L'uomo che cammina. Il viaggio del ribelle Taddei nelle carceri fasciste con Pertini. Sempre dalla parte degli ultimi

Mauro Taddei

08/08/2018

Chi è l’uomo che cammina. Sei tu, sono io, siamo tutti noi? L’uomo nasce, cresce, vive, ama, odia, prova invidia, fa la guerra, si riproduce, invecchia e poi muore. Ma cammina? Cammina nel percorso che gli è assegnato, nello stretto binario che la sorte, il fato, il destino gli hanno assegnato. Quanto è libero il suo cammino? Il cammino è una strada in salita che non finisce mai di salire, all’infinito. Finché un giorno si interrompe ma non puoi tornare indietro, puoi solo ripercorrerla nel ricordo come in una sequenza da film. Ma chi è l’uomo che cammina?

E’ la domanda che si è pone l’autore del libro, appunto, L’uomo che cammina. In questo caso l’uomo è il bambino (il bimbino) che fin dalla più tenera età si mette in cammino, da solo, e quando (testualmente) è “arrivato faticosamente all’età dove tutte le cose finiscono e mi sono trovato in compagnia con alcuni ricordi che mi permettono di tanto di tornare a vivere”. Allora, l’uomo che cammina, scrive. Perché? Ce lo dice lui stesso: per ora quello che mi preme di dire, è che io voglio raccontare agli altri le mie memorie, e ciò dipende…..di dove si incomincia? Aspetta, dalla nascita, Chi parla, anzi scrive, è Ezio Taddei, classe 1895. Luogo di nascita Livorno: la città labronica aperta al mare, libera per antonomasia. E così sarà Ezio, spirito libero, ribelle, anarchico a suo modo, antifascista e perciò vittima della repressione fascista e non solo, infine scrittore dimenticato.

A cura delle Edizioni Erasmo di Livorno è stato ristampato nel 2013 il testo inedito di “L’Uomo che cammina” pubblicato originalmente nel 1940 a New York come “Memorie di un anarchico nelle prigioni fasciste”. Anche se di famiglia agiata conosce fin dalla più giovane età l’esperienza della strada. Della madre ha solo un pallido ricordo. Sarà letteralmente cacciato da casa nel modo che “Poche volte nella vita mi sono sentito dire in una casa: vai  via”. Del resto da quella sua famiglia riceverà solo “botte”. Botte ricevute  senza risparmio. L’unico affetto è quello del cane, un bulldog, che lo lascerà presto con struggente dolore. In seguito ci sarà un altro cane “Titì” tra i confinati all’Isola di Ponza, confinato tra i confinati, ad allietare a suo modo la sua vita di carcerato. Dell’unica sorella, anche lei allontanata dalla famiglia, potrà godere della compagnia e dell’affetto solo dopo la fine della guerra e del suo rientro in Italia. Perché Taddei dopo tanto peregrinare da un carcere all’altro, dalla lunga esperienza al “confino” si rifugerà negli Stati Uniti.

Dalla lettura del libro si segue la cronistoria di un bambino, di un bimbino come si dice a Livorno, che si fa adolescente, adulto, che vive e sopravvive alle avversità, che si arrangia come può, che comunque cresce, si informa, legge, studia, si forma. Uno spirito libero, anarcoide, che lo farà trovare sempre dalla parte degli ultimi, degli umili, Contro il sistema, contro tutti i sistemi, a prescindere. Inabile al servizio militare perché troppo gracile, sarà comunque richiamato per necessità di uomini dopo la disfatta storica durante la Prima Guerra Mondiale e, come naturale, subito impiegato in prima linea (carne da cannone). Insofferente al comando, pur emarginato dal contesto ferreo disciplinare dell’esercito in contesti così drammatici, sarà l’unico che d’impulso interverrà per salvare un commilitone sbranato da una granata e abbandonato al suo destino, fuori delle trincee, da ufficiali e commilitoni. Riceverà per questo anche il riconoscimento di un medaglia al merito. Ma lo spirito ribelle che lo identifica gli farà subito conoscere la vera, unica faccia del regime fascista. La sensibilità, l’altruismo, di Ezio Taddei, povero fra i poveri, senza casa o ricovero emerge fin dall’inizio del suo narrare quando, ancora poco più che bambino, alla ricerca di un ricovero anche provvisorio subito dopo la cacciata da casa conosce un vecchio al dormitorio comune. E lo ripaga dell’affetto che ne riceve fornendogli le paste ("portamele con la crema, che io sono senza denti") che aveva l’incarico di consegnare per conto di un pasticcere nel corso di uno dei tanti lavoretti saltuari e precari che non disdegnava per sopravvive.

“Mi affezionai a quel vecchio - scrive -, quante storie mi raccontava nelle sere lunghe, mentre fuori la pioggia lavava la facciata scura della casa”. Aveva combattuto e conosciuto Giuseppe Garibaldi. Purtroppo anche questa amicizia, come il cane di casa bulldog, lo abbandonò. Quando andava a trovarlo in fin di vita all’ospedale scrive: dalle sue lenzuola veniva un odore così cattivo che mi rattristava”. Attenzione non dice mi faceva ribrezzo, ma lo rattristava perché avvertiva tutta la sofferenza del male che si portava dentro quel vecchio, che di lì a poco l’avrebbe lasciato. Lo volle comunque rivedere “cercai nella penombra e vidi il suo povero corpo nudo disteso sulla pietra, le gambe pelose risecchite. Guardai intorno le pareti. Gli uncini non c’erano”. Credo che non ci sia bisogno di alcun commento a questa descrizione.

Un’infanzia negata si direbbe oggi. Continua così il suo lungo preregrinare. “La vita è una cosa fatta d’appuntamenti. Ce ne sono di quelli più piccoli e di quelli più lunghi. Io ne ho avuto uno che è durato molti anni”. Prima a Milano, poi è tutto un girovagare. Il ritorno alla sua Livorno, anche se breve. L’antifascismo militante. Seguiranno i lunghi anni, ad intervalli più o meno lunghi, di detenzione nelle carceri italiane sotto il regime fascista. A contatto con politici, anarchici, comuni, Ognuno con la propria storia, accomunati dall’esperienza del carcere duro e più spersonalizzante, il letto di contenzione. Gli anni di confino (prima a Ponza e poi in Basilicata), l’incontro con gli antifascisti, i comunisti. Il più sentito, per quanto breve, a Ponza  quello con  Sandro Pertini. L’espatrio clandestino in Francia, grazie all’aiuto dei compagni della “Comune” conosciuti in detenzione, la così detta “ligera milanese”, i contrabbandieri, gli spalloni. Ma anche l’esilio in Francia non dei più facili. Venuta meno la possibilità di andare in Spagna a fianco degli antifranchisti nel frattempo sconfitti non gli resta che l’espatrio clandestino negli Stati Uniti. Senza passaporto né bagaglio si imbarca clandestinamente sul Normandie con destinazione New York.

Ma Ezio Taddei non è solo uno contro. Nella sua esperienza si è formato politicamente fino a diventare esperto nella conoscenza dei problemi economici e sociali. Ha studiato letteratura, filosofia, grammatica, anche il latino, Collabora con giornali d’impronta antifascista. E’ una persona colta e sensibile. Che divide il suo sapere anche con i compagni di disavventura nelle varie detenzioni trasmettendo loro le sue conoscenze, il suo sapere, aiutandoli ad imparare anche a leggere e scrivere. Una personalità estremamente interessante. Uno scrittore che potrà entrare a tutto titolo nella storia della letteratura italiana secondo Italo Calvino.

L’uomo che cammina è un racconto in buona parte autobiografico, anche se sotto forma di romanzo, anzi come è stato giustamente scritto nella postfazione “è il racconto di una vicenda di circa sedici anni di detenzione sotto il fascismo”. “Un percorso di fabula narrativa”. Il romanzo, il racconto, la “fabula”. Un libro che tutti dovremmo leggere. Leggere per capire, analizzare, conoscere ed approfondire la persona, l’uomo, lo scrittore. Ogni capitolo ha la sua storia. Tante storie. Tante persone anche molto note e conosciute. Una cronistoria, dall’infanzia tradita alla conoscenza: tutta da leggere, condividere più che interpretare. Nei capitoli intitolati “Il Partito Comunista”o “La Ceka” non esprime certo una lusinghiera opinione su quelli che saranno poi i suoi compagni al rientro in Italia dopo il secondo Dopoguerra in quanto “inquadrati” nella “macchina del Partito”. Fra i tanti, quello che mi sento di sottolineare, per spirito di assonanza e sensibilità politica: "Titì, amico mio". Titì è il bastardino che gli sarà vicino a Ponza, con Sandro Pertini. “L’avvocato Pertini. E’ un socialista buono…..vedrai”.”Buono davvero, come un bambino”, dirà. ”Sandro era il fratello nostro, il nostro compagno”. Al momento  del trasferimento da Ponza a  Bernalda (Bernalda?...dove sarà) , con l’inseparabile bastardino Titì,  anche Pertini. “Chiese di venire fino al piroscafo, perché io avevo i ferri e il sacco non lo potevo portare”.
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