola si ritrae, pizzicata da un pungiglione che intendeva essere benevolo.
«Qualcuno è rimasto» dice, con tono così sommesso che sembra voler rincuorare se stessa. I suoi occhi sfuggono alle redini della volontà e mi cercano. So a chi sta pensando, e lo sanno anche le altre: le attenzioni che Francesco Maier mi riserva la consumano da mesi. Il figlio dello speziale è abituato a prendere senza chiedere e non intende ragioni. Non ricambio il suo interesse, ma Dio non voglia che Viola si allontani da me.
Lucia, rimasta in silenzio fino a questo momento, ci viene in soccorso con l’istinto materno che le è proprio fin da quando era ragazzina e badava a noi, più piccole di qualche anno.
«Magari lassù, tra le cime, incontrerete un bell’alpino» dice.
Scoppiamo a ridere e finalmente mi sembra di poter respirare, ma il silenzio ritorna presto sulle nostre bocche. Mi pare di assaporarlo, ha la consistenza vischiosa e il sapore salato del dubbio: più te ne cibi, più ne avverti il bisogno, e alla fine le labbra sono secche, la gola riarsa.
In questa notte di inquietudine, affioriamo dall’oscurità come se vi fossimo avvezze, ma in realtà non lo siamo affatto. Abbiamo grandi occhi lucidi, ventri concavi e schiene vigorose avvolte negli scialli neri della tradizione. Le sottane delle faccende quotidiane, con l’orlo brunito dalla terra, trattengono ancora l’odore del latte munto prima del vespro.
Conosco da sempre ognuna di loro, ma è la prima volta che le vedo spaventate. Sui monti attorno a Timau i cannoni sparano. È il diavolo che si schiarisce la gola, ha detto un giorno Maria, sgranando il rosario da cui non si separa mai.
Mi domando come sia possibile decidere del nostro destino così, tra questa paglia ammuffita che durante l’estate non sarà sostituita da quella fragrante, perché nessuna di noi salirà sui costoni a falciarla.
Lucia stringe il figlio addormentato tra quelle braccia talmente forti da poter cingere il mondo intero. Nonostante la giovane età, con la sua forza quieta è sempre stata un punto di riferimento per noi, ora più che mai. Noto gli occhi cerchiati di nero e sto per chiederle se oggi abbia mangiato qualcosa di più di una patata. Riceve ottanta centesimi al mese per il marito soldato sul Carso e trenta per ciascuno dei quattro figli. Non è abbastanza.
«Io vado. Agata, tu che cosa vuoi fare?» mi precede Lucia, all’improvviso.
Per un attimo non trovo le parole. È così difficile sceglierle, impastate come sono con l’incertezza e la paura, amalgamate in un patto di obbedienza e cura che nessuno ha mai preteso a voce, ma che dimora nel sangue di madre in figlia.
Che cosa voglio fare? Non me lo ha mai chiesto nessuno.
Guardo queste donne, le mie amiche.
Viola, l’esuberanza e l’entusiasmo.
Caterina, la saggezza pacata e a volte ruvida della maturità.
Maria, un po’ discosta, il rosario tra le dita e sempre una preghiera sulle labbra.
So che la mia risposta chiamerà, come in una catena, anche le loro, e questa consapevolezza mi spaventa: sono un uccello da richiamo che forse canterà per imprigionarle in un’impresa suicida.
Ma poi Lucia mi sorride, di quei sorrisi che conducono l’anima alla docilità.
Conosciamo queste montagne più di chiunque altro, mi sta dicendo nel suo silenzio, le abbiamo salite e scese tante volte. Sapremo proteggerci, se necessario.
Del resto sono consapevole: se non rispondiamo noi donne a questo grido d’aiuto, non lo farà nessun altro. Non c’è nessun altro.
«Vengo con te» mi sento uscire dalle labbra.
Lucia annuisce, un gesto breve quanto solenne, prima di posare un bacio sulla fronte del suo piccolo.
«Andiamo» sussurra, «altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame.»
 
[da Fiore di roccia di Ilaria Tuti, Longanesi, 2020]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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