Rachel Cusk si fa raccontare dagli altri

Luigi Oliveto

27/06/2019

La sinossi di “Transiti” della canadese Rachel Cusk (Einaudi, per la traduzione di Anna Nadotti) è presto fatta. Una scrittrice divorziata e con due figli si trasferisce a Londra. La sua vita è giustappunto in una fase di transizione, con tutti gli affanni concreti e psicologici che ne conseguono. Cerca casa, incontra persone che, ad eccezione di qualche ex fidanzato, sono per lei dei perfetti sconosciuti. Fine della storia, che, detta così, è davvero poco. Ma il sortilegio che tiene legati alla lettura del libro è tutto riposto nella scrittura, in quel flusso di coscienza dove i non-personaggi apparentemente sconnessi l’uno dall’altro che transitano (anch’essi transitano) dalla scena vanno comunque a rivelare qualcosa della protagonista, ovvero della stessa Cusk. Significativo, a questo proposito, è ciò che l’autrice fa dire a uno di loro, uno scrittore: “La scrittura è solo un modo di farsi giustizia da sé”. Ecco così un’autobiografia per interposta persona. Una modalità di scrittura che sottintende la convinzione di come non esista racconto letterario che non sia autobiografico. Rachel Cusk lo sperimenta con questo escamotage narrativo: fa raccontare se stessa dagli altri (“Stavo cominciando a vedere le mie paure e i miei desideri manifestarsi fuori di me, a vedere nella vita degli altri una cronaca della mia”). Questa tecnica era già stata adoperata in “Resoconto”, primo libro di una trilogia chiamata Outline che si concluderà con “Kudos” non ancora tradotto in Italia. Non c’è dunque trama, non ci sono personaggi, ma, nella diverse schegge di vita che attraversano le pagine della Cusk, troviamo temi che ricorrono: fatalismo, mutamento, verità, menzogna, libertà. Se un romanzo può definirsi, è più che altro un intrigante e riuscito romanzo psicologico.
 
***
 
Ho riconosciuto subito Gerard: pedalava nel traffico sotto il sole e mi è passato accanto senza vedermi. Aveva un’espressione esaltata che mi ha rammentato un lato drammatico del suo temperamento e una sera di quindici anni fa, quando, seduto nudo sul davanzale del nostro appartamento all’ultimo piano con le gambe ciondoloni nel buio, mi aveva detto che pensava che non lo amassi. L’unica differenza visibile erano i capelli, che aveva lasciato crescere in una stupefacente criniera di ricci neri.
L’ho rivisto qualche giorno dopo: era mattino presto e stavolta camminava accanto alla sua bicicletta tenendo per mano una bimbetta in uniforme scolastica. In passato avevo vissuto insieme a Gerard per parecchi mesi, nell’appartamento di cui era proprietario e dove, per quanto ne sapevo, viveva tuttora. Alla fine di quel periodo l’avevo lasciato, senza tante formalità o spiegazioni, per qualcun altro e me n’ero andata da Londra. In seguito, per alcuni anni, mi chiamava nella casa in campagna in cui vivevo, e la sua voce era così flebile e remota che sembrava chiamasse da un luogo di esilio. Poi un giorno avevo ricevuto una sua lunga lettera, parecchie pagine scritte a mano in cui sembrava spiegarmi perché aveva trovato il mio comportamento incomprensibile e moralmente scorretto. Era arrivata subito dopo la nascita del mio primogenito, e in quei giorni spossanti non ero riuscita a leggerla fino in fondo, ascrivendo la mancata risposta alla lista dei miei peccati.
Dopo esserci salutati, manifestando uno stupore che da parte mia era simulato dal momento che l’avevo già visto qualche giorno prima, Gerard mi ha presentato la ragazzina come sua figlia.
– Clara, – ha detto con voce ferma, trillante, quando le ho chiesto il suo nome.
Gerard mi ha chiesto che età avevano i miei figli adesso, come se la genitorialità potesse essere attenuata se vi ero implicata anch’io. Poi ha detto di aver visto una mia intervista da qualche parte, dovevano essere anni, a dire il vero, e la descrizione della mia casa nel Sussex lo aveva reso alquanto invidioso. I Downs meridionali erano una delle regioni del paese che preferiva. Era stupito, ha detto, di rivedermi in città.
– Una volta Clara e io siamo andati a camminarci, – ha detto. – Vero Clara?
– Sì, – ha detto lei.
– Ho spesso pensato che sarebbe stato il posto giusto in cui andare se avessimo lasciato Londra, – ha detto Gerard. – Diane mi lascia leggere gli annunci porno degli agenti immobiliari, purché mi limiti a quello.
– Diane è la mamma, – ha spiegato Clara compunta.
La strada in cui ci trovavamo era uno dei grandi viali alberati di belle case vittoriane che sembravano fungere da garanti della rispettabilità del quartiere. Ogni volta che ci passavo davanti, le siepi ben potate e le lucide, ampie finestre suscitavano in me ingiustificati sentimenti di insicurezza e di totale esclusione. L’appartamento che avevo condiviso con Gerard era nelle vicinanze, in una strada dove si potevano cogliere i primi labili abbassamenti di tono via via che si transitava verso i distretti fatiscenti e intasati di traffico più a est: le case, sebbene ancora belle, mostravano qualche imperfezione, le siepi erano un po’ più incolte. L’appartamento di allora era un vasto labirinto di stanze ai piani alti di una villa edoardiana, con scorci spettacolari che illustravano la discesa dal salubre allo squallido, una dicotomia che Gerard, all’epoca, sembrava padroneggiare o subire. Dietro si godeva della vista palladiana a ovest, prati ben tenuti, alberi frondosi e scorci discreti su altre belle case. Davanti c’era il deprimente panorama di desolazione urbana sul quale, dal momento che l’edificio sorgeva su un’altura, si aveva una vista oltremodo estesa. Una volta Gerard mi aveva indicato un fabbricato lungo e basso in lontananza dicendomi che era un carcere femminile: ne avevamo una visione così nitida che la sera, nel corridoio su cui si aprivano le celle, distinguevamo i puntini arancioni delle sigarette accese delle recluse.
I rumori dietro l’alto muro al nostro lato stavano aumentando. Gerard ha posato una mano sulla spalla di Clara e si è chinato per dirle qualcosa all’orecchio. Era evidente che la stava rimproverando, e io ho ripensato alla lettera con il catalogo delle mie manchevolezze. Era una bambina graziosa, minuscola, fragile, ma l’espressione da martire assunta dal suo viso da elfo mentre lui le parlava induceva a pensare che avesse ereditato qualcosa del temperamento melodrammatico del padre. Ne ascoltava la reprimenda con gli arguti occhi scuri fissi al fondo della strada. Ha risposto all’ultima domanda paterna con un cenno impercettibile del capo, gli ha girato le spalle e con grande dignità ha varcato il cancello insieme agli altri bambini.
Ho chiesto a Gerard quanti anni aveva.
– Otto, – ha detto. – Va per i nove.
Mi stupiva che Gerard avesse una figlia. All’epoca in cui lo frequentavo sembrava così lontano dall’aver risolto i problemi della propria infanzia che stentavo a credere che fosse diventato padre. Tale stranezza era accentuata dal fatto che sotto ogni altro punto di vista non era cambiato: la sua faccia olivastra, con lunghe ciglia e occhi un po’ infantili non era invecchiata; sulla gamba sinistra, i calzoni erano tenuti fermi con una molletta, come sempre; la custodia del violino assicurata alla schiena con una cinghia era sempre stata un tratto così caratteristico del suo aspetto che non ho neppure pensato di chiedergli perché ce l’avesse. Quando Clara è scomparsa alla vista, Gerard ha detto:
– Avevo sentito dire che saresti tornata a vivere qui. Non sapevo se crederci.
Mi ha chiesto se avevo comprato casa e dove abitavo e mi ha ascoltata scuotendo il capo con vigore.
– Io non ho nemmeno cambiato casa, – ha detto. – È buffo, – ha detto, – tu hai sempre cambiato tutto e io niente eppure siamo finiti entrambi nello stesso posto.
[…]
Ci siamo allontanati dalla scuola risalendo adagio la strada che portava alla stazione della metropolitana. Nella scelta del percorso c’era stato qualcosa di automatico: io non intendevo prendere la metro, e nemmeno Gerard, che era in bici, ma la problematicità del nostro incontro, dopo tanto tempo, sembrava aver prodotto il tacito accordo di restare su un terreno neutrale e muoverci attenendoci alla segnaletica stradale. Avevo dimenticato, gli ho detto, quanto poteva essere piacevole l’anonimato della vita in città. Qui la gente non si sentiva sempre in dovere di spiegare se stessa: la città era un’interfaccia decifrabile, una sorta di lessico del comportamento umano che svolgeva metà del compito di decodificazione del mistero di sé, così che si poteva comunicare in modo efficace con una sorta di stenografia. In campagna, dove avevo vissuto fino a poco tempo prima, ogni individuo costituiva l’unica e spesso illeggibile rappresentazione dei propri gesti e scopi. Si perdeva o si fraintendeva così tanto, ho detto, nel processo di autospiegazione; si facevano così tante supposizioni infondate; si sfilacciava il significato integrale di così tante parole.
– Quand’è che te ne sei andata da Londra? – ha chiesto Gerard. – Saranno… almeno quindici anni?
C’era qualcosa di artificioso nella sua vaghezza: dava l’impressione, presumibilmente al contrario di ciò che avrebbe voluto, di saperla lunga sui fatti che faceva mostra di non conoscere, e ho provato un’ignominiosa fitta di colpa per come l’avevo trattato. Mi sono di nuovo stupita di quanto poco fosse cambiato da allora, salvo che sembrava un po’ più in carne. A quell’epoca era un abbozzo, un contorno; io avrei voluto che fosse più di ciò che era, pur non sapendo da dove potesse venire l’extra. Ma il tempo gli aveva dato densità, come quando un artista riempie di colore la forma abbozzata. Si passava spesso le dita tra le chiome ribelli; sembrava in ottima salute e abbronzato, e indossava un’ampia camicia di flanella a quadretti rossi e blu, molto simile a quelle che gli piacevano da giovane, molto sbottonata per mostrare il collo scuro. I colori erano così sbiaditi dal tempo e dai lavaggi che mi sono chiesta se non fosse in effetti la stessa camicia che gli ricordavo addosso tanti anni prima. Era sempre stato parsimonioso al punto che qualunque spreco o eccesso gli procurava un sincero turbamento, inducendolo a giudicare gli altri pur senza volerlo; una volta però aveva ammesso che talora fantasticava di concedersi gli stessi gesti stravaganti e distruttivi che condannava.
 
[da Transiti di Rachel Cusk, trad. di Anna Nadotti, Einaudi, 2019]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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