La bella giovinezza, un sillabario ad uso di adulti che vogliono comprendere

Marina Berti

30/10/2017

“I giovani di questo terzo millennio stanno smarrendo il senso della parola esperienza, perché ne fanno sempre meno. Crescendo con la televisione e con Internet, finiscono col sottrarsi al rapporto diretto con la realtà. Ciò, se da un lato li preserva da traumi e imprevisti, dall’altro gli preclude la possibilità di incontrare biografie e vissuti, di scoprire l’avventura dentro la quotidianità”. Francesco Ricci parte da questa considerazione quando parla degli adolescenti che sono i protagonisti del suo nuovo lavoro: “La bella giovinezza. Sillabari per Millennials”. Potrebbe sembrare una sorta di giudizio definitivo, categorico. Un giudizio in cui spesso cascano gli adulti che si fermano ad osservare i comportamenti più evidenti. L’autore, professore di lungo corso che con gli adolescenti ha speso più tempo di molti altri critici severi, non si ferma lì, ad un giudizio tranchant che ha troppo il sapore del pregiudizio. Sempre nell’introduzione, Ricci sottolinea come chiunque abbia a che fare con i giovani, dovrebbe ricordare di essere lui stesso stato un adolescente.
 
“La bella giovinezza” è riassumibile a partire da questi due punti: un’analisi precisa di comportamenti declinati alla luce di concetti chiave elencati come in ogni sillabario che si rispetti, dalla A alla Z; un approfondimento che allarga il punto di vista e il fuoco d’interesse dal solo mondo adolescenziale a quello degli adulti, famiglia, scuola e società tutta, che dovrebbe essere il riferimento etico e psicologico dei giovani, oggi come nel passato. Ricci guarda a questi adolescenti con lo sguardo di chi li conosce bene perché li avvicina ogni giorno, come padre, come docente, ma anche come persona curiosa delle cose del mondo. E non perde mai di vista l’idea di fondo che l’adolescenza è da sempre, e sempre sarà, una fase di mezzo della vita dei giovani e per questo estremamente difficile, a volte perfino dolorosa.
 
Il Ricci de “La bella giovinezza” non è il primo e non sarà certamente l’ultimo a cimentarsi in un lavoro di questo tipo, un sillabario per millennials, sui millennials. E infatti, a titolo esplicativo, cita molti autori che lo hanno preceduto nello studio di questo tema, ma il suo punto di vista, privilegiato in quanto esperienza da docente, non prevede la contrapposizione: voi adolescenti/noi adulti. L’autore guarda ad un mondo adolescenziale certamente diverso dal suo ma non per questo da criminalizzare. Un mondo da osservare, da analizzare, da interpretare, questo sì, a partire dalle trentadue parole chiave: da A come Alcol, ma anche come Amicizia e Amore, fino a V come Violenza ma anche come Volontariato. In trentadue brevi saggi fotografa un mondo intero di sentimenti e di comportamenti, di azioni e consuetudini, di cui è testimone.
 
Ma non solo. In questi spaccati sull’adolescenza dei millennials Francesco Ricci è presente con la propria di adolescenza, quasi a testimoniare, sempre e con forza, che lui quel periodo, bellissimo e faticoso, non lo ha dimenticato. E proprio questo ricordo, che con il passare degli anni si fa più dolce, rende possibile un’analisi non pregiudiziale. Il confronto, infatti, è fra l’adolescente che fu (e che rappresenta la tipologia standard del mondo adolescenziale degli anni ’70, ’80 e ‘90) e i nuovi adolescenti. Colpisce quando Ricci racconta la sua prima gita a Milano, lui quindicenne del ginnasio di Firenze che approda nel mondo colorato delle tribù milanesi. E il sorriso che traspare da quelle righe, la malinconia non rabbiosa di chi sa di averla vissuta bene la propria adolescenza, anche perché vissuto in un momento in cui i giovani potevano contare su modelli ben definiti, quello impersonato dal padre, per esempio, e sull’idea che il futuro esistesse.
 
Ecco, “La bella giovinezza” non è solo la sterile fotografia di un mondo di “sdraiati” (citando Michele Serra), ma un tentativo di guardare oltre, di capire i motivi che portano oggi i nostri giovani ad essere “sdraiati” dediti essenzialmente ad attività legate alle tecnologie. Ragazzi che non conoscono più le piazze, come quella a cui era approdato Ricci nella sua gita milanese, perché vivono nella piazza virtuale di internet, dove giocano, comunicano, si confrontano, ma senza mai guardarsi negli occhi. Con l’opportunità, impossibile per gli adolescenti di ieri, di sottrarsi al confronto con un clic. Questa nuova condizione irrita la maggior parte di noi, che però nella realtà siamo spesso adulti poco presenti e poco attenti. E Ricci ce lo dice a chiare lettere. Padri diversi da quelli cha abbiamo avuto: non forse presenti fisicamente, ma certamente presenti come figure simboliche.
 
Lo sguardo dell’autore, è attento e premuroso, è quello di un uomo che vuole comprendere comportamenti e modi di essere diversi da quelli che caratterizzarono le adolescenze del passato, diversi non solo per colpa di Internet o delle nuove tecnologie. Con ciò non si pensi che Ricci giustifichi i giovani, quando sbagliano: al contrario l’autore denuncia errori, azioni sbagliate, commesse da adolescenti lasciati, però, tremendamente soli. La solitudine, la mancanza di figure di riferimento, l’assenza di prospettive per il futuro: sono tutti temi che ritornano in questo lavoro e chiamano in causa la società intera, la scuola, la famiglia. Nessuno può sentirsi onestamente estraneo a questa denuncia, che però è leggibile fra le righe, non è violenta: sembra un invito a provare a cambiare punto di vista. Allargare orizzonti che in un mondo di corsa sono davvero un po’ ristretti.
 
Non è banale, oggi, invitare a ragionare sui danni che può avere prodotto l’individualismo esasperato, figlio del riflusso degli anni ‘80 (invocato e applaudito da chi aveva visto nella ribellione dei movimenti del ’68 e del ’77 un grave pericolo). Ricci lo fa con forza e con coraggio, chiamandosi fuori dal coro che addita alla forza attraente e distruttiva della tecnologia l’origine della solitudine o del bullismo, nella sua nuova veste di cyber bullismo. Oggetto d’osservazione, così, non sono più, o non solo, gli adolescenti di oggi, ma siamo noi, adulti, e il mondo che abbiamo costruito, orfano di valori che le nostre generazioni hanno potuto contestare e rifiutare, ma che sono comunque stati parametri con cui confrontarci. Forse la parola chiave di questo lavoro, fra le trentadue che compongono l’arcipelago che Ricci ha fotografato, è “Solitudine” da cui discendono errori e tensioni che i ragazzi si portano dentro e che a noi non resta che guardare, a volte con tenerezza.
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Marina Berti

Marina Berti
Nasce a La Spezia nel 1961 e, dopo aver vissuto a Genova e a Milano, si è stabilita, innamorandosene, a Siena. Laureata alla Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Genova, è stata addetta alla comunicazione presso la società di comunicazione integrata “Columbus ’92”, nonché giornalista pubblicista per il settimanale “La Gazzetta della Martesana” e insegnante di Lettere presso istituti di Istruzione Secondaria Statale e presso il carcere di massima sicurezza “Ranza” di San Gimignano. Scrittrice di romanzi e racconti, ha pubblicato Nel nome di Jon; tra i suoi scritti in corso di pubblicazione Pillole di sentimento da condividere, una raccolta di 21 racconti, e Frammenti di vite intrecciate

 
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