Nico 1988, l'amara vita della sacerdotessa di "tenebre" e eccessi. Dai Velvet a Morrison a Fellini

Margherita Calestrini

11/04/2018

Bob Dylan, Jim Morrison, Jimmy Page, Jim Hendrix, Andy Warhol, Jackson Browne, Iggy Pop, Lou Reed, Philippe Garrel, Federico Fellini e Alain Delon. Oltre ad essere stati tra i più grandi artisti, hanno tutti avuto qualcos’altro in comune. Nella loro vita hanno conosciuto Christa Päffgen in arte Nico, la “femme fatale” degli anni ’60. Cresciuta nella Germania nazista, nel corso degli anni ’50 inizia una carriera da modella a Berlino, per trasferirsi poi a Parigi e lavorare per Chanel, Vogue e Elle.

Nel ‘60 compare ne “La Dolce Vita”, il capolavoro onirico di Fellini e poco dopo ebbe una breve relazione con l’attore Alain Delon dal quale nacque il figlio “Ari”, mai riconosciuto dal padre. Trasferitasi a New York, inizia a frequentare la “Factory” di Warhol e fu proprio lui ad avere l’idea di una collaborazione con i Velvet Underground. Nel ’67 uscì il disco epocale “The Velvet Underground & Nico”, celebre in tutto il mondo per la copertina in cui compare la banana in stile “pop art”. Il progetto non durò a lungo per via del ruolo marginale di Nico all’interno del gruppo, che di lì a poco comincerà la propria carriera musicale. Il consiglio di avviare una strada da solista giunse dal “re lucertola”, Jim Morrison. La storia con il leader dei The Doors fu così importante tanto da realizzare una cover del brano “The End” che compare nel suo quarto album, uscito tre anni dopo la morte del cantante.

Ma, nella vita travagliata di Nico, colui che più di tutti segnò la sua vita fu il figlio, cui è dedicato il brano “Ari’s Song, che a quattro anni andò a vivere con la nonna paterna. Ossessionata dai sensi di colpa per non essere riuscita a crescerlo, la cantante, alla quale fu tolta la patria potestà per cattiva condotta, tentò di riprendere il figlio con sé. Ari trascorse molto tempo in un ospedale psichiatrico francese a seguito di vari tentativi di suicidio. All’indomani dell’ultimo tour, Nico riuscì a riavere il figlio e fu lui l’ultimo a vederla viva nel 1988 a Ibiza, dove morì dopo una caduta dalla bici.

“Non chiamatemi Nico, chiamatemi con il mio vero nome Christa” dice in un’intervista radiofonica a Manchester nel 1986. Ed è così che si apre il film, mostrandola stanca, cupa e consumata dalle droghe. La Nico degli anni sessanta, bionda e ammaliante, ha lasciato il posto a Christa, mora, sciupata e in sovrappeso. “Non voglio più essere bella. Quando ero bella ero infelice”. Certo, quella di abbandonare il ruolo di icona sexy non sembra essere una scelta. Appare più come una conseguenza ovvia dell’abuso di eroina. La faccia gonfia, i gesti lenti, lo sguardo vacuo, eppure ancora tanta voglia di portare in giro la sua musica. Assieme ad una band di basso livello e un pulmino scalcinato, il tour europeo di Nico/Christa parte da Manchester, città che le ricorda la Berlino decadente durante la guerra, passando per il litorale romano, Anzio e Nettuno, o in quell’Europa dell’est, Praga, Cracovia, Norimberga, ancora divise dal muro. Quel muro che cadrà un anno dopo ma che Nico non riuscirà a vedere.

“Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli, Premio Orizzonti alla Biennale di Venezia e quattro David di Donatello, è un emozionante road movie che racconta gli ultimi due anni della “sacerdotessa delle tenebre”, ribattezzata così per il sound tenebroso delle sue canzoni. La regista ha ricostruito nei minimi dettagli le vicende legate all’artista, realizzando un bellissimo lungometraggio pieno di aneddoti che dipingono perfettamente il suo animo fragile, logorato dai sensi di colpa e dalle droghe. Una musica, la sua, destinata ad essere ricordata per sempre grazie alla sua voce inconfondibile, profonda e malinconica e che fa di Nico una leggenda del rock e icona allo stesso tempo.
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Margherita Calestrini

laureanda in Scienze politiche, grande passione per il cinema e le arti in genere.
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