Quel diavolo d'un Sindaco

Michele Taddei

29/10/2018

Sindaco, prete, medico. Un tempo era questo il triangolo di eminenti figure sufficiente da descrivere per rappresentare uno dei nostri mille e mille paesi sparsi per l’Italia. Certo, a volte poteva aggiungersi il veterinario, specie in tempi dove gli animali erano in numero perfino superiore agli umani e assicuravano lavoro e magri guadagni ai compaesani. Oggi che mucche, pecore se ne vedono, ahimè, poche anche di veterinari in giro ce ne sono meno. Rimane, allora, in piazza la sacra triade, ma siamo proprio sicuri? Di preti se ne fa sempre più a meno, in una società secolarizzata che non ha bisogno di sacre letture né di confessioni private che sono ormai diventate pubbliche e Social. Di medici non ne parliamo, dopo che è sufficiente un collegamento a Internet e una domanda a Wikipedia per farsi la diagnosi, stabilire la cura e chiedere casomai la ricetta al medico di famiglia. Dei tre, dunque, solo il primo cittadino sembra resistere ancora nella piazza del paese, con quella bella fascia tricolore indossata nei dì di festa. Ma gli attacchi contro sono continui nel tentativo di delegittimarne ruolo e funzione. Già, il Sindaco che nell'antichità greca e romana era il rappresentante processuale di una comunità. Il tutore cioè delle faccende di giustizia tra gli uomini nonché garante della stessa comunità.

La storia della letteratura ha un ricco elenco di Sindaci. A Marsiglia è nella casa del Sindaco che, sotto mentite spoglie, Edmond Dantes si presenta per scoprire il ruolo del procuratore Villefort nella sua disgraziata vicenda [Il conte di Montecristo, Alessandro Dumas]. Mentre il “miserabile” Jean Valjean, sebbene ricercato e con un passato da galeotto, riesce a diventare sindaco di Montreuil-sur-Mer, Pas de Calais, celando il proprio passato fino a diventare amato dai suoi concittadini [I miserabili, Victor Hugo]. Per rimanere in Italia il più famoso è senz’altro Peppone, sindaco comunista di un non precisato paesino in riva al Po, sempre in lotta con il parroco (appunto), ma pronto a venire a patti ogni volta che sia necessario per il bene del paese [Don Camillo e Peppone, Giovannino Guareschi]. Potrei andare avanti ma mi fermo. Anzi, se un Sindaco reale devo ricordare qui mi corre l’obbligo di citare Angelo Vassallo, primo cittadino di Pollica, ucciso nel 2010 perché non volle venire a patti con la malavita. Insomma, il primo cittadino non è uno qualunque. E lo è da sempre, ma non lo è per sempre. Può esserlo per un periodo e può farlo bene o male. I cittadini lo giudicheranno ogni giorno dell’anno e una volta ogni cinque anni metteranno su di lui la crocetta per proseguire o una bella croce sopra.

Il diritto di indossare quella fascia gliela danno i cittadini con il voto. Nessun altro. E lui (insieme agli assessori) a loro solamente deve rispondere. Colpisce pertanto la furia fusionista che da qualche anno imperversa in Italia (o meglio in alcune aree del Paese) con l’obiettivo di ridurre il numero dei Comuni, e pertanto dei Sindaci.
Sia ben inteso, qui non si difende questo o quell’altro, ma il ruolo e la funzione di una figura che se dovesse mancare finirebbe senz’altro per far sentire la sua assenza. A chi ci si rivolge, infatti, per qualunque problema se non a lui? Alla fine la sua è finita per diventare con il tempo una sorta di missione, una sorta di mister Wolf [ricordate Pulp Fiction di Quentin Tarantino?], sinonimo di uomo che prova a risolvere i problemi, senza sapere bene quali siano i limiti del suo operare. Se non esce l’acqua dai nostri rubinetti da chi si va? Dal Sindaco, anche se la gestione del servizio è ormai affidata ovunque ad aziende e consorzi sovracomunali e perfino interprovinciali. Se la spazzatura non viene raccolta con chi ci si lamenta? Col Sindaco anche se il servizio è gestito da aziende di enormi dimensioni. E se non arriva il segnali tv? E per la luce elettrica? E se c’è un litigio tra vicini? Sempre a lui ci rivolgiamo. Ma qualcuno da anni porta avanti una battaglia per allontanarlo dai piccoli centri, renderlo sempre più invisibile ai più. Come è accaduto in questi anni con ogni altro potere. Scegliere di eliminarlo perciò sarebbe come decidere di tagliare l’unico, forse l’ultimo, collegamento della rappresentanza di una comunità con il resto del mondo.

Ricordo che nel dicembre del 2016 gli italiani votarono No al referendum costituzionale che proponeva, tra le altre cose, l’abolizione delle Provincie. Anche in quella proposta di riforma, per fortuna bocciata, c’era il tentativo di ridurre lo spazio di democrazia di un ente che sarà pure stato inefficace ma di cui oggi si vedono i segni della assenza (pensate solo a strade provinciali e a allo stato delle scuole superiori..). Per questo, oggi, i cittadini delle singole comunità devono insistere a dire No per difendere il loro Comune, nella consapevolezza che ai referendum che apparentemente semplificano problemi complessi con una risposta banale [Si o No] devono essere contrapposte nuove occasioni di democrazia affinché le decisioni del Sindaco (e dei suoi assessori) siano frutto della partecipazione di tutti. Insomma, dobbiamo difendere i Sindaci perché così difendiamo anche il nostro pieno esercizio di cittadinanza attiva. E se è pur vero che in Europa si assiste ad un ridisegno istituzionale è anche vero che la questione territoriale italiana non può essere lasciata al caso ma va affrontata a livello nazionale come uno dei grandi temi da cui far ripartire il Paese. Basti un dato: il 70% dei Comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti e in essi risiede un sesto della popolazione. Ma quella popolazione (sempre più anziana peraltro) si trova a governare oltre la metà del territorio nazionale che, lo ricordo se qualcuno fosse distratto, è fatto da montagne, vallate, colline e aree disagiate. E qualcuno pensa di risolvere un problema così gigantesco con un referendum che abolisce il piccolo Comune?

C’è un bellissimo racconto [Il gatto e il diavolo, James Joyce]. Un piccolo paesino è diviso in due dal fiume Loira. Il Sindaco pur di costruire con sveltezza un ponte che colleghi le due parti arriva a fare un patto con il Diavolo in persona perché lo costruisca in una sola notte. Ma il Diavolo chiederà in cambio l'anima della prima persona che lo attraverserà. Non vi dirò certo come va a finire la favola ma quel sindaco sì che mi piace. Pur di fare un’opera utile al proprio paese scende a patti perfino con Belzebù. Così dobbiamo pretendere che siano i nostri Sindaci: coraggiosi e temerari in difesa della loro comunità. E vicini a noi. Da poterli trovare in piazza e, se il caso, tirargli la giacchetta. Abolirli sarebbe un danno e una beffa.

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Michele Taddei

Michele Taddei

giornalista, vive e lavora a Siena. Nel 1998 fonda agenziaimpress.it, studio associato che si occupa di uffici stampa per conto di enti pubblici e imprese private, e le testate giornalistiche agricultura.it e toscanalibri.it. È stato co-autore di tre edizioni (2001-2001-2002) della Guida all’andar lento (Gli Ori editore), premio internazionale Montalcino 2002. Ha pubblicato “Siamo onesti! Bettino Ricasoli. Il barone che volle l’unità d’Italia” (Mauro Pagliai editore, 2010), "Scandalosa...

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