La cosa giusta

Patrizia Fiaschi

17/06/2020

Marianna si era trasferita da poco con i suoi bimbi nel piccolo appartamento della casa di fronte. Paola la osservava dalla finestra mentre puliva, riassettava e si prendeva cura dei suoi piccoli. Si vedeva che era sola e che da sola doveva cavarsela, ma aveva l’aria di una ragazza sveglia e ce la metteva tutta per tirare avanti. Se ne era andata da casa, non ce l’aveva più fatta a sopportare le intrusioni della madre di Luca che si inseriva puntualmente nelle loro discussioni come nei momenti di intimità. Marianna se la trovava davanti mentre era intenta a cucinare, quando usciva dalla doccia gocciolante con l’accappatoio aperto. Un pomeriggio, mentre i bimbi erano a scuola, lei e Luca avevano fatto l’amore sul tappeto del soggiorno a suggellare un litigio e la porta si era aperta all’improvviso. Non ce l’aveva fatta a rimanere lì immobile a guardare la fine del loro rapporto sotto gli occhi vigili di sua madre. Così se ne era andata. L’appartamento di fronte era sfitto da quasi un anno e a Paola fece piacere poter rivedere le persiane aperte e sentire la confusione gioiosa dei bambini.
 
Quella razza di virus che gli scienziati avevano addirittura incoronato aveva rinchiuso le persone in casa, interrotto le loro traiettorie, sospeso le relazioni e Paola vedeva scorrere per la prima volta le sue giornate, spettatrice della propria vita messa in modalità stand-by. Da un lato si sentiva invincibile come se essersi riappropriata del fluire dei giorni le consentisse di fare tutto ciò che avrebbe voluto e non poteva. E da subito fu davvero questa la sensazione di potere assoluto che la pervase facendole provare un misto tra gioia e soddisfazione con il retrogusto di un piacere innaturale. Di fatto le giornate trascorrevano veloci e senza che lei portasse a termine una delle mille cose che iniziava: disegnare, suonare e poi cucinare, potare le piante in giardino, seminare insalate e erbe aromatiche in vaso. Scrivere e leggere. Questo sì le riusciva come sempre, ora con un’autonomia assoluta di tempo. La mattina il caffè lo consumava alla finestra aspettando che la ragazza mora dell’appartamento di fronte aprisse le persiane e cominciasse a svegliare i bambini, a preparare loro la colazione, a ripartire con una nuova lunga giornata.
 
Piagnucolavano i bambini e Paola quando li sentiva chiudeva gli occhi e deglutiva per ingoiare quel disagio, quella sofferenza come a volergliela risparmiare. Lei figlia di genitori separati lo conosceva quel disagio, lo aveva respirato da piccola e ancora se lo sentiva addosso. Una sera si ritrasse dietro la tenda perché Marianna la stava guardando: era evidente che si sentisse osservata e forse ne era infastidita. La pioggia sferzava i vetri e in lontananza si sentivano i rombi di un temporale imminente. Paola si avvolse nel plaid e decise di prepararsi una tazza di latte con i biscotti preferiti, i canestrelli che mangiava da bambina. Sarebbe stata quella la sua cena, e chi se ne fregava di tutti gli esperti che nei programmi televisivi recitavano di non abbandonare le abitudini, di scandire le giornate con i ritmi di sempre. Lei, il pigiama non se lo era tolto. Quando pioveva, anche in tempi migliori, il fine settimana amava starsene al caldo con i propri pensieri. Non le andava nemmeno di sedersi a tavola, le notizie erano state troppe e troppo pesanti per lasciare indifferenti e poi il pensiero dei genitori ormai anziani lontani, separati, soli in quella Pasqua che si preannunciava come sospesa.
 
Scansò la tenda dal vetro della finestra e trattenendo la tazza bollente tra le mani puntò con lo sguardo al terrazzo di fronte. Posò un piccolo piatto con qualche biscotto sul tavolo e iniziò a inzupparne uno nel latte bianco e caldo. Sapeva di ricordi bambini, di infanzia, di buono. In giardino la luce rimaneva sempre accesa come a vegliare in mezzo a tutta quella tristezza le vite che se ne andavano in punta di piedi, in solitudine senza il conforto di una mano che trattiene o di uno sguardo che sfiora. Anche la luce del terrazzo della casa di fronte rimaneva sempre accesa, ma certamente per esigenze diverse. Marianna era sola con due bimbi e un po’ di paura forse l’aveva. Paola avrebbe voluto dirle di stare tranquilla che lei era lì. Ma di che si doveva impicciare, magari la sua intrusione non era gradita. Prese con la destra un altro canestrello ricoperto di zucchero a velo, trattenendo la tazza bollente con l’altra mano e fu in quel momento che la vide.
 
Marianna era uscita sul balcone, piangeva. Si era accucciata a terra con una felpa che la incappucciava e con le braccia circuiva le gambe magre fasciate nei leggings neri. Paola d’istinto aprì la finestra e le si rivolse con un tono di voce come trattenuto che si confuse con lo scrosciare della pioggia: “Che succede? Hai bisogno di aiuto?”. Marianna si alzò in piedi e, riparando sotto il cornicione, tentò di accendersi una sigaretta con le mani tremanti. Tirò su col naso mentre la pioggia che aumentava di intensità le rigava il viso. “Non ce l’ho più fatta a stare con lui e ora mi ritrovo qua con i bambini, con un lavoro a scadenza e con i miei dall’altra parte del mondo. Non era possibile rimanere, chi glielo spiega a Matteo e Ginevra perché siamo chiusi qua col frigo vuoto?”. In un attimo sbottonò tutta la sua vita: parlava, fumava e singhiozzava. Tutto insieme. Paola l’aveva ascoltata quasi senza respirare. Quella ragazza indifesa che si era aperta come un libro, le stanava all’improvviso quel vuoto antico, quella mancanza mai colmata.  Alzò il tono della voce “Che ne dici se salgo da te? Nessuno se ne accorgerà, magari puoi uscire sul pianerottolo mentre i bambini dormono. Ti porto qualcosa per cena. Non dovremmo, ma chi stabilisce ora se è più giusto stare lontani o vicini?”.
 
Paola non attese la risposta, chiuse la finestra lasciando la ragazza tra i suoi singhiozzi. Aprì il frigorifero e tirò fuori tutto quello che poteva essere trasportato, lo infilò in una busta del supermercato e si sentì straordinariamente bene. Quello era l’effetto panacea che le procuravano le cose belle. Le cose giuste. Infilò il piumino sopra il pigiama e le sneakers ai piedi, prese sul mobile d’ingresso chiavi e telefono e scese le scale incurante della pioggia. Non dovette preoccuparsi del citofono perché il portone del palazzo era aperto. Salì le due rampe e trovò Marianna lì, sulla porta, fradicia, con la testa bassa a guardare l’acqua che dai capelli le gocciolava sui piedi scalzi. “Non entro. Non lo farei mai per i tuoi bambini, ma qua ci sono un po’ di cose per un paio di giorni”, disse allungandole la borsa con la spesa rimediata nel suo frigo. Poi tirò fuori dalla tasca del giubbotto un biglietto da visita che riportava il suo indirizzo e il suo contatto telefonico. “Chiamami se ti va. Anche solo per parlare un po’”. Paola trattenne l’emozione e scese di fretta le scale per evitare un grazie piuttosto che un rifiuto.
 
La notte un temporale forte liberò il cielo regalando a quel mondo recluso una vigilia di Pasqua con il sole. Era un sabato speciale e bisognava onorarlo cucinando le ricette della tradizione ligure che la nonna le aveva insegnato. Le avrebbe consumate in perfetta solitudine ricordando le Pasque trascorse in campagna a casa dei nonni, gli unici che meritassero di essere ricordati davvero. Mancavano le uova, il latte e il burro. Già, erano finiti nel sacchetto di Marianna e la cosa piacque a Paola. Sarebbe stata la prima Pasqua senza. Senza la torta di riso salata. Senza qualcuno per cui apparecchiare. Senza la possibilità di uscire a fare due passi per respirare il salmastro. Scostò la tenda della finestra e sorrise sorpresa. I bambini di Marianna avevano dipinto un lenzuolo bianco con un grande arcobaleno. Sotto stava scritto “Grazie Paola. Andrà tutto bene!”. Questa volta non ritenne necessario trattenere l’emozione. Era una cosa bella e giusta e andava respirata fino in fondo. Aprì la finestra e respirò forte l’aria pulita del nuovo giorno, poi riaprì il frigo. Qualcosa avrebbe cucinato.
 
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Patrizia Fiaschi

Patrizia Fiaschi nasce alla Spezia il 12 marzo 1965. Dal 1999 vive a Ronchi nella Riviera Apuana; lavora tra Toscana e Liguria affiancando alla professione di docente di lingua italiana l’impegno sociale di promotrice culturale. Collabora con associazioni nazionali, librerie e case editrici. È organizzatrice e curatrice di presentazioni di autori e di eventi letterari volti alla diffusione della pratica della lettura. Fa inoltre parte della giuria di premi di narrativa. Ha coordinato per 10 anni gruppi di lettori...
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