L'incantesimo delle parole perdute

Fabio Marazzoli

24/04/2020

C’era una volta un Re che era molto amato dai suoi sudditi perché sapeva parlare alle persone e trovava sempre le parole giuste per ogni occasione. Però un brutto giorno una strega cattiva fece un incantesimo al Re nascondendogli le parole per non farlo parlare e, soprattutto, per non farlo sposare. In tutto il reame regnava tristezza e sconforto per quello che accadeva al Re. Anche Araldo, il Banditore reale che scandiva le ore nel reame tutti i giorni a tutte le ore, era malinconico in quei brutti giorni. «Sono le otto e tutto va male!» scandiva mestamente Araldo. La perfida strega Sciarada, aiutata dai suoi infidi servitori - l’enigmatico Rebus e l’indecifrabile Sudoku - con un incantesimo oscuro aveva nascosto le parole del Re Madrigale che regnava in pace e concordia nel reame di Vocabolarium.
 
Sciarada era invidiosa che il Re fosse amato dai suoi sudditi ed era gelosa perché non voleva che il Re sposasse la gentile e dolce damigella Quartina, di umili origini, ma di animo nobile. «Cosa avrà mai quella Quartina per piacere al Re che io non ho?» si domandava la strega. Sciarada desiderava il Re, ma lui non ne voleva sapere perché la strega era altezzosa e provocante, di una bellezza fredda senza il fuoco della passione. E non era neppure simpatica, diceva il Re. Nel reame di Vocabolarium il povero Re non riusciva più a trovare le parole per fare un discorso sensato e non sapeva più come fare per sconfiggere quel maledetto incantesimo. «Ahimè! Povero me, come farò!» si lamentava il Re, tirando un gran sospirone. Il Gran Consigliere di corte, sua Eccellenza Panegirico, faceva al Re molti discorsi lunghi e noiosi per spiegargli ciò che poteva essere successo, però senza risolvere nulla.
 
«Potrebbe essere, Maestà, un malessere dovuto a quelle fave lesse con la lingua di porco in salmì che mangiaste l’altro iersera. Quantunque la rava e la fava, lo sa anche un villano di queste campagne, non cagionino guasti alla testa ma alle budella» diceva Panegirico. Il Ministro Plenipotenziario del reame, il Grandufficiale Lapidario, illustrava al Re la drammatica situazione in maniera grave e breve, come se fosse stata scritta sulla pietra. «Non facciamoci troppe illusioni, Maestà, la situazione è grave» sentenziava Lapidario. Il Gran Cuoco di corte Pandiramerino era disperato. Alla corte del Re tutti i cortigiani stavano perdendo le parole e non potevano ordinare da mangiare alle cucine del reame. Come se ciò non bastasse, Pandiramerino si era accorto che anche lui cominciava a perdere le parole e non trovava più gli ingredienti dei piatti da cucinare. Non sapeva più cosa fare e come fare da mangiare. «Non so più cucinare un brodo e nemmeno un uovo sodo!» cantilenava mesto Pandiramerino con un mestolo in mano. «Mondiè! È lì che pensa da una settimana perché non sa più fare una Matriciana!» esclamava sconsolato il suo fido aiutante francese, lo Chef Supplì.
 
Se non fosse stato sconfitto l’incantesimo, piano piano tutte le persone del reame di Vocabolarium avrebbero perso le parole e sarebbero morte di stenti e di fame. Allora, due bimbi del villaggio, Strambotto e Villotta insieme alla loro gatta Bubbola, pensa che ti ripensa, alla fine decisero di prendere il sentiero nel bosco per andare al Castello del Mago Ossimoro a chiedergli come spezzare quel malvagio incantesimo. «Mago Ossimoro, aiutateci o moriremo tutti di fame» implorò il piccolo Strambotto. «Mago Ossimoro, voi dovete sapere come sconfiggere la strega» affermò la furba Villotta. Il Mago Ossimoro, che aveva una lunga barba bianca che gli arrivava fino ai piedi, fissò negli occhi la furba Villotta e aggrottò le folte ciglia bianche. «Orsù, dopo un silenzio assordante vi dirò uno stratagemma strabiliante» sentenziò il Mago Ossimoro. Si massaggiò la lunga barba bianca e si mise a pensare in silenzio. Si ricordò che la strega Sciarada era tanto avida di parole solo perché era egoista. Voleva avere tutte le parole solo per tenerle per sé e metterle assieme anche alla rinfusa. Di tutte quante non ne conosceva il significato e di alcune non sapeva neppure darne una definizione.
 
Per questa ragione, il potente Mago Ossimoro escogitò un ingegnoso e meticoloso piano per poter ingannare la perfida strega Sciarada. La strega amava i giochi di parole e nel reame di Vocabolarium fu organizzata una grande festa per sole damigelle con il Grande Enigma delle 100 Parole. La damigella che avrebbe indovinato tutte le parole sarebbe andata in sposa al Re. Sciarada non seppe resistere e sotto false spoglie vi partecipò, sbaragliando tutte le altre damigelle. Alla fine, però, dovette affettare un misterioso dolce, a forma di piccolo pane abbrustolito con noci e uvette sultanine che era stato cucinato per la prima volta da Pandiramerino e a cui il cuoco non aveva saputo dare un nome. Dentro quel dolce misterioso c’era l’enigma finale. Sciarada lo affettò e ci trovò una piccolissima pergamena con scritto un indovinello.
“Un silenzio che vale più di mille parole dicesi silenzio eloquente, ma voi dovrete scoprire cosa si dice per indicare una dama fredda e seducente”.
 
Era un indovinello magico del Mago Ossimoro. La strega Sciarada ci pensò a lungo, non seppe dirlo, si arrabbiò e si strappò le vesti che la camuffavano, minacciando di grandi guai tutti quelli del reame. Allora si manifestò anche il Mago Ossimoro che dette la risposta dell’indovinello: «Ghiaccio bollente!”. Alle sue parole tonanti, si aprì il cielo e sulla strega piombò un gigantesco pilastro di ghiaccio infuocato che inghiottì Sciarada nelle viscere della terra. L’incantesimo scomparve e tutte le parole furono ritrovate. Il Mago Ossimoro consigliò al Re Madrigale un potente antidoto per trovare sempre le parole e gli dette un libriccino dal titolo “L’Almanacco Enigmatico”. Il Re riuscì così a trovare le parole in un remoto angolo del cervello dove mai avrebbe pensato che ci fossero e così sposò la bella Quartina in pompa magna, con Strambotto e Villotta testimoni delle nozze e la gatta Bubbola che reggeva il velo della sposa coi dentini. E vissero tutti felici e contenti, tranne la strega.
 
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Fabio Marazzoli

è nato a Firenze nel 1961. E’ laureato in Scienze Agrarie e dal 1990 lavora a Siena come informatico per un importante gruppo bancario senese. Scrive a Poggibonsi, in provincia di Siena, dove vive dal 1991 con la sua famiglia. Volumi già pubblicati: “Dentro un vicolo cieco” (Lalli - 2007) e “Omicidio sotto il sole” (Lalli – 2008). In questo periodo sta lavorando al secondo romanzo giallo e alla seconda inchiesta del commissario Cantagallo.

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