L’Isola

Tito Barbini

27/04/2020

Questa notte un sogno inquieto mi ha svegliato di soprassalto. Astipalaya. Il mare dell’isola nell'alba primaverile è immobile. Dondolano le barche alla fonda con la prua rivolta verso il piccolo porto. Dal tavolo, accanto alla finestra, della mia stanza sul mare, finisco di mettere giù le ultime righe di una pagina del libro “L’isola dalle ali di farfalla”. Non ricordo tutto il sogno, ma c’è qualcosa di leggermente insensato nel continuare a ripetermi, nel sonno, che da questa isola lontana non mi muovo e che rimarrò almeno fino alla fine del maledetto coronavirus. Il sogno, mi sembra di ricordare, all’inizio è dolce e sereno. La prima aria del mattino richiama gli odori del porto al risveglio. L’aroma del caffè greco arriva dalla mia cucina mescolandosi a quello dell’acqua marina. Mi stropiccio gli occhi, guardo con rinnovata meraviglia l’orizzonte con la bianca corona delle case della Chora, indugio sulla mia amica Lucy, la cagnetta di Elias, sorrido ai gattini che giocano con le reti.

Mi capita di rimanere a parlare sotto il pergolato con gli amici greci e di tanto in tanto rimanere seduto sul piccolo molo aspettando il rientro dei pescatori. Un sogno strano, un’angoscia sottile mi prende e mi fa risvegliare di soprassalto. Mi sto ammalando? L’isola è piccola , ha un presidio sanitario ma non c’è ospedale, non c’è un letto di terapia intensiva. Dopotutto perché uno scrittore non può ottenere tutte le emozioni che vuole da un’isola scontrosa ma amata... Meglio tornare a ragionare su quando potrò tornare nell’isola, la stanza è già affittata da un anno, avevo pensato di partire a meta maggio, ma credo che non sarà possibile. Il sogno mi mette davanti alla mia età, il pensiero, della malattia mi inquieta e mi suggerisce di restare a casa.

Era vero per l’Ulisse omerico ed è vero anche per me. Siamo irresistibilmente attratti dalla nostra memoria delle cose, persone, luoghi e tempi. Questo ci spinge a viaggiare ma anche sulla via di casa. Ma poi vorremmo sempre tornare indietro o fissare il passato una volta per tutte. Ma l’Ulisse omerico non aveva scelto la vecchiaia? Già, penso a Ulisse e penso anche che avrò tutto il tempo per tornare nella mia isola dalle ali di farfalla.
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Tito Barbini

Tito Barbini

Tito Barbini, classe 1945, sindaco di Cortona a 24 anni, poi presidente della Provincia di Arezzo, infine per 15 anni assessore regionale prima all’Urbanistica e poi all’Agricoltura, amico personale di François Mitterrand. Si mette dietro le spalle tutto questo e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio un zaino. Il risultato è il libro Le nuvole non chiedono permesso. È ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi. Non solo geografia fisica, paesaggi e luoghi, ma geografia della mente. In Patagonia o nel Tibet, un mondo altro, fatto di dolori, speranze, delusioni. Ha pubblicato Le nuvole non chiedono permesso (Premio Tagete 2007), Antartide (finalista Premio Albatros 2008), Caduti dal Muro scritto con Paolo Ciampi e premio Scrittore dell’anno Toscana 2009. Sempre con Vallecchi ha pubblicato...

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