Premio Strega, la storia di Gerda Taro, ragazza con la Leica

Luigi Oliveto

12/07/2018

Con i suoi 40 gradi di alcol, il liquore Strega è forse ritenuto poco femminile e poiché una sua bottiglia è pure trofeo dell’omonimo premio letterario, meglio evitare di farlo vincere a una donna. Questo verrebbe da pensare se andiamo a vedere quante scrittrici (solo 11) hanno conseguito l’ambitissimo premio in 71 anni dalla sua istituzione. L’undicesima è stata quest’anno Helena Janeczek, scrittrice tedesca naturalizzata italiana con il libro “La ragazza con la Leica” (Edizioni Guanda).

Più avvincente reportage che romanzo, il libro racconta la storia di Gerda Taro, fotografa tedesca di origini ebree polacche che il 26 luglio 1937 morì sotto un carro armato durante la Guerra civile spagnola. Quel giorno avrebbe compiuto 27 anni. Ragazza anticonformista, di grande vitalità e bellezza, prima fotogiornalista donna a essere morta in guerra, a istruirla sulle tecniche fotografiche era stato Robert Capa, il fotografo ungherese diventato celebre per i suoi reportage di guerra. Con lui era nata una intensa storia d’amore e di ideali condivisi nella Parigi degli anni Trenta. Erano partiti insieme per la guerra di Spagna e mai Robert avrebbe pensato che quella storia potesse finire in quel modo, con lui, distrutto dal dolore, in prima fila dietro il feretro di Gerda mentre un corteo di duecentomila persone con le bandiere rosse attraversa Parigi per accompagnare al cimitero l’eroica ragazza con la Leica.

“Così era finita Gerda Taro, per non aver voluto abbandonare il fronte quando non c’era più nessuna speranza, ed era rimasta ferita a morte come tanti altri, in una strada polverosa; lasciò nelle sue foto testimonianza dell’enorme delitto che era stata la guerra. Aveva dedicato la sua splendida vita a un degno compito, a una giusta causa persa”.

Il libro di Helena Janeczek, costruito su fonti documentarie e sulle biografie scritte da Irme Schaber, è in buona misura un romanzo storico, la ‘fotografia’ di un’epoca difficile e drammatica, dove, nonostante tutto, chi era giovane aveva speranze e lottava per conquistarle.

«Da quando hai visto quella foto, ti incanti a guardarli. Sembrano felici, molto felici, e sono giovani, come si addice agli eroi. Belli non potresti dirlo ma neanche negarlo, e comunque non appaiono eroici per nulla. Colpa della risata che chiude i loro occhi e mette a nudo i denti, un riso non fotogenico ma così schietto da renderli stupendi. Lui ha una dentatura da cavallo e la esibisce sino alle gengive. Lei no, ma il suo canino spicca sul vuoto del dente successivo, seppure con la grazia delle piccole imperfezioni attraenti. La luce si spalma sul bianco della camicia a righe, spiove sul collo della donna. La sua pelle limpida, la diagonale dei tendini scolpita dal profilo addossato allo schienale, persino la linea curva dei braccioli, amplificano l’energia gioiosa che si sprigiona da quella risata unisona.
Potrebbero trovarsi in una piazza ma, seduti in quelle poltroncine comode, danno piuttosto la sensazione di stare in un parco, dove lo sfondo si amalgama in una fitta cortina di foglie d’alberi. Ti chiedi, allora, se il riquadro che hanno tutto per sé possa essere stato il giardino di una villa della grande borghesia, fuggita oltre confine da quando Barcellona è in fermento rivoluzionario. Ora appartiene al popolo quel refrigerio sotto gli alberi: a loro due che si ridono addosso a occhi chiusi.
La rivoluzione è un giorno qualsiasi in cui si esce a fermare il golpe che vuole soffocarla, ma senza rinunciare a una tregua che fa festa. Portare il mono azul come un abitino estivo, infilare una cravatta sotto la salopette, per il desiderio di mostrarsi belli agli occhi dell’altro. Lì non serve il mastodontico fucile passato per le mani di chissà quanta infelice soldataglia, prima che lo ricevesse il miliziano anarchico che ora non può sfiorare il collo luminoso della sua donna.
A parte quell’intralcio, nell’attimo presente sono liberi da tutto. Hanno già vinto. Se vanno avanti a ridere così, se continuano a essere così felici, non sembra troppo urgente saper estrarre un colpo da quell’arma vetusta. Prevarrà chi è nel giusto. Adesso possono godersi il sole temperato dalle latifoglie, la compagnia della persona amata.
Ma i due miliziani della fotografia sono così rapiti dalla loro risata da non accorgersi di nulla. Chi li ritrae si sposta, scatta di nuovo, rischia di tradirsi per riprendere più da vicino quella coppia unita dal sorriso largo, molto intimo».

[da La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, Guanda, 2017]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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