Little china girl. L'ombra della mafia cinese su Firenze

Serena Bedini

13/02/2019

“Perché sei giovane e superbo, ma non cieco. Perché ci conosci fin da ragazzo, cosa più unica che rara per un italiano. Per far piacere a un vecchio amico. Per avventura, o per cancellare i tuoi debiti di mahjong...” (p. 46). Queste sono le motivazioni con cui lo zio Hu chiede ad Alessandro Onofri, protagonista del thriller di Massimiliano Scudeletti, “Little China Girl” (Betti Editrice) di indagare sull’uccisione di Fei Lin. Tra di esse, cattura senz’altro l’attenzione quella che attribuisce ad Alessandro una conoscenza approfondita della comunità cinese in Italia e questa diviene di fatto una delle chiavi di lettura di questo thriller nostrano che ha il sapore dei best-seller d’Oltreoceano e il ritmo delle pagine di Scerbanenco. In effetti Onofri si troverà coinvolto in un intrigo tutto cinese, a due passi da Firenze, ossia all’Osmannoro, nel cuore della China town fiorentina: un intrigo che, solo grazie alla sua approfondita conoscenza di questa comunità tanto affascinante quanto sconosciuta agli italiani, riuscirà a risolvere. Ed è proprio questo il valore aggiunto di un romanzo che ha toni puliti ed essenziali, ritmo serrato e suspance tipici del thriller perché dice Massimiliano Scudeletti che se ci si accosta ad un genere letterario, bisogna anche portargli rispetto, ossia restare coerenti con le caratteristiche che lo contraddistinguono.

E Scudeletti, oltre a rimanere coerente al genere, mette in essere anche un intreccio di tutto rispetto, degno di John Grisham, visto che non è estraneo, come il grande autore statunitense, all’inserimento di tematiche sociali legate alla penetrazione cinese nella nostra regione, alla difficile comunicazione con gli italiani, alle enormi differenze tra la nostra mentalità e quella di questo popolo che tendiamo ancora troppo a legare semplicisticamente a stereotipi, senza nemmeno sincerarci di quanto siano veri. L’autore, in comune con il protagonista, dimostra di avere un’approfondita conoscenza della cultura cinese e così questo romanzo avvincente, mai banale, apre anche una finestra su questo splendido paese millenario, di cui noi italiani sappiamo ancora tanto poco. Tuttavia le atmosfere del thriller tornano a farsi sentire in ogni pagina, tenendo il lettore ben saldo alla lettura e rendendolo poco propenso a lasciarla; già perché Alessandro Onofri non si troverà solo a dover scoprire chi ha ucciso Fei Lin, ma scoprirà fin dalle prime pagine che la giovanissima e graziosa vittima è la figlia di uno dei capi della mafia cinese: “La Triade, la misteriosa mafia cinese che per alcuni nemmeno esisteva, vincente in ogni angolo del mondo, non era più un’entità astratta, ma una forma fisica, con un volto su cui non alzare lo sguardo, o da dimenticare al più presto” (p. 47). Siamo solo a pagina 47 e l’opera prosegue serrata e fitta di colpi di scena fino a pagina 276… ma già a questo punto il dado è tratto: Alessandro Onofri si troverà costretto ad accettare l’incarico, mentre il lettore non saprà resistere alla tentazione di procedere nella lettura
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Serena Bedini

Serena Bedini
Nata a Firenze nel 1978, si è laureata all'Università degli Studi di Firenze in Filologia Moderna. Dal 2003 si occupa di formazione e attualmente è docente di Scrittura creativa e di Italiano presso la LABA di Firenze. Da sempre appassionata di letteratura e arte, ha collaborato e collabora con vari artisti ed è stata caporedattrice di i.OVO, rivista di arte e cultura contemporanea (Firenze, Nardini Editore). Suoi interventi appaiono su Qui-Libri – La rivista di chi legge (Milano, La Vita Felice Editrice), Espoarte (Savona), Rassegna della Letteratura Italiana (Le Lettere, Firenze), La casa dei doganieri (Firenze), Fronesis (Firenze) e il Bollettino ITALS dell'Università Ca' Foscari di Venezia. Ha vinto il XXX, XXXI e XXXIII Premio Letterario Nazionale "Il Portone" (Pisa) nella sezione racconto. Ha pubblicato i seguenti libri: Storie di Firenze (Odoya, 2019), Il club dei presunti astemi (Betti editrice, 2018),...
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