La prigione

Ilaria Bonuccelli

12/05/2020

Silvia sente salire le scale. I passi sono appesantiti. Le borse della spesa. Oggi lui ha preso anche l’acqua minerale. “Bene. Guadagno qualche secondo”. Per la maggior parte delle persone qualche secondo è meno di niente. Non esiste. Impercettibile come un battito di ciglia. Un gesto involontario che ripeti milioni di volte in una vita. Per Silvia sono un confine. Lui non deve saperlo. Con uno scatto silenzioso appende il libro sottile aperto all’interno della gonna bordeaux nell’armadio. Le pagine pinzate insieme ai ganci. Trovata ingegnosa con un unico difetto: deve sempre scegliere libri poco voluminosi. Un prezzo piccolo da pagare, in confronto a quello che le ha fatto passare nelle ultime settimane.
 
Con la dichiarazione dell’emergenza sanitaria, la violenza di Gianfranco nei suoi confronti è diventata più meschina. Le botte ci sono ancora. Ma lui vuole distruggere i suoi spazi vitali.  Annientare ogni suo tentativo di fuga. Ogni spazio che si crea al di fuori del suo controllo. In un mondo in cui la libertà è diventata la merce introvabile, Gianfranco vuole che Silvia si senta la più prigioniera di tutte. Le vuole togliere speranze e prospettive. Di più: la libertà di immaginare e di pensare. Gianfranco la vuole azzerare. All’inizio dell’emergenza coronavirus Silvia aveva intuito la strana eccitazione di Gianfranco. Sul momento non ne aveva compreso la ragione. Aveva solo avvertito una paura sotterranea che aveva cercato di celare perché la sua paura era già motivo di piacere per l’uomo di cui, una volta, si era innamorata.  Erano bastate 24 ore per comprendere la ragione superficiale di quella paura: “Non si può più uscire. Della spesa me ne occupo io. In farmacia vado io. Le commissioni me le accollo io. Basta una persona per famiglia. Tu resti a casa”. Mentre lei aveva aperto la bocca - lui non sapeva se per porre una domanda, se per obiettare, se per chiedere: “fino a quando” o “chi ha deciso” o “perché dobbiamo comportarci così” - lui le aveva sferrato un cazzotto. Il suo modo per dire che la conversazione era chiusa. Come sempre: senza neppure iniziare. Lui dettava legge, lei doveva obbedire. Se non ci stava, continuava con lo stesso linguaggio: colpi. Solo che da qualche tempo aveva imparato: Gianfranco la colpiva di preferenza sul cranio, perché (in apparenza) non lasciava segni. Niente lividi visibili. Poi la scherniva: “Vai, vai al pronto soccorso, vai dai tuoi amici medici: vediamo se ti trovano lividi e attivano quella stronzata del Codice rosa”. Un’altra via di fuga sbarrata. Comunque lei non ci aveva neanche provato ad andare al pronto soccorso a farsi vedere: aveva creduto a lui. Al fatto che i pugni non lasciassero lividi sulla testa.
 
Di uscire per andare a lavorare, neanche a parlarne: l’azienda l’aveva messa in cassa integrazione. Lui l’aveva in pugno. Ma non sapeva quanto fino al giorno in cui non aveva intercettato una telefonata di sua sorella. A Gianfranco. Perché il suo cellulare, era sotto sequestro: “Sei in casa, non vai a lavorare. A cosa ti serve? Questo lo tengo io”. Un altro cazzotto aveva messo fine alla discussione.
“Dimmi Marisa? Sì sono Gianfranco. Silvia non ti può rispondere perché ha ancora la febbre. No, non ti preoccupare. Ci sono io. Mi occupo di tutto io. Ho parlato con il medico. La situazione è seria, ma sotto controllo. Tua sorella riuscirà a cavarsela. In una ventina di giorni sarà come nuova. Appena possibile ti ci faccio parlare”.  Cosa? Febbre? Ventina di giorni? Come nuova? Ma di che stava parlando? Della versione da martire che si era inventato per il pubblico. Il povero Gianfranco, compagno amorevole, devoto e crocerossino si stava prendendo cura di Silvia, la sfigata cassaintegrata, che aveva beccato il coronavirus (non si sa bene come né da quando né da chi) ed era costretta a letto.
 
Lui, invece, l’invincibile, non solo era risultato immune, ma continuava a lavorare (non si capisce come facesse, vivendo con una contagiata), a mandare avanti la casa e a salvare anche il mondo nel tempo libero.  La situazione ideale: una vittima prigioniera dell’aguzzino. E nessuno a preoccuparsi del suo stato di salute perché il paravento della violenza era proprio il suo stato di salute: il Covid2019. Prigioniera, vessata, maltrattata. Senza via di fuga. Se non l’obbedienza cieca, il silenzio e la speranza che tutto passasse in fretta. Che la porta si riaprisse. I vicini convinti della malattia, i familiari convinti della malattia. Le amiche già allontanate. Il telefono sempre sotto stretto controllo. Solo gli occhi di Silvia si potevano muovere per le stanze senza destare sospetti. A condizione che fossero veloci. Se si soffermavano troppo su un oggetto no: venivano intercettati. E iniziava l’interrogatorio. Ma quando Gianfranco non c’era potevano andare a spasso. E proprio in una di queste passeggiate, in sua assenza, era avvenuto l’incontro fatale: quello coi libri. Non ce n’erano molti. Gianfranco non amava leggere: lui sapeva già tutto. Silvia sì. Ma in casa non c’era posto per le cose di Silvia. Alcune decine di libri era riuscita a spargerle qua e là, rendendole quasi invisibili. E lui, in un gesto quasi di magnanimità, aveva concesso di tollerarle.
 
Poi se veniva qualcuno a trovarli, faceva anche arredo. Durante la prigionia da coronavirus Silvia si attaccò ai suoi libri in maniera morbosa. E a Gianfranco la faccenda non sfuggì. Non gli sfuggiva niente di quello che poteva essere importante per Silvia: non per amore, ma per essere capace di toglierglielo.  La osservò per un paio di giorni nei quali lei, presa da questo unico corridoio verso la libertà - le parole, i pensieri - si era fatta sorprendere con la guardia abbassata. Aveva acconsentito a tutto, pur di poter avere minuti per sé, per leggere. E così aveva segnato la sua condanna. Fino ad allora Gianfranco non aveva mai prestato attenzione a che cosa leggesse Silvia. Purché non spendesse soldi nei libri. Infatti lei non comprava mai nuove edizioni, non aveva mai edizioni autografate dagli autori. Cercava sempre nei mercatini, aveva sempre libri usati: ma chi se ne importa? Le idee mica si usurano, no?
 
Invece Gianfranco iniziò a fare caso a cosa Silvia leggesse durante il coronavirus. Perché non ammetteva che avesse trovato il suo modo di alleggerire la prigione che lui le aveva preparato. Lei doveva stare in gabbia, con la catena al collo. Nessuna possibilità di fuga. E come si permetteva quella troia di sfuggire al suo controllo? Ci avrebbe pensato lui a darle una lezione. Oh sì. Una di quelle vere. Che non si sarebbe dimenticata. Così iniziò a notare i libri che lei puntava. O che prendeva in mano. E quando non lo vedeva con un bisturi tagliava le pagine, a caso. Le rimuoveva, a due o tre alla volta, con salti a casaccio, in modo che la storia non tornasse, che diventasse incomprensibile. Poi, arrivava in fondo e di netto tranciava le ultime 8-10 pagine. Era un lavoro di fino, in modo che Silvia non si accorgesse di nulla, fino a quando non cadeva nell’inciampo: nella trama sconclusionata. Nella storia senza finale. La sua fuga che si schiantava contro un muro di mattoni.
 
Lei se ne accorse. Ma non gli disse mai nulla. Sarebbe stato come ammettere la resa totale. E cominciò a simulare. Far finta di leggere libri, quando ne leggeva altri. Che poi nascondeva appendendoli fra gli abiti. Era il suo modo di resistere. L’unico che avesse trovato fino a quel momento.  Avvertiva la sua rabbia aumentare perché non gli diceva nulla. Perché non gli gridava: “Bastardo, sei stato tu?”. No. Non glielo avrebbe detto. La sua resistenza sarebbe stata questa. E se non fosse bastata se ne sarebbe inventata un’altra. Perché nel momento in cui aveva deciso di cercare la sua via di fuga nei libri, aveva compreso che presto o tardi avrebbe avuto anche il coraggio di appoggiare la mano sulla maniglia della porta e di girarla. Magari l’avrebbe trovata aperta. Magari no. E a quel punto si sarebbe inventata qualche cosa. Spettava solo a lei decidere cosa, come, quando.
 
Il racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus"
 
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Ilaria Bonuccelli

Ilaria Bonuccelli è caposervizio Regione de Il Tirreno e dell’inserto Salute dello stesso quotidiano, per il quale ha svolto anche mansioni di inviato.
È referente, per Il Tirreno, della campagna contro la violenza di genere; è giornalista investigativa e specializzata in campagne di stampa. Ha ottenuto importanti riconoscimenti: Premio Piero Passetti-Cronista dell’anno per aver condotto la migliore inchiesta giornalistica per la carta stampata in Italia nel 1996, Premio assegnato da Unione Nazionale Cronisti italiani, Presidenza della Repubblica, Presidenza del Senato, Corte Costituzionale, Forze dell’Ordine, Fnsi. Nel 2017 ha vinto il Premio Giustolisi, targa del Senato, per l’incisiva opera svolta nella campagna che ha portato all’approvazione della legge contro il telemarketing selvaggio.
 
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