L’ultimo romanzo di Rosella Postorino, ingannarsi per sopravvivere

Luigi Oliveto

31/01/2018

La Storia, come si sa, comprende tante piccole storie personali. Incrocia vite, sentimenti, comportamenti individuali. E non sempre, quando ci siamo, si è consapevoli di essere dentro la Storia, magari in una delle sue fasi più assurde e terribili. Questo sembra ricordarci “Le assaggiatrici”, ultimo romanzo di Rosella Postorino. Vicenda ispirata alla storia vera di Margot Wölk, una delle dieci donne che avevano la funzione di assaggiare i pasti destinati a Hitler nella caserma di Krausendorf, così da scongiurare il rischio che il Führer potesse venire avvelenato. Questo è dunque il compito della protagonista, Rosa Sauer: mangiare (molto e bene) in tempi (siamo nell’autunno del ’43) in cui si faceva la fame. Sedute a quel paradossale convito – dove, strano a dirsi, si poteva morire per fame mangiando – le dieci donne instaurano tra loro complicità, amicizie, rancori. Rosa, chiamata ‘la straniera’ perché proveniente da Berlino, si trova quanto mai osteggiata dalle altre. Le claustrali pareti della mensa racchiudono così un’umanità, pensieri subdoli, slanci sinceri, altre volte infidi. Finché a complicare (terrorizzare) ulteriormente il microcosmo delle assaggiatrici giunge il tenente Ziegler. Ma non solo, tra il tenente e Rosa nasce un legame ambiguo e sconcertante. Dalle pagine di Rosella Postorino ecco emergere istinti, contraddizioni, fragilità della condizione umana. Ecco la vita che reclama di vivere, anche quando ciò chieda compromessi con il Male, con la violenza della Storia e soprattutto con la propria coscienza. Quando, insomma, per sopravvivere inganniamo noi stessi. Si chiede, infatti, la protagonista del romanzo: “Abbiamo vissuto dodici anni sotto una dittatura, e non ce ne siamo quasi accorti. Che cosa permette agli essere umani di vivere sotto una dittatura? Non c’è alternativa, questo è il nostro alibi. Ero responsabile soltanto del cibo che ingerivo, un gesto innocuo, mangiare: come può essere una colpa? Si vergognavano, le altre, di vendersi per duecento marchi al mese, ottimo salario e vitto senza paragoni? Di credere, come avevo creduto io, che immorale fosse sacrificare la propria vita, se il sacrificio non serviva a nulla? Io mi vergognavo davanti a mio padre, sebbene mio padre fosse morto, perché la vergogna ha bisogno di un censore per manifestarsi...”.
 
 
Entrammo una alla volta. Dopo ore di attesa, in piedi nel corridoio, avevamo bisogno di sederci. La stanza era grande, le pareti bianche. Al centro, un lungo tavolo di legno su cui avevano già apparecchiato per noi. Ci fecero cenno di prendere posto.
Mi sedetti e rimasi così, le mani intrecciate sulla pancia. Davanti a me, un piatto di ceramica bianca. Avevo fame.
Le altre donne si erano sistemate senza far rumore. Eravamo in dieci. Alcune stavano dritte e compite, i capelli tirati in uno chignon. Altre si guardavano intorno. La ragazza di fronte a me strappava pellicine con i denti e le triturava sotto gli incisivi. Aveva guance morbide chiazzate di couperose. Aveva fame.
Alle undici del mattino eravamo già affamate. Non dipendeva dall’aria di campagna, dal viaggio in pulmino. Quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo fame e paura. E quando il profumo delle portate fu sotto il nostro naso, il battito cardiaco picchiò sulle tempie, la bocca si riempì di saliva. Guardai la ragazza con la couperose. Aveva la mia stessa voglia.
I fagiolini erano conditi con il burro fuso. Non mangiavo burro dal giorno del mio matrimonio. L’odore dei peperoni arrostiti mi pizzicava le narici, il mio piatto traboccava, non facevo che fissarlo. In quello della ragazza di fronte a me, invece, c’erano riso e piselli.
“Mangiate,” dissero dall’angolo della sala, ed era poco più che un invito, meno di un ordine. La vedevano, la voglia nei nostri occhi. Bocche dischiuse, respiro accelerato. Esitammo. Nessuno ci aveva augurato buon appetito, e allora forse potevo ancora alzarmi e dire grazie, le galline stamattina sono state generose, per oggi un uovo mi basterà.
Contai di nuovo le convitate. Eravamo in dieci, non era l’ultima cena.
“Mangiate!” ripeterono dall’angolo, ma io avevo già succhiato un fagiolino e avevo sentito il sangue fluire sino alla radice dei capelli, sino alle dita dei piedi, avevo sentito il battito rallentare. Quale mensa per me tu prepari – sono tanto dolci questi peperoni – quale mensa, per me, su un tavolo di legno, nemmeno una tovaglia, ceramiche Aachen e dieci donne, se avessimo il velo sembreremmo delle suore, un refettorio di suore che hanno fatto voto di silenzio.
All’inizio prendiamo bocconi misurati, come se non fossimo obbligate a ingoiare tutto, come se potessimo rifiutarlo, questo cibo, questo pranzo che non è destinato a noi, che ci spetta per caso, per caso siamo degne di partecipare alla sua mensa. Poi però scivola per l’esofago atterrando in quel buco nello stomaco, e più lo riempie più il buco si allarga, più stringiamo le forchette. Lo strudel di mele è così buono che d’improvviso ho le lacrime agli occhi, così buono che ne infilo in bocca brani sempre più grossi, ingurgitando un pezzo dopo l’altro sino a gettare indietro la testa e riprendere fiato, sotto gli occhi dei miei nemici.
[…]
“Devo uscire,” mormorò Leni. Me ne accorsi solo io.
La donna bruna accanto a lei aveva zigomi ossuti, capelli lucidi, una durezza nello sguardo.
“Shhh,” accarezzai il polso di Leni; stavolta non scattò. “Mancano venti minuti, è quasi finita.”
“Devo uscire,” insisté.
La bruna la guardò di traverso: “Non vuoi proprio stare zitta, eh?” la strattonò.
“Ma che stai facendo?” quasi urlai.
Le SS si girarono verso di me. “Che succede?”
Tutte le donne si girarono verso di me.
“Per favore,” disse Leni.
Un’SS mi fu di fronte. Le arpionò un braccio e le scandì qualcosa nell’orecchio, qualcosa che non sentii, ma che le stropicciò il volto sino a sfigurarlo.
“Sta male?” chiese un’altra guardia.
La donna con il Dirndl saltò di nuovo in piedi: “Il veleno!”.
Anche le altre si alzarono, mentre Leni aveva un conato, l’SS faceva appena in tempo a scostarsi, Leni vomitava per terra.
Le guardie uscirono di corsa, chiamarono il cuoco, lo interrogarono, il Führer aveva ragione, gli inglesi vogliono avvelenarlo, le donne si abbracciarono, altre piansero contro la parete, la bruna camminava avanti e indietro con le mani sui fianchi e faceva uno strano rumore col naso. Io mi avvicinai a Leni, le tenni la fronte.
Le donne si tenevano la pancia, ma non era per le fitte. Avevano saziato la fame, e non c’erano abituate.
Ci bloccarono lì per ben più di un’ora. Il pavimento fu pulito con i giornali e un panno umido, rimase un lezzo acre. Leni non morì, smise solo di tremare. Poi si addormentò con la mano nella mia e la guancia sul braccio, appoggiata al tavolo, una bambina. Io sentivo lo stomaco tendersi e ribollire, ma ero troppo stanca per agitarmi. Gregor si era arruolato.
Non era un nazista, non siamo mai stati nazisti. Da ragazzina non volevo entrare nella Bund Deutscher Mädel, non mi piaceva il foulard nero che passava sotto il colletto della camicia bianca. Non sono mai stata una buona tedesca.
Quando il tempo opaco e smisurato della nostra digestione fece rientrare l’allarme, le guardie svegliarono Leni e ci misero in fila verso il pulmino che ci avrebbe riportate a casa. Il mio stomaco non ribolliva più: si era lasciato occupare. Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.
 
[da Le assaggiatrici di Rosella Postorino, Feltrinelli, 2018]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città  e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato il libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchili (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini,  è curatore del libro di...

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