La piccola conformista. Un romanzo di formazione alla rovescia

Marialuisa Bianchi

24/06/2021

“La piccola conformista” è il romanzo d’esordio, non autobiografico, della giornalista e regista Ingrid Seymann, uscito in Italia per Sellerio pochi mesi fa e già un grande successo in Francia (almeno così viene contrabbandato). Un romanzo familiare, ironico, dissacrante ma anche drammatico. Il punto di vista scelto è sempre quello della protagonista, Esther, una bambina molto tradizionale in una famiglia di strampalati. Divertente, soprattutto all’inizio, con questa necessità di insistere sul conformismo, che riguarda sempre i genitori, visti come diversi da quelli dei propri amici, quindi peggiori.  Esther, infatti, se ne vergogna, salvo scoprire che per le sue amiche sono molto divertenti e affascinanti. Un romanzo di formazione alla rovescia.
 
Ambientato negli anni ’70 a Marsiglia, città cosmopolita dove trovano rifugio i nonni della bambina, ebrei algerini. E qui convivono con arabi, mussulmani, cattolici in maggioranza. Città di contrasti, come anche il libro, città fortemente mediterranea e accogliente. Tuttavia un fardello pesa sulla famiglia, come anche su quello dei genitori Fortunée e Isaac, i nostalgici nonni di Esther e dell’iperattivo fratellino Jérémy – ed è causato dal doloroso distacco dall’Algeria francese nell’inverno del ‘62. Di questo paese che non esiste più, resta in famiglia Dahan un oggetto fortemente simbolico: un vaso di terracotta pieno di terra di Souk Ahras, raccolta dal padre giovanissimo ai piedi del fico che cresceva nel giardino della casa di pieds-noirs e che, attraversando il Mediterraneo, è giunto in Francia con la famiglia. È l’incidentale rovesciamento di questa terra dolce, a cui Esther tocca porre rimedio, che porterà a una dolorosa trasformazione e presa di coscienza di Esther e del lettore.
 
“Sono nata di destra in una famiglia di sinistra. Questa inclinazione, evidente fin dal mio primo vagito, emesso il giorno di Natale per la disperazione di quell’atea di mia madre - che non mi aspettava così presto - e di quell’ebreo di mio padre - che in questo tiro del destino scorse le stimmate del malocchio gettatoci, a suo dire, dai nostri vicini di pianerottolo -, si confermò fin dalla mia più tenera età. E per quanto entrambi consacrassero i primi tre anni della mia vita al tentativo di convertirmi alla loro visione del mondo, rimasi un’incorreggibile reazionaria”. Precisa, puntuale come un orologio, ossessionata dall’ordine e dall’ortografia Esther ama i vestitini blu da signorina, ha un padre ebreo “a intermittenza”, che gira nudo per casa con la madre e professano idee rivoluzionarie.
 
Esther è gelosa della circoncisione del fratello anche se lei non ha il prepuzio che comunque come dice la zia per consolarla, sarebbe stato confiscato il giorno dopo. “Il dio dei cattolici non somigliava affatto a quello degli ebrei. Era fin troppo buono per farsi rispettare sul serio. Un po’ come i poveri insomma” pensava la bambina all’inizio della storia. Molto saggia e dotata di spiccato spirito d’osservazione. Jeremy è invece un bambino iperattivo e incontrollabile, fisico, mentre Esther è cerebrale e tranquilla. Il fratello è un vero terremoto che i genitori non sanno gestire e che sottolinea le contraddizioni del loro metodo educativo “mio padre e mia madre, invece di rallegrarsi di aver messo al mondo un figlio rivoluzionario, furono materialmente sopraffatti da quella trotskista escrescenza familiare” che nessuno dei loro amici capelloni e hippy voleva a casa propria alle feste. Così i genitori per contenerlo prendono la decisione di iscrivere entrambi i figli a una scuola privata ultracattolica, l’istituto Jeanne d’Arc. E da lì iniziano problemi per la protagonista che comincia a inventare clamorose bugie alle compagne ricche e benpensanti per essere accettata e ai genitori per non far capire loro il bisogno di uniformarsi ai cattolici.
 
“Poiché dell’ebraismo conoscevo solo gli effetti collaterali, avevo scoperto con vero e proprio sollievo il Dio dei miei compagni. Lo amavo per la sua generosità e per il suo carattere non vendicativo. Ma apprezzavo soprattutto il fatto che non attirasse guai sulla testa dei fedeli”. Così decide di battezzarsi e i suoi, dopo una solenne arrabbiatura, sono costretti ad accettare perché a casa loro era vietato vietare infatti “al libero arbitrio tributavano un vero e proprio culto”. Diventare cattolici era facile e piacevole e lei si impegna nel catechismo, invece “diventare ebrei era complicatissimo e doloroso a partire dalla circoncisione, e io mi chiedevo chi mai potesse essere disposto a simili sacrifici solo per guadagnarsi l’immenso privilegio di finire in un campo di concentramento”. Una serie di disavventure a catena, quasi ossessive, fino al crescendo del finale, dove viene poi rivelato il motivo di tanti tormenti che non svelerò, ovviamente. Nel leggerlo mi sono fatta attrarre dall’idea che fosse un libro divertente e intelligente, mi ha ricordato “La vita davanti a sé” di Romain Gary, a cui forse l’autrice si è ispirata, senza raggiungerne tuttavia le vette e tantomeno la profondità. Non mi è dispiaciuto, ma non mi ha convinta. Il finale capovolge la situazione e la commedia si trasforma in tragedia… ma i segnali erano irrisori, quindi mi ha spiazzato. Un libro interessante, ma non del tutto convincente. Un buon romanzo deve essere disseminato di indizi e alla fine tutto deve tornare. La vita vera è un’altra cosa.
 
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Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi, molisana d’origine, si è laureata in storia medievale a Firenze dove vive. Ha insegnato Italiano e Storia nelle scuole superiori.  Recentemente ha pubblicato il romanzo storico Ekaterina, una schiava russa nella Firenze dei Medici, edizioni End 2017. Ha esordito con un libro di racconti “Vie di Fuga. Storie di e per adolescenti”, Franco Angeli editore (con prefazione di Dacia Maraini) Milano, 2005 e nel 2009, un testo teatrale “Apparizioni....

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