Oh William. Una storia di memorie personali e silenzi da chiarire

Marialuisa Bianchi

21/06/2022

Nel nuovo romanzo di Elisabeth Strout “Oh William” (Einaudi edizioni), Lucy Burton, che abbiamo imparato a conoscere nei romanzi precedenti, parla del suo primo marito, William, l'irraggiungibile, infedele padre delle sue bambine. In un dialogo intimo con ciascuno di noi e con tutti i passati che non passano mai davvero, nell'impeccabile traduzione di Susanna Basso che riesce a rendere le sfumature della scrittura originale. Vorrei dire alcune cose sul mio primo marito, William, esordisce Lucy Barton oggi sessantaquattrenne riaprendo un lungo capitolo della sua vita, dietro cui si arrovellano lunghe giornate di riflessioni, in parte nuove, venute a galla alla morte del suo secondo marito David, il cui dolore gli ha riaperto anche la ferita della separazione dal primo. Il dolore è così - Oh fa sentire talmente soli: è questo che lo rende terribile, secondo me. È come scivolare giù per la facciata di un lunghissimo palazzo di vetro, mentre nessuno ti vede. Ma è di William che voglio parlare adesso.
 
È trascorso molto tempo, decenni da quando Lucy, in un letto di ospedale, aspettava la visita delle sue bambine accompagnate dal padre; decenni da che, con pochi vestiti in un sacco dell'immondizia, lasciava quel marito infedele e si inventava una nuova vita. Oggi Lucy è una scrittrice di successo internazionale, benché ancora si senta addosso il puzzo della miseria da cui proviene la famiglia d’origine, ha un bel rapporto con le figlie adulte e da un anno piange la morte del suo secondo marito, David, un violoncellista della New York Philharmonic Orchestra, nato povero come lei. William è sposato con la sua terza moglie, Estelle, molto più giovane, e si può definire uno scienziato in pensione, nonostante cerchi di rimanere nel campo della ricerca. Tanta cose sono accadute nel frattempo. Allora perché Lucy sente il bisogno di riflettere su quell'uomo alto e soffuso d'autorità, con una faccia sigillata in una simpatia impenetrabile e un cognome tedesco ereditato dal padre prigioniero di guerra nel Maine? Che storia americana la nostra - E William: “Perché? - e io ho detto: - Perché i nostri padri combattevano su fronti opposti durante la guerra e tua madre arrivava dalla miseria e io pure, e guardaci ora, stiamo a New York tutti e due, ce l’abbiamo fatta. E William ha detto senza guardarmi - Beh si chiama sogno americano. Pensa però a tutti i sogni americani mai avverati - Pensa a quel reduce con la macchina carica di ciarpame che abbiamo visto la prima mattina che siamo arrivati.
 
Nella vita si gira sempre intorno a qualcosa, un nodo che cerchiamo di sciogliere spesso invano, oppure per citare Lucy, È così che funziona la vita: non sappiamo un mucchio di cose finché non è troppo tardi. Lucy Burton, che in prima persona racconta, in questo bel romanzo - sicuramente non fra i migliori, ma sempre profondo e coinvolgente - la sua singolare storia d’amore e di rabbia con il secondo marito William, con cui rimane in amicizia anche dopo il divorzio e dopo la morte dell’amatissimo coniuge. Un bel libro, scritto in maniera originale, come sa fare lei, sempre sottotono e denso di contenuti, come lo è la vita. È il terzo capitolo di una storia già affrontata in altri due romanzi della Strout, ma le sintesi della vicenda forniti qua e là non richiedono la lettura degli altri due, anche perché spesso pur avendoli letti non ricordiamo i dettagli, che invece in questo romanzo sembrano essenziali. La vicenda si svolge ai nostri giorni, ma il periodo non è delineato, ci sono i cellulari di cui si fa comunque pochissimo uso, quasi del tutto assenti i riferimenti al presente, anche storici o di eventi cruciali. Del resto è una storia di memorie personali, di silenzi e richieste di chiarimenti: è una vicenda molto intima.
 
I protagonisti vivono a New York, ma il motore innescato dalla morte di David è un viaggio nel Maine, alla ricerca delle radici di William, molto on the road, nella migliore tradizione della narrativa americana, ma spesso on the road nel tempo, nel passato, lungo le strade poco frequentate del presente. La narrazione è in prima persona, però non dobbiamo pensare che Lucy ed Elisabeth coincidano, anche se ci sono elementi di verità contenuti nella vicenda. La protagonista, come accennavo, accompagnerà il primo marito, il padre delle figlie, alla ricerca e alla scoperta di aspetti sconosciuti della sua famiglia. Come spesso succede grazie ad internet, viene a sapere dell’esistenza di una sorella di cui non ha mai sentito parlare, dunque si mette in viaggio per capire e comprendere sua madre. Catherine, apparsa a tutti in una certa luce che adesso viene oscurata, rivelando aspetti anche inquietanti, per lo meno per il figlio e Lucy. Ecco un esempio di suspense letteraria, la capacità di tenere viva l’attenzione del lettore, capovolgendo le aspettative. Credo che il più grande pregio della squisita "normalità a grado zero", apparentemente sciatto (mi ha ricordato “Lessico familiare” di Natalia Ginzburg, sia pur con le dovute distanze) della scrittura della Strout sia l'eccezionale capacità di ingannare Lucy e ingannare nel delineare la personalità dei suoi personaggi. Questo viaggio, come tutti i viaggi importanti, sarà per lei anche una scoperta di aspetti sconosciuti o ignorati del sé. C’è molto da imparare per chi ama scrivere di sé. Però siamo tutti misteriose costellazioni di miti. Siamo tutti un mistero, ecco cosa voglio dire. Potrebbe essere l’unica cosa al mondo che so per certo.
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Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi, molisana d’origine, si è laureata in storia medievale a Firenze dove vive. Ha insegnato Italiano e Storia nelle scuole superiori.  Ha pubblicato il romanzo storico “Ekaterina, una schiava russa nella Firenze dei Medici nel 2021” e  “La promessa di Ekaterina” (edizioni End).  Ha esordito con un libro di racconti per adolescenti “Vie di Fuga” F. Angeli (con prefazione di Dacia Maraini), un testo teatrale...

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