La grande scopa

Enrico Ghidetti

11/11/2015

La memoria e la paura della peste affondano le loro radici avvelenate nelle “sterminate antichità” del genere umano. Nell’epopea sumerico-babilonese di Gilgamesh, nata ventisei secoli prima di Cristo (ove anche la descrizione del diluvio universale), fa la sua apparizione la peste; l’Antico Testamento, formatosi alla fine del II millennio a.C., in Samuele 2, 24, narra della peste scatenata dalla collera divina per punire re David a causa del suo compiacimento di potente sovrano dopo i risultati del censimento. In nome di Dio il profeta Gad gli propone tre possibili punizioni: Qual cosa vuoi tu che c’avvenga? O sett’anni di fame nel tuo paese: o che tu fugga per tre mesi davanti a’ tuoi nemici […]: o che per tre giorni vi sia pestilenza nel tuo paese? (trad. di Giovanni Diodati). Del resto, come ognun sa, il rapporto fra Creatore e creatura, nel libro dei libri, risulta tragicamente compromesso fino dagli albori dell’umanità; il peccato di Adamo ed Eva ne segnerà per sempre il destino: La terra sarà maledetta per cagion tua» – tale, nel giardino dell’Eden, la sentenza contro il progenitore – e ancora: «perciocché tu sei polvere, tu ritornerai altresì in polvere (Genesi, III, 17 e 19). Tanto che il creatore, pentito di aver dato vita agli uomini, ne sentenzierà lo sterminio: E ’l Signore, veggendo che la malvagità degli huomini era grande in terra e che tutte l’imaginationi de’ pensieri del cuor loro non erano altro che male in ogni tempo: e’ si pentí d’haver fatto l’huomo in su la terra, e se n’addolorò nel cuor suo. E ’l Signore disse, Io sterminerò d’in su la terra gli huomini, ch’io ho creati: io sterminerò ogni cosa, dagli huomini fino agli animali, a’rettili, ed agli uccelli del cielo: percioche io mi pento d’havergli fatti.

Ancora: con il dramma della peste inizia il primo canto dell’Iliade (IX-VIII secolo a.C.): in questo caso sono le frecce di un dio a punire l’offesa di Agamennone che ha rifiutato la restituzione della figlia al sacerdote Crise: Prima i giumenti e i presti veltri assalse,/ poi le schiere a ferir prese, vibrando/ le mortifere punte; onde per tutto/ degli esanimi corpi ardean le pire…(versione di Vincenzo Monti). Esempi che si potrebbero moltiplicare e che dalla più remota antichità arrivano praticamente fino ai giorni nostri. Quanto dire che l’itinerario dell’umanità procede nei secoli scandito dagli agguati di un sinistro inseguitore. La implacabile collera divina è quindi inscindibile dalla sorte dell’uomo e dispone di terrificanti mezzi di distruzione. È la Shoah di Isaia, XLVII, 11: Per ciò, un male ti verrà addosso, del quale tu non saprai il primo nascimento: e ti caderà addosso una ruina, la quale tu non potrai stornare: e ti sopraggiugnerà di subito una desolatione, della quale tu non l’avvedrai. Tra queste “ruine” improvvise e inesorabili la peste occupa un posto di assoluto predominio, fiancheggiata, com’è, dalla carestia e dalla guerra alle quali invero sarebbe arduo, ma possibile, porre rimedio. Molti secoli separano la prima dalla postrema delle Sacre Scritture, la grandiosa visione escatologica dell’Apocalisse che annuncia la fine dei tempi e del cosmo. La Rivelatione di Jesu Christo […] per far sapere a’suoi servidori le cose che devono avvenire in breve tempo, trasmessa da un angelo a Giovanni in Patmos (95-96 d.C.), preannuncia, com’è noto, secondo un’interpretazione fondamentalista, la fine del mondo degli uomini con la battaglia tra bene e male, tra i salvati e i seguaci dell’Anticristo, la grande Bestia dell’abisso, sul monte Harmaghedon. Evento cosmico preceduto da una serie di prodigi, fra i quali lo scioglimento dei sette sigilli che suggellano il libro in forma di rotolo nelle mani dell’Agnello divino.

La rescissione del quarto sigillo libera quattro cavalli di diverso colore: albus, rufus, niger, pallidus. I sinistri cavalieri che li montano rappresentano rispettivamente la vittoria, l’ira di Dio (a colui che lo cavalcava fu dato di toglier la pace dalla terra acciocché gli huomini s’uccidessero gli uni gli altri: e gli fu data una grande spada) e la carestia. Il quarto cavaliere – che monta un cavallo di colore livido, cadaverico (pallidus, tradotto anche ‘verdastro’) – havea nome la Morte: e dietro ad essa seguitava l’Inferno. Ai quattro cavalieri sarà data potestà sopra la quarta parte della terra, da uccider con ispada, con fame, e con mortalità e per le fiere della terra» (la traduzione della CEI a “mortalità” preferisce “peste” uniformandosi alla consuetudine invalsa con la versione inglese King James del 1611). Lo spettro che monta il cavallo colore della decomposizione post mortem, è liberato, nell’imminenza della fine del mondo, perché compia la sua estrema scorreria fra gli umani; il suo tempo sarà quello finale dell’umanità, suo spazio praticamente il mondo intero. Così commenta la visione il grande biblista evangelico: questo può essere inteso Antichristo, il cui regno è la morte della Chiesa, cagionata per violenze, privazione di vera pastura, pestilenza di falsa dottrina, persecutione di potentati (significati per li quattro flagelli corporali) onde segue inevitabilmente la morte eterna. Ovvero semplicemente sono intesi i giudicii di Dio sopra ’l mondo per lo sprezzo della sua parola» [c.n.].

La malattia appartiene alla storia innanzi tutto perché non è che un’idea, un découpage astratto in “una realtà empirica complessa” (M. D. Gmerk), e perché le malattie sono mortali […]. La malattia appartiene non soltanto alla storia visibile dei progressi scientifici e tecnologici, ma anche a quella, più profonda, delle pratiche e dei saperi legati alle strutture sociali, alle istituzioni, all’immaginario e alle mentalità. […] E c’è una storia della sofferenza. Questa storia delle malattie conosce la febbre congiunturale delle epidemie, ma anche l’onda strutturale delle endemie. È una storia drammatica che di epoca in epoca disegna il quadro di una malattia emblematica che unisce l’orrore dei sintomi alle angosce di un senso di colpa individuale e collettivo. Così Jacques Le Goff rivendica alla ricerca e all’analisi storica quella che l’insigne aforista Georg Cristoph Lindberg considerava rassegnatamente «la più grande imperfezione dell’uomo» come singolo e come collettività. Alla malattia della peste spetta, al di là di ogni dubbio, un sinistro primato di emblematizzazione, perché siamo di fronte a «un grande personaggio della storia di ieri» (Benassar) che fino al tramonto del XIX secolo ha occultato la propria maligna natura e la dinamica delle sue periodiche incursioni. Malattia cronica implacabilmente ricorrente nei secoli dei secoli con i suoi ritorni offensivi, ondate epidemiche di diversa entità e localizzazione (calcolate per il passato con periodicità decennale) così da essere riconosciuto appunto come «uno dei grandi agenti della storia mondiale». Merita ricordare che il termine “peste” ha assunto il suo specifico valore in epidemiologia soltanto dal 1894, con la scoperta del bacillo della peste e delle sue modalità di trasmissione.

In latino pestis e il derivato pestilentia valgono “epidemia di ogni sorta, distruzione, rovina e anche calamità pubblica”. L’etimologia – ha scritto l’insigne glottologo Giacomo Devotonon è perspicua: dal latino pestis, la parola è immobile, così per la forma come per significato. Ma la sua forma, di nome di azione, mi conduce a collegarla con una radice indoeuropea antichissima, pes, che significa “soffiare”. Il latino pestis significava in origine una ‘soffiata’ (naturalmente mortale) e questo si intonava a un ambiente magico, nel quale la parola deve aver assunto il suo valore pauroso». Quindi un soffio, un «vento nero vestito di morte», si potrebbe dire usurpando il verso di un nostro ottocentista. Comunque, dopo la scoperta del bacillo e le ricerche che seguirono, sul «sostrato murino» della malattia l’eziologia e la trasmissione del male è stata così sintetizzata nella «equazione della peste»: «ratto nero + pulce + uomo + bacillo di Yersin = peste».

Introduzione al testo “Peste. Il Flagello di Dio fra letteratura e scienza

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Enrico Ghidetti è un critico letterario, docente universitario italiano. Attualmente è professore ordinario dell'Università di Firenze e presidente della Società Dantesca Italiana.

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