Quando il “visto” fa posto al “previsto”. I ragazzi e l’esperienza

Francesco Ricci

05/12/2017

“But first, are you experienced? / Uh – have you ever been experienced – uh? / Well, I have”. Sono trascorsi cinquant’anni esatti da quando Jimi Hendrix, rivolgendosi a un “tu” indeterminato, gli domandava se avesse mai “sperimentato qualcosa di simile”. È probabile che qualche adolescente del terzo millennio continui ad ascoltare questa canzone, magari provi anche a suonarla, dopo avere imbracciato una Fender Stratocaster. Difficilmente, però, potrà afferrare in pieno il significato del verbo inglese “to experience”, al pari di quello dell’italiano “provare” o del tedesco “erleben”. I millennials, infatti, sono la generazione dell’inesperienza.

Infatti, il dominio pressoché assoluto dei mezzi di comunicazione e, in particolare, delle tecnologie digitali ha comportato una drastica riduzione dello spazio dell’esperienza sia per gli adulti (che, se non altro, a suo tempo l’hanno fatta) sia per i più giovani (che, non avendola fatta, neppure potranno ricordarla). Perennemente connessi, con Google Maps a portata di mano per gli spostamenti e Wikipedia per una prima essenziale ricerca relativa a qualunque argomento o materia, i nostri ragazzi raggiungono la meta sempre nel modo più veloce e diretto. Non si perdono, mai. Né in senso reale né in senso figurato. D’altronde, ci si può forse smarrire in ciò che si conosce o che, comunque, siamo in grado di tenere in ogni istante sotto controllo? Si può ancora essere assaliti dall’angoscia – o dall’ebbrezza – dinanzi a un ignoto che, in realtà, ignoto non lo è mai completamente, in quanto è scritto, registrato, fotografato, conservato da qualche parte all’interno dello smartphone e accessibile attraverso una o più app?

Prima di partire alla volta di un negozio o di un quartiere situato dall’altra parte della città o di una località dell’immediata campagna, gli adolescenti controllano il percorso su Internet, si fanno aiutare dal navigatore e, se devono servirsi di un mezzo pubblico, si premuniscono di vedere a quale fermata debbano scendere. Nessuna incertezza, nessuno spreco di tempo. Non occorre prendere uno stradario o una cartina e mettersi a studiare il tragitto assieme ai genitori. Neppure c’è bisogno di telefonare a un amico che in passato ci è già stato. Figurarsi, poi, se è necessario fermare uno sconosciuto lungo la strada e chiedere indicazioni a lui, che magari si sente solo e comincia a raccontare, con dovizia di particolari, la sua vita. Tutto ciò che serve a un giovane si trova all’interno del suo dispositivo mobile. E così il “visto” fa posto al “previsto”, la linea curva (dispersiva) alla linea retta (veloce), la domanda (rivolta ad una persona) alla richiesta (fatta attraverso una app).

Lo stesso accade quando i ragazzi devono svolgere un compito che gli è stato assegnato dai docenti e magari desiderano approfondire quanto riportato dal manuale in uso. Il materiale non viene ricercato, semplicemente è scaricato. I titoli dei testi presenti nella libreria paterna neppure vengono sbirciati, non si telefona a nonno o a zia per sapere se a casa abbiano qualcosa da prestarci sul tema che si deve affrontare, non ci si affaccia al bancone della Biblioteca comunale. Tutto ciò risulta faticoso, dispersivo, perfino frustrante, se qualcosa non va come ci si attende che vada. È la ricerca in sé, in sostanza, a venire rigettata dai millennials come esperienza generante ulteriori esperienze (incontri, imprevisti da affrontare, ostacoli da rimuovere). Perfino lo studiare assieme ad alcuni compagni di classe non va più di moda, almeno alla scuola media inferiore e superiore. Forse è anche per questo che un bellissimo libro, quale è “Dietro la porta” (1964) di Giorgio Bassani, appare ai giovani di oggi come la delicata e malinconica testimonianza di un’epoca definitivamente trascorsa, conclusa, sepolta, quando poteva ancora accadere che, a Ferrara, Luciano Pulga si recasse tutti i giorni a casa della voce narrante (“Arrivava ogni pomeriggio verso le quattro, e non se ne andava prima delle sette e mezzo, le otto”) o che Carlo Cattolica, “perfetto in tutto”, aprisse le porte della sua ampia dimora, in via Cittadella 16, a Boldini e Grassi.

Eppure, chi è stato adolescente negli anni Settanta e Ottanta, è cresciuto anche attraverso un’esperienza, apparentemente così banale, quale è il ritrovarsi al pomeriggio a fare i compiti con qualche amico. Varcare la soglia di un’abitazione sconosciuta, entrare in confidenza con persone adulte (i genitori o i nonni del compagno), fermarsi a cena e apprendere consuetudini differenti dalle proprie: anche da qui passava lo sviluppo emotivo del giovane, senza il quale la formazione della propria identità è destinata a rimanere incompleta. Infatti, l’imbarazzo inizialmente provato nel trovarsi faccia a faccia con degli adulti, che lo sollecitavano, con le loro domande, a esprimere i propri pensieri e a esibire i propri sentimenti, faceva spazio, col tempo, al piacere che scaturisce dall’essere coinvolto in un “legame forte”, un “legame caldo”, gli insegnava che chi elude l’ansia e il rischio di un incontro – reale, senza il filtro di uno schermo, senza la possibilità di meditare a lungo la risposta prima di affidarla a un sms sul cellulare –  elude la vita.
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Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

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