Ricordi per recuperare vite spezzate. La pietà secondo Marina Berti

Serena Bedini

12/06/2018

Troppo spesso liquidiamo il problema delle carceri e della detenzione partendo dal presupposto che chi sconta una pena è semplicemente una persona colpevole e quindi è giusto che paghi. Preferiamo chiudere gli occhi di fronte a ben altre realtà che possono celarsi dietro un’esistenza “sbagliata” e non pensiamo che spesso i reali responsabili di una vita fatta di espedienti sono la società e la famiglia da cui i detenuti provengono.

Questo sembra volerci dire Marina Berti nella toccante vicenda La pietà dei ricordi per Jon (Betti Editrice). Jon, giovane carcerato di origini filippine, muore suicida. Al funerale sono le parole dello psicologo del carcere, Fausto Braschi, a suscitare mille domande nella mente di Mattia, fratellastro di Jon, figlio cioè della stessa madre: «Però Jon non era solo un carcerato. Era un essere umano. Uno che aveva molto sbagliato, e lo sapeva, ma anche uno che aveva nel cuore e nella mente un mondo intero. Con me e con i suoi compagni era un uomo corretto; a volte duro, ma il carcere indurisce. Chiedo la pietà dei vostri ricordi per lui. Con lui ho lavorato, ho cercato di strapparlo alla rabbia e al dolore: era migliore di come possiate pensare.» (p. 17).

Parte da qui, da queste parole cariche di pietà, l’indagine a ritroso nella vita del giovane filippino per ricostruirne i passi e comprendere cosa lo abbia condotto prima in carcere e poi a decidere di porre definitivamente fine alla sua vita con il gesto estremo dell’impiccagione: Mattia indurrà così la madre, la nonna e la sorellastra a parlargli di Jon e a raccontargli la sua vita, venendo a conoscenza di verità sconvolgenti, di un’infanzia difficile, di violenze subite e di un percorso esistenziale che non lascia possibilità di fuga. «Tema centrale del libro è la relazione tra lo psicologo penitenziario e il suo paziente, le domande legittime che lo psicologo si pone sul senso di responsabilità, di accoglienza e di cura che intervengono nel corso della terapia, su cosa potrà essere effettivamente utile al paziente e lo potrà aiutare a fare i conti con vissuti a volte veramente troppo dolorosi da rievocare e tollerare, su fino a che punto spingersi e quando invece fermare il fiume in piena del ricordo che talvolta può annientare e non solo curare» (Stefania Trinchero, Prefazione, pp. 8-9). Uno stile essenziale, sobrio, diretto per una narrazione obbiettiva dei fatti che dà luogo a un resoconto reso possibile attraverso l’analisi dei ricordi e, nonostante questo, non privo della crudezza del racconto realistico, quasi giornalistico dell’avvenuto. Un libro intenso che pone molte domande, ma soprattutto che fa crollare certezze in merito ai concetti assoluti di “giustizia” e “colpevolezza”.
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Serena Bedini

Serena Bedini
Nata a Firenze nel 1978, si è laureata all'Università degli Studi di Firenze in Filologia Moderna (2005). Dal 2003 si occupa di formazione per adulti e attualmente è docente di Scrittura creativa e di Italiano L2 presso la LABA di Firenze. Da sempre appassionata di letteratura ed arte, ha collaborato e collabora con vari artisti ed è stata caporedattrice di i.OVO, rivista di arte e cultura contemporanea (Firenze, Nardini Editore). Suoi interventi appaiono o sono apparsi rispettivamente su Qui-Libri – La rivista di chi legge (Milano, La Vita Felice Editrice, distribuito presso le librerie Feltrinelli), Espoarte (Savona), Rassegna della Letteratura Italiana (Le Lettere, Firenze), La casa dei doganieri (Firenze), Fronesis (Firenze) e il Bollettino ITALS dell'Università Ca' Foscari di Venezia. Ha vinto il XXX e il XXXI e XXXIII Premio Letterario Nazionale "Il Portone" (Pisa) nella sezione racconto. Ha pubblicato i seguenti libri:...
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