La pianta di capperi, le lucciole e tutti gli altri miei colori

Laura Del Veneziano

26/05/2020

Quando ero bambina, ero particolarmente affascinata dalla pianta di capperi, non da una pianta di capperi generica, ma proprio da quella pianta di capperi che, ai miei occhi, inspiegabilmente cresceva sul muro esterno della casa di mia nonna. Mi si presentava alla vista ogni volta che, svoltato l'angolo dovevo salire le scale. Me la ricordo con estrema chiarezza proprio perché la mia curiosità era attratta dal come. Come era possibile per una piccola piantina sbucare dal nulla in mezzo al grigio edificio? Come le riusciva di vivere rimanendo giorno e notte, attraverso le stagioni, abbarbicata ad un muro? Le sue foglie verdi, tondeggianti, regolari, di diverse dimensioni ma pur sempre in una composta armonia, attiravano la mia attenzione verso il centro della pianta, dove i fiori, che dal bianco sfumavano verso il fucsia e quasi il viola, mi piacevano da matti perché ostentavano una forza incredibile. La forza della sopravvivenza, di chi resiste incurante di tutto e di tutti, di che ci riesce sempre: quella pianta di capperi mi mostrava in tutta la sua essenza la capacità che oggi noi esseri umani nominiamo come resilienza, senza poi riuscire più di tanto a provocarla dentro di noi.
 
“Fermo, guarda, eccone due, ce ne sono soltanto due”. È buio il primo giovedì di libera uscita qui tra i campi intorno casa e l'idea di uscire fuori con i bambini per cercare le lucciole mi viene in mente durante la cena, guardando appunto il cielo che muta i suoi colori verso lo scuro. Le lucciole, nelle mia memoria di bambina riempivano la natura ed il paesaggio intorno casa. Ne ricordo talmente tante, nelle calde notti di maggio! Quasi da poter suscitare spavento nel mio cuore infantile, per stranezza e sorpresa. Gialle, alternate, lucenti, illuminavano il nero scuro di quel buio che non poteva farmi paura, essendo io completamente padrona di quei luoghi. A distanza di qualche decina di anni invece, qui ne vediamo soltanto due. Sono sufficienti per lasciarmi andare. Chiudo gli occhi. Il silenzio. Il vento caldo. Il mio respiro si nutre di una sensazione benefica ritrovata, rinnovata, inaspettata. Per qualche istante torno bambina a riscoprire dentro di me la gioia, la bellezza e il calore di una fanciullezza e di una vita meno in bilico di quella di questi giorni. Una vita piena, colorata di libertà. Che colore ha la libertà? Il colore delle nostre due piccole lucciole, poche, troppo poche, ma ben salde, nel loro tentativo di tenersi stretto quell'angolo di natura che abbiamo riservato a loro.
 
Di mattina presto oggi ho deciso di dare una svolta a questi giorni ed esco per una camminata solitaria. Stare sola mi ha sempre dato conforto e continua a farlo anche adesso, che tutti sono preoccupati della mancanza forzata di legami sociali. Il colore della solitudine mi si addice, perché è pieno intenso, vivo, mio, se dovessi dipingerlo sarebbe un blu immensamente profondo. Mentre procedo per le strade ancora un po' sonnecchianti, mi accorgo che i colori della mia città sono cambiati, complici le pochissime persone in giro. Osservo che il rosso dei papaveri ha invaso anfratti inaspettati e mi sorprendo di adocchiarli laddove non avrei mai pensato fosse possibile. A tratti il verde delle foglie degli alberi si lascia mescolare in tutte le diverse tonalità che questo colore vitale è in grado di offrire, per poi, all'improvviso, spostarsi per una folata di vento e mostrarmi un azzurro incredibilmente pieno: il cielo è di una limpidezza sorprendente. Camminando sulla stradina sterrata, un sapore lievemente terroso si alza dai miei piedi e mi accorgo che anche il colore marrone sembra parlarmi e diffondere tutto intorno, nelle sue sfumature cangianti, la sembianze della vita che ha custodito gelosamente al caldo durante tutto l'inverno. Una domanda mi accompagna nel ritorno verso casa: è il sole che, come il resto della natura, si è ripreso il diritto di far risplendere di una intensità più viva tutti questi colori? O forse sono io, che adesso, da sola, mi concedo una diversa possibilità di guardarmi intorno, posando la mia attenzione su particolari che prima, la vita frenetica non mi permetteva di cogliere? Sono forse questi che solo adesso riesco a notare, tutti i miei colori? Il dubbio si scioglie quando decido di fermarmi a comprare la mia pianta di capperi.
 
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Laura Del Veneziano

Laura Del Veneziano, nata ad Arezzo nel 1980, vive e lavora come psicologo psicanalista, nel Valdarno aretino. Mamma di due bambini, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura. Svolge attività di ricerca sui temi della psicanalisi, del femminile e delle relazioni umane. Nel 2016 ha partecipato con uno scritto alla pubblicazione del saggio “Analityca- La passione della clinica” edito da ETS. Dal 2017 inizia la pubblicazione di suoi lavori con la casa editrice Giovane Holden: “Lo specchio di oKram”, “Perlanera” “Lasciami parlare...” “Lasciami parlare...ancora”. Attualmente in preparazione altri lavori di scrittura.
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