Quel che affidiamo al vento. La storia d’amore e di morte raccontata da Laura Imai Messina

Marialuisa Bianchi

11/05/2021

L’11 marzo 2021 ricorreva il decennale del disastro di Fukushima e per questo vorrei parlare di un libro molto prezioso, “Quel che affidiamo al vento” (Piemme) di Laura Imai Messina, che racconta una storia d’amore e di morte ambientata in un luogo sacro per i giapponesi: il telefono di Bell Gardia che mette in contatto i sopravvissuti e i loro cari, morti nel disastro nucleare e nello Tsunami. Quelli che in giapponese vengono chiamati izoku, i “rimasti” arrivano da zone lontane del Giappone e da altri paesi, come gli Stati Uniti e l’Europa e financo dall’Australia, per parlare con parenti scomparsi. Come dice il creatore e guardiano della cabina telefonica (un luogo reale) di Bell Gardia, questo è luogo in cui il pensiero diventa parola, perché bisogna mettere ordine nei sentimenti per parlare con un altro, quasi chiamare a raccolta le parole prima di usarle, come quando si vive in un paese straniero. Infatti la scrittrice ha sposato un giapponese e vive da molti anni lì, cercando di comprenderne la cultura e assimilarla. In Giappone parlare in pubblico con i defunti è fondamentale, come l’idea della morte, perché la loro religione prevede un rapporto con gli antenati molto stretto. È altresì affascinante poter entrare in un mondo così diverso dal nostro, con qualche strumento per capirne la mentalità, attraverso le storie dei personaggi. Per questo il romanzo di Imai Messina è un libro che arricchisce il lettore.
 
Nel romanzo i protagonisti fanno riferimento più allo Tsunami che al disastro atomico, mentre noi occidentali abbiamo puntato l’attenzione mediatica sul secondo elemento. Molte persone hanno perso la vita in un rifugio che doveva proteggerli dalle acque e invece si è trasformato in una trappola. I superstiti poi trascorrono lunghissime giornate distesi su un materasso in attesa di notizie dei parenti in un vuoto abissale che fatica a esprimersi attraverso urla e lamenti come avverrebbe nella nostra cultura. C’è nei personaggi una sorta di stoicismo ad accettare la tragedia, più che un senso di fatalità e impotenza. Due anime colpite dal lutto si incontrano davanti a quel telefono, direi fatale: sono un uomo e una donna che cominceranno poi a viaggiare insieme per raggiungere Bell Gardia. La donna vive completamente la sua tragedia e si reca alla collina telefonica, un posto bellissimo da cui si osserva l’oceano, proprio quel mare che ha distrutto la sua vita, ma non riesce a parlare. Si chiama Yui, ha trent'anni e una data, 11 marzo 2011, che strappa la sua vita. Quel giorno lo Tsunami spazzò via il paese in cui abitava, inghiottì la madre e la figlia, le tolse ogni felicità. Venuta per caso a conoscenza di quel luogo va a visitarlo e a Bell Gardia incontra Takeshi, un medico che vive a Tokyo e ha una bimba di quattro anni, muta dal giorno in cui è morta la madre. Lui ha perso la moglie e ha una figlia piccola; alza il telefono senza fili come fanno altri personaggi, senza lamenti, solo per parlare con chi non c’è più.
 
Questo romanzo ricorda con la sua scrittura posata che la vita sa sorprenderci sempre. È un romanzo che, nonostante la tragicità di quello che accade a Yui, riesce a comunicare la forza di guardare di nuovo al futuro. Yui è piegata dalla vita, dalla sofferenza eppure si apre a un modo diverso di essere felice senza tradire il suo dolore. Il tema della perdita e del senso di colpa dei sopravvissuti è forte in questo romanzo e dimostra quanto sia difficile cogliere la bellezza dopo la sofferenza. La paura di stare male di nuovo pietrifica, eppure ci sarà una voce che ricorderà che al dolore si sopravvivere e può diventare forza per qualcosa di buono e bello. Il messaggio si può riassumere nel fatto che i miracoli non si attendono alla finestra, i miracoli si creano. Se sei positivo ed empatico, attraversi il dolore dominandolo, recuperi un equilibrio, la vita ti viene incontro e ti regala ancora qualcosa: A volte piangeva, altre volte invece rideva, che la vita sa essere buffa anche quando capita una tragedia.
 
La scrittura è piana, scorrevole, malinconica, eppure dolce e piena di riflessioni, talvolta banali, a volte illuminanti, come che la gioia di vivere occorre possederla in abbondanza per poterla consegnare a un altro: La vita consumava, col tempo creava innumerevoli crepe, fragilità. Erano però proprio queste a decidere la storia di ogni persona, a far venir voglia di andare avanti per vedere cosa sarebbe successo poco più in là. E tuttavia, scrivendo questo libro, ho capito quanto importante fosse raccontare la speranza, come il compito della letteratura sia quello di suggerire nuovi modi di stare al mondo, di allacciare la dimensione di qua a quella di là. Il Telefono del Vento è principalmente una metafora che suggerisce quanto importante sia tenersi stretta la gioia quanto il dolore. E di fronte alle sofferenze che la vita impone, possiamo aprirci alle tante possibilità, come i bambini, perché da grandi si fa tutto complicato e trovare la felicità è difficile: Ieri sera leggevo a mio nipote la storia di Peter Pan, il ragazzino volante che perde la sua ombra e la bambina che gliela ricuce sotto la suola, ecco, credo che siamo così anche noi che andiamo su quella collina: cerchiamo di riavere indietro la nostra ombra.
 
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Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi

Marialuisa Bianchi, molisana d’origine, si è laureata in storia medievale a Firenze dove vive. Ha insegnato Italiano e Storia nelle scuole superiori.  Recentemente ha pubblicato il romanzo storico Ekaterina, una schiava russa nella Firenze dei Medici, edizioni End 2017. Ha esordito con un libro di racconti “Vie di Fuga. Storie di e per adolescenti”, Franco Angeli editore (con prefazione di Dacia Maraini) Milano, 2005 e nel 2009, un testo teatrale “Apparizioni....

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