Le storie surreali e tenere di Etgar Keret

Luigi Oliveto

19/12/2019

Se per questo Natale preferiste starvene al caldo buono delle quattro capriole di fumo del focolare; se voleste anche evitare di incupirvi pensando agli umani destini… Ebbene, può aiutare la lettura del libro di Etgar Keret “Un intoppo ai limiti della galassia” (Feltrinelli) per la traduzione di Alessandra Shomroni. Ventidue storie dello scrittore israeliano maestro di ironia, di sghimbesci sguardi sulla realtà, di assurdità traslate in tenere favole. In questo mondo surreale c’è chi, per guadagnare facile facile mille shekel, si fa sparare col cannone del circo, sfonda il tendone e lassù dall’alto rivede tutta la sua vita, compreso il figliolino Max che gioca a pallone e che lo saluta con la mano. Persone che non sono certissime di esistere veramente, genitori che si trasformano in conigli. Chi (questione di cuore) tiene in salotto una macchina pressata dallo sfasciacarrozze, angeli che stavano meglio quando stavano peggio (ovvero nella vita terrena), pesci rossi che di notte si spaparanzano sul divano con tanto di pantofole scozzesi. C’è persino il riccone megalomane che compra i compleanni degli altri per far sì che tutti i giorni sia la sua festa. Storie surreali? Mah, a volte i paradossi della vita possono spiegarsi (spiegarsi?) solo guardandoli in un’ottica stravolta. A proposito. Il titolo della raccolta risulta essere l’oggetto di alcune email che intercorrono tra umani e alieni. Sefi Moré, gestore dell’Escape Room ‘Un intoppo ai limiti della galassia’, scrive infatti messaggi di questo tenore: “Gentile Signor Varshavsky, grazie della sua mail. Siamo contenti di sapere che è arrivato da noi su consiglio di precedenti visitatori. Siamo molto orgogliosi della nostra Escape Room ed emozionati di scoprire che anche altri la apprezzano. Il locale è accessibile ai disabili e poiché il tema ha a che fare con la fisica e l’astronomia abbiamo avuto l’onore di avere come ospite, durante una sua breve visita in Israele, il celebre astrofisico Stephen Hawking (allego una fotografia). Purtroppo, essendo il prossimo giovedì il giorno dedicato alla memoria della Shoah, l’Escape Room sarà chiusa. Saremo comunque lieti di ospitare lei e sua madre in un’altra data.”
 
***
 
La penultima volta che mi spararono da un cannone
 
La penultima volta che mi spararono da un cannone fu quando Odelia se ne andò con il bambino. A quel tempo lavoravo come addetto alle pulizie delle gabbie di un circo rumeno che era appena arrivato in città. Le gabbie dei leoni le finivo in mezz’ora, e pure quelle degli orsi, ma quelle degli elefanti erano un incubo. La schiena mi faceva male e l’intero mondo puzzava di merda. La mia vita era a pezzi e la puzza di merda si addiceva a quella situazione. Un giorno sentii il bisogno di prendermi una pausa. Mi rintanai in un angolo fuori da una gabbia e mi arrotolai una sigaretta. Senza nemmeno lavarmi le mani.
Dopo qualche tiro sentii alle spalle una tossettina forzata. Era il direttore del circo. Si chiamava Ishu e aveva vinto il circo alle carte. Il proprietario originale, un vecchio rumeno, aveva calato un tris di regine ma Ishu aveva un poker. Mi raccontò quella storia il giorno in cui mi assunse. “A che serve avere fortuna quando si sa imbrogliare?” mi disse strizzandomi l’occhio. Ero sicuro che Ishu mi avrebbe rimproverato per essermi preso una pausa dal lavoro ma non sembrava affatto arrabbiato. “Di’ un po’,” mi disse, “ti andrebbe di guadagnare mille shekel facile facile?” Io annuii e lui continuò: “Sono appena stato nella roulotte di Esteban, il nostro uomo cannone. È ubriaco fradicio, non sono riuscito a svegliarlo e lo spettacolo deve cominciare tra un quarto d’ora…”. Tracciò con le sue dita tozze la parabola di un proiettile che andò ad atterrare dritto contro la mia fronte. “Ti do mille shekel in contanti se lo sostituisci.”
“Non sono mai stato sparato da un cannone,” dissi facendo un tiro di sigaretta. “Certo che sei stato sparato,” replicò lui, “quando tua moglie ti ha lasciato, o quando tuo figlio ti ha detto che non ti vuole più vedere perché vali meno di niente, o quando il tuo gatto ciccione è scappato via. Lo vedi? Non devi essere agile, forte o veloce per essere un uomo cannone, basta essere soli e miserabili.” “Io non sono solo,” protestai. “Davvero?” sogghignò Ishu. “A parte il sesso, quand’è stata l’ultima volta che una donna ti ha sorriso? Di’ un po’.”
Prima dello spettacolo mi fecero indossare una tuta argentata. Chiesi a un vecchio clown con un enorme naso rosso se non avrei dovuto ricevere delle spiegazioni prima del lancio. “L’importante è rilassare i muscoli,” disse lui. “O irrigidirli. Non ricordo bene. E devi anche fare attenzione che il cannone sia puntato in avanti, per non mancare il bersaglio.” “Tutto qui?” domandai. Anche con la tuta argentata puzzavo di merda di elefanti. Il direttore del circo arrivò a darmi una pacca sulle spalle. “Ricordati,” disse, “dopo il lancio devi tornare subito qui, sorridere e inchinarti. E se dovessi avere dei dolori o ti si fosse rotto qualcosa – Dio non voglia – devi resistere, tenerti tutto dentro, perché il pubblico non se ne deve accorgere.”
Gli spettatori sembravano davvero contenti. Applaudivano i clown che mi spinsero nel cannone e un pagliaccio con un fiore che sprizzava acqua un istante prima di accendere la miccia mi domandò: “Sei sicuro di volerlo fare? Questa è la tua ultima chance per ripensarci”. Io annuii. “Lo sai che Esteban, l’ultimo uomo cannone, è in ospedale con dodici costole rotte?” proseguì lui. “No,” dissi io, “è soltanto ubriaco. Dorme nella sua roulotte.” “Come vuoi,” sospirò il pagliaccio con il fiore che sprizzava acqua, e accese la miccia.
Ripensandoci devo ammettere che l’angolo di lancio era forse un po’ troppo inclinato verso l’alto. Invece di colpire il bersaglio squarciai il tendone e continuai a volare verso il cielo, in alto in alto, appena sotto una coltre di nubi nere. Sorvolai il drive-in abbandonato dove io e Odelia un tempo andavamo a vedere i film, il parco giochi dove il padrone di qualche cane gironzolava con fruscianti sacchetti di plastica e, lì in mezzo, il piccolo Max che giocava a pallone. Quando gli passai sopra alzò gli occhi, sorrise e mi salutò con la mano. Sorvolai Hayarkon Street dove, sul ciglio della strada, dietro i bidoni della spazzatura dell’ambasciata americana, vidi Tigre, il mio gatto ciccione, impegnato a catturare un piccione. Qualche secondo dopo caddi in acqua e le poche persone che erano sulla riva si alzarono in piedi e mi applaudirono. Quando uscii dal fiume, una ragazza con un orecchino al naso mi tese il suo asciugamano e mi sorrise.
Tornai al circo con i vestiti ancora bagnati. Era tutto buio. Il tendone era vuoto e al centro dell’arena, vicino al cannone da cui ero stato sparato, c’era Ishu, che contava i soldi dell’incasso. “Hai mancato il bersaglio,” mugugnò, “e non sei tornato a inchinarti come eravamo d’accordo. Ti detraggo quattrocento shekel.” Mi allungò qualche banconota spiegazzata e quando si rese conto che non le prendevo mi fissò con uno sguardo arcigno da europeo dell’Est e mi disse: “Che c’è? Non ti va di prendere i soldi? Vuoi litigare con me?”. “Lascia perdere i soldi, Ishu,” mormorai strizzandogli l’occhio e incamminandomi verso il cannone. “Fai un favore a un amico e sparami un’altra volta.”
 
 
[da Un intoppo ai limiti della galassia di Etgar Keret, trad. Alessandra Shomroni, Feltrinelli, 2019]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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