‘O Conte

Simona Bertocchi

19/03/2020

Napoli, 1656
Nessuno conosceva il suo vero nome, per tutti era ‘o Conte. Girava la leggenda che o’ Conte fosse un discendente di Ferdinando II d’Aragona, il Ferrandino. A Napoli le leggende erano lo specchio della verità e questo bastava per fare di lui uno dei personaggi più stimati in città. Era un uomo molto ricco e generoso, due qualità che non sempre si incontrano. Nella sua abitazione di Largo del Mercatello (l’attuale piazza Dante), dove dalla fine del secolo precedente si teneva uno dei mercati della città, ‘o Conte riceveva l’intellighenzia napoletana. Questo accadeva fino a poco tempo prima, da quando la peste muoveva la sua ombra di morte sulla città, anche il salotto intellettuale smise di accogliere gli amici. Un giorno, però, bussò alla porta del suo palazzo di tre piani Annarella, la figlia di Edmondo Cuomo, un mercante d’arte con cui ‘o Conte aveva concluso diversi affari e che alla fine era diventato un caro amico. Povero Edmondo, la peste se lo era portato via. Quel bocciolo di donna recitò al Conte un discorso con occhi bassi e voce ferma che sembrava preparato con cura, lo pregò di poter ricevere un riparo dalla peste che aveva ucciso i suoi genitori lasciandola orfana.
 
“Mio padre parlava di voi come di un fratello, ecco perché ho pensato di venire qui. Tutti dobbiamo salvarci da questo castigo di Dio”, disse Annarella rossa in viso. Si capiva che avrebbe voluto dire molto di più, che si tratteneva. Per metterla a suo agio, l’uomo le offrì un piccolo cesto di frutta succosa e dell’acqua fresca aromatizzata al limone, Annarella sorrise e dopo avere gustato il succo di un’arancia, si sfogò. La fanciulla liberò finalmente parole e gesti carichi di passione: “Tutta Napoli merita la salvezza e chi ha i mezzi e i denari per farlo deve soccorrere i suoi fratelli, solo i traditori meritano le peste”. 
“Siete coraggiosa a parlare della peste, donna Anna”.
‘O Conte ammirava il fervore che quella creatura metteva nelle parole, era affascinato dalla sua delicata audacia, ma soprattutto non riusciva a levare lo sguardo dal grazioso viso di porcellana dove spiccava una bocca rosso vermiglio.
 
“Non possiamo ignorarla”, si stupì allargando gli occhi castani dalle lunghe ciglia.
“Non lo sapete? Il dottor Giuseppe Bozzuto, che per primo ha dato l’allarme della peste, è stato imprigionato e messo a tacere per nascondere il fatto. Il nostro viceré ha negato il pericolo”.
“Lo so bene, Bozzuto è morto ieri in carcere senza che nessuno denunciasse il fatto e adesso...”, non riuscì a finire la frase per quel nodo in gola che le bloccò le parole.
“Adesso è troppo tardi”, il sorriso mesto del Conte si trasformò in una smorfia di rabbia, “spero non crediate anche voi a una punizione divina”.
“No, ma ce lo meriteremmo”.
“Non posso dare riparo al popolo nelle mie tenute, l’esodo nelle campagne ha peggiorato il propagarsi dell’epidemia e adesso non è più possibile lasciare Napoli senza l’autorizzazione del governo.  
Annarella, se volete potete stare qui insieme al nostro amico Antonio e al figlioletto Mariolino”.
La giovane si inginocchiò per ringraziarlo, ma il Conte le disse che non era necessario, lo disse con fermezza. Quel gesto anziché esaltare la sua persona, lo mise a disagio.
 
Antonio era un musicista, suonava il clavicembalo alla corte reale ed era scappato dal palazzo del viceré prima che la peste lo contaminasse. Vedovo da qualche anno, chiese riparo nel palazzo dell’amico portando con sé il figlioletto Mariolino e il suo clavicembalo.
“Vengo dal lazzaretto dell’ospedale di S. Gennaro. Ho consegnato i vostri denari in beneficenza per le spese dei medicinali e delle lenzuola. Parlano di voi come di un santo, signore, state alleviando la sofferenza a tanta gente”, disse Enzino, il servo strabico del conte. L’uomo teneva davanti alla bocca un fazzoletto imbevuto di aceto, immagini di orrore guizzavano ancora nei suoi occhi strabici.
“Ho visto una scena che non dimenticherò, signore”, Enzino parlava a fatica, “hanno trascinato per le strade una mendicante credendola untrice, l’hanno riempita di botte e poi bruciata viva”.
Seguì un lungo silenzio e Antonio con dita ossute e tremanti sfiorò i tasti del clavicembalo, prima lentamente, quasi accarezzando la musica e poi con energia, un’energia che cresceva sprigionando rabbia e malinconia, entrava e usciva dalla vita. Antonio era un uomo di poche parole e si esprimeva meglio solo con la musica. Annarella prese tra le braccia Mariolino come fosse il gesto più naturale. Il bambino, frastornato dalla strana reazione degli adulti, strinse con forza la lunga gonna della donna, ne stropicciò la stoffa con mani cicciottelle e capì che doveva difendersi da qualcosa di brutto senza sapere cosa.
 
La giovane donna e il padrone di casa si affacciarono alla finestra, la musica si liberò sulla piazza deserta, solo qualche individuo, coperto da uno spesso mantello e da un cappuccio, rasentava le mura a passo lesto per poi sparire dentro qualche vicolo, qua e là qualcuno aveva acceso dei falò per bruciare stoffe e oggetti e la vecchia che vendeva le sue focacce non aveva più clienti. Gli occhi azzurri del Conte e quelli castani di Annarella si posarono sulle stesse cose e trattennero muti uguali emozioni di paura e speranza seguendo le note malinconiche e romantiche del clavicembalo. Quella piazza mesi prima era un’esplosione di vita: le carrozze accompagnavano eleganti signore in abiti da gran dama, i loro consorti tenevano le loro mani guantate ed entravano altezzosi nei caffè alla moda per gustare il tè in tazze di porcellana e irresistibili dolcetti. Il teatro ogni fine settimana metteva in scena qualche spettacolo. I soldati del viceré camminavano quasi marciando, i bambini si rincorrevano ridendo, le finestre aperte dei palazzi mostravano soffitti in cassettone dorato e specchi con cornici decorate, qualche cantore intonava con voce vibrante struggenti melodie.
 
A nord della piazza le fosse del grano e a sud le cisterne dell’olio vedevano ogni giorno un grande movimento di uomini e carri che trasportavano la merce, era quello il luogo delle principali derrate alimentari. Dalle strade vicine giungeva il profumo del pane sfornato e il rumore degli arnesi dei fabbri al lavoro o degli ambulanti di spezie. C’era ancora la vita, anche negli angoli più poveri o nelle guerriglie tra bande, era vita anche quella, c’era un nemico che si poteva affrontare e forse sconfiggere ma la peste no, la peste portava a morte certa. Annarella chiuse le spesse tende di velluto per non vedere l’immagine di quella piazza che adesso tremava di stenti, deturpata e sventrata. D’un tratto la musica di Antonio si fece più allegra, sembrava un invito a danzare. Mariolino prima sorrise, poi scoppiò in una risata. La risata del bambino si unì alla musica, echeggiò nella stanza e fece dimenticare per brevi attimi la paura. Fuori da quelle mura la morte calava sul popolo senza distinguere i ricchi dai poveri, i soldati dai preti, i bambini dai vecchi, ogni giorno sempre più persone erano catturate dal suo mantello nero; prima o poi anche il dorato palazzo del Conte avrebbe dovuto aprirle le porte.
 
I giorni passarono in un’atmosfera senza tempo, tra i gesti lenti, la musica del clavicembalo di Antonio, i capricci di Mariolino, i libri presi dalla grande libreria del Conte e che Annarella leggeva ogni sera agli amici di quella mortale avventura. Mangiavano pane, formaggio, latte di capra e carne magra.  Bevevano vino speziato che ovattava i sensi, mentre l’acqua potabile era diventata un lusso e scarseggiava come pure la frutta. Ogni sette giorni giungeva il servo strabico, portava qualche forma di formaggio, erbe medicinali, aceto, aglio, limoni e piccoli barili d’acqua presi da qualche neviera, pagata come dei preziosi.
“Posso ritrarvi, donna Anna?”, chiese una mattina o’ Conte colto da un pensiero istintivo. Quella donna rappresentava per lui la grazia, la forza, la vita, così la vedeva, come la terra fertile, come il sole e la luna, come la speranza. Ecco perché voleva fermare quel momento di vita e di grazia.
“Siete anche pittore?”, si stupì per quella richiesta.
“Mi diletto a dipingere da quando ero un bambino, non sono un pittore, ma cercherò di non deludervi”.
“Non lo avete mai fatto”, rispose tendendogli la mano, il suo sorriso era più caldo e vivace delle mani bianche e fredde. Annarella si ricompose, pettinò i suoi boccoli, mise del rossetto rosso e sorridendo esclamò: “sono pronta”.
Nel silenzio che accompagnava quel momento quasi si percepiva il rumore dei loro pensieri, ogni pennellata penetrava nella vita stessa di Annarella, man mano che la figura prendeva forma o’ Conte ebbe l’impressione di potere modellare con i colori anche l’anima della giovane donna. La giornata fu totalmente in balìa della bellezza, dell’arte, del silenzio, tanto da dimenticarsi che fuori la peste gonfiava le sue forme.
 
Il giorno successivo il quadro era pronto e tutti i presenti poterono ammirarlo. Sulla tela Annarella appariva con un sorriso malinconico e gli occhi lucidi di speranza, sullo sfondo era dipinta la collina di Camaldoli sopra Napoli in un’esplosione di verde e di azzurro.
“Appena questo incubo sarà finito, vi porterò nella mia tenuta di Camaldoli”, disse l’uomo per infondere ottimismo.
Il dipinto sembrava eseguito da un professionista, o’ Conte era stato molto bravo e Annarella per la prima volta dopo tanto tempo sorrise alla vita. La fanciulla batteva le mani e ripeteva: “anch’io ho il mio ritratto come le nobildonne”.
“Vi nomino principessa di questo palazzo, la principessa Annarella”, nel dirlo, o’ Conte si lisciò i lucidi baffi neri e socchiuse appena i suoi occhi azzurri con fare teatrale.
 
Quello scoppio di allegria fu interrotto da un grido che giungeva dal piano di sotto dove dormivano il piccolo Mariolino e il suo papà. Lo sguardo di Annarella si colmò di terrore, o’ Conte si precipitò giù per le scale pensando al peggio e vide Antonio con la testa tra le mani che piangeva vicino all’amato figlioletto sofferente per la febbre alta. Annarella, con le lacrime agli occhi, tirò fuori dalla sua borsetta il suo rosario, ma anche erbe curative come la scorza del salice che serviva per fare abbassare la febbre, del cedro essiccato e pochi grani di mortella. O’ Conte intanto copriva con un mantello pulito e cosparso di aceto il piccolino, con voce tuonante prese a recitare le preghiere, anche Annina e Antonio lo seguirono e ripeterono con lui “Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus…”.
 
Il padrone del palazzo, deglutendo, prese in mano la situazione, si muoveva come non vedesse niente intorno, con gesti meccanici accese il fuoco del camino, consegnò a ognuno una coperta pulita e chiese di togliersi i vestiti che indossavano e di gettarli nel fuoco, poi entrò in una stanza del palazzo e ne uscì con abiti nuovi.
“Era di mia moglie, dovrebbe andarvi bene”, disse bianco in volto con una voce quasi sussurrata. Mai avrebbe creduto di riuscire a fare un gesto simile, mai avrebbe voluto vedere quel vestito indossato da un’altra donna.
“Che ne è di vostra moglie?”, chiese aspettandosi la risposta.
“Non è più con noi, ma la sua presenza non mi abbandona mai, la sento qui anche adesso”.
Annarella avrebbe voluto abbracciarlo, ma si trattenne.  Nel periodo più brutto della sua vita il destino le aveva fatto conoscere la persona più bella. ‘O Conte non era solo un gran signore, era soprattutto un uomo dall’animo caritatevole, generoso e gentile.
 
Il fuoco bruciava i vestiti e gli oggetti, nelle stanze erano state spruzzate essenze di rosa, di cedro, di aceto, ma tutto questo non bastava per allontanare il terribile morbo. Ad Annarella fu assegnata una stanza all’ultimo piano del palazzo, quella con il tabernacolo per potere areare l’ambiente. La febbre di Mariolino era costante, il medico chiamato tardava ad arrivare, ogni giorno morivano tanti dottori che si presentavano nei loro pesanti mantelli e con al volto una maschera dal lungo becco riempito con essenze dal profumo penetrante per smorzare l’odore del male e della putrefazione. La mattina successiva la febbre di Mariolino non si era abbassata. Antonio alternava i momenti di preghiera a quelli in cui suonava sperando di alleviare lo spirito del figlioletto che giaceva inerme e non apriva gli occhi se non per esprimere la sua sofferenza.
 
‘O Conte pensò di trasferire il letto del piccolo Mariolino nel salone principale, la stanza più illuminata, quella che apriva le finestre sulla piazza.  Quanto avrebbe voluto ascoltare ancora le voci levarsi dal mercato! Chiuse gli occhi sperando che, riaprendoli, si potesse materializzare quell’immagine. Non fu così.
“Conte, venite qui, venite a vedere”, la voce di Annarella era un grido di stupore.
“Cosa succede?”.
“Guardate il quadro, guardate il ritratto che mi avete fatto”.
In silenzio osservarono con occhi pieni di commozione e stupore la tela: sullo sfondo compariva l’immagine della Madonna che volgeva il suo sguardo di pietà e sorrideva piena di grazia. La figura della Santa Vergine era sfumata, affiorava appena tra i colori intensi e carichi.
“Non sono stato io a dipingere la Santa Vergine”, disse l’uomo con un filo di voce facendo il segno della croce.
Anche Antonio accorse e si inginocchiò davanti al quadro, poi pianse ogni sua lacrima.
 
Nei giorni che seguirono Mariolino lentamente guarì. Una mattina chiese qualcosa da mangiare, aveva fame e, mentre Annarella si precipitava a preparargli un’enorme scodella di latte di capra e tozzi di pane, Antonio andò al suo clavicembalo e suonò una musica che salutava la vita.
 
***
 
“Secondo te questo racconto ha un fondo di verità?”, chiese la nobildonna chiudendo la cartellina chiusa da uno spago contenente gli antichi scritti dell’avo di suo marito.
“Non credo, nel quadro che raffigura colei che poi divenne sua moglie non esiste l’immagine della Santa Vergine. Penso sia tutto frutto di fantasia, o’ Conte era un uomo di lettere, ha scritto molti libri e in un certo periodo della sua vita avrà voluto divertirsi scrivendo racconti. Io la vedo così”.
“Forse hai ragione, caro”.
“Conte de Blasio, la cena è servita”, disse il domestico con voce impostata.

Il racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus"
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Simona Bertocchi

Simona Bertocchi
Simona Bertocchi, nata a Torino, toscana di adozione, vive attualmente a Montignoso, provincia di Massa Carrara. Lavora nel settore del turismo da oltre vent'anni, ma l’altro mestiere è scrivere. Delle sue due terre ha preso l’elegante rigore sabaudo e la creatività istintiva toscana. Al momento ha 7 libri editi tra romanzi, raccolta di racconti e silloge di poesie, ma negli ultimi anni si è rivolta soprattutto ai romanzi storici. Pubblicazioni: “La fuga” (2006, Medimond); “Anima nuda” (2009, Giovane Holden Edizioni); “Lola Suárez” (2011, Giovane Holden Edizioni); “Viaggio scalza” (2013, Giovane Holden Edizioni); “I colori di Venere” (2014, Giovane Holden Edizioni); “Nel nome del figlio” (2105, Giovane Holden Edizioni); “L’ultima rosa di aprile. Simonetta Cattaneo Vespucci, la Venere di Botticelli” (2016, Giovane Holden Edizioni); “I Pasticci di Leonardo”...
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