Se la vita è scegliere tra opacità e splendore

Luigi Oliveto

19/04/2018

Nel titolo del suo ultimo romanzo (“E tu splendi”), Giuseppe Catozzella cita il Pasolini delle “Lettere luterane” laddove leggiamo: "Non lasciarti tentare dai campioni dell'infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro … T'insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece". Così scriveva Pasolini a un immaginario ragazzino napoletano di nome Gennariello. Ed è questa la lezione pedagogica che Catozzella ripropone attraverso la vicenda di Pietro e Nina, due ragazzini lucani emigrati a Milano, rimasti da poco orfani di mamma, che in estate vengono mandati a trascorrere le vacanze dai nonni ad Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti” infrattati sulle montagne della Lucania. Pietro e Nina resteranno fortemente segnati da quella vacanza. Proprio Pietro, durante le sue scorribande per il paese, scoprirà che nell’antica torre normanna si nasconde una famiglia di stranieri. Il fatto sconvolge la piccola comunità. Scattano subito i meccanismi della paura, della difesa, del sentirsi violati. Nel raccontare l’irruenza e la complessità di questi sentimenti, Catozzella concede ben poco alla retorica. Il romanzo procede lasciando intuire che non ci sarà happy end, ma lascia intendere come le relazioni umane (soprattutto quelle che fanno incontrare e scontrare diversità) siano complesse, richiedano fatica, apertura mentale, disponibilità al cambiamento e persino al sogno. Grande lezione, dunque, per Pietro e Nina, una precoce esperienza di crescita, un importante passo verso la conquista di quello ‘splendore’ che anche a prezzo di prove e sofferenze fa la differenza tra il vivere e il lasciarsi vivere.
 
 
<< Quel giorno – avevo solo quattro anni – quella donnina incappucciata di nero mi aveva indicato. La notte avevo avuto gli incubi. La mattina dopo, al risveglio, avevo giurato che non volevo essere come i miei genitori, una persona non gradita che andava a togliere il lavoro e a occupare le case, i parchi, le strade e tutte le cose eccezionali: io sarei sempre stato una persona gradita, anzi graditissima, se si può dire. Ci voleva molto coraggio, ma io pregavo ogni notte il Signore che me lo facesse trovare, e poi che mia mamma e mio papà imparassero un accento più simile a quello del Nord, così non ci riconoscevano.
Poi, dopo che nostra madre – che si chiama Rosalba, ma tutti la chiamano Rosi – è andata avanti nella strada della vita per aspettarci in un posto ancora più bello dove tutti sono felici, e non abita più da noi, un po’ è cambiato tutto. Ha cominciato a parlarmi con la sua voce dentro la testa, e la sera prima di dormire a me e a Nina cantava la buonanotte, anche se era papà che muoveva la bocca. Dicevamo “ciao, papà”, Nina diceva “buonanotte, papà”, e io pensavo buonanotte, mamma, ma non lo dicevo a nessuno, solo a Nina. Una volta mi aveva confidato che anche lei prima lo faceva. Poi aveva smesso, e quando diceva “ciao, papà” intendeva proprio quello.
Adesso ho quasi dodici anni, ed è da quando sono nato che viviamo in via Gramsci, in un posto della periferia di Milano che chiamiamo Milanox (perché è un incrocio tra Milano e un luogo malfamato che si chiama Bronx) dove tutti sono stranieri e meridionali. Nel nostro palazzo – che ha dieci piani e tantissimi appartamenti – sono quasi tutti pugliesi e siciliani, misti a marocchini, indiani e qualche peruviano, però quelli che ci sono più di tutti sono i calabresi. La mia famiglia, invece, è lucana, di un paesino vicino a Matera, e infatti siamo una rarità.
[…]
Io non l’avevo capito che eravamo orfani, un giorno la maestra l’ha detto davanti a tutta la classe, e ci sono rimasto malissimo. Non per la cosa in sé, ma per la parola, che non me l’aspettavo proprio che era per me. Mi sono pure messo a frignare un po’, e tutti pensavano che era perché ero un orfano, ma come sempre non avevano capito niente. Allora ho smesso, e facevo di no con la testa, ma continuavano a non capire, e allora tanto valeva. Perché io credevo che era una parola per quelli che avevano perso tutti e due i genitori e si erano liberati una volta per tutte, e invece va bene anche per chi come noi ha una mamma che ha deciso di aspettarci più avanti, per sistemare e farci trovare tutto pronto e pulito. E poi io ho pure Nina, che adesso è a carico mio. Per questo ho piagnucolato, quella era una parola per bambini sfortunati e non per noi, perché io e Nina avevamo tutto. Così, io in quinta elementare e Nina in terza, ci siamo ritrovati orfani, che vuol dire che tua mamma invece di abitare fuori inizia ad abitarti dentro.
[…]
In ogni caso, per colpa di mamma l’estate che è appena passata, che doveva essere la prima in cui andavo in vacanza tre settimane con i miei amici in un campo estivo, tutto è andato a rotoli. Però non è stato un male. Al punto che adesso questa estate ve la racconto per filo e per segno, perché è successa una cosa che mai avrei immaginato e che mi ha cambiato la vita, e quando le cose cambiano per uno, magari poi possono cambiare per tutti.
Insomma, una sera di inizio giugno papà ci ha legato al polso un braccialetto ridicolo con il nome della destinazione – la casa dei genitori di mamma – e ci ha spedito in quel paesino sperduto tra le colline della Basilicata, quello da cui lui e nostra madre tanti anni prima erano scappati.
Ci ha piazzati dentro un pullman diretto alla stazione di Matera e, senza neanche voltarsi indietro, se n’è tornato a casa.>>
 
[da E tu splendi di Giuseppe Catozzella, Feltrinelli, 2018]

 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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