Siena, il Palio raccontato da Carlo Cassola. Tradizione che non invecchia

Roberto Barzanti

16/08/2017

Il suo primo Palio Carlo Cassola lo vide martedì 2 luglio 1946, da inviato speciale dell’organo del Comitato  Toscano di Liberazione Nazionale, La Nazione del Popolo. Il fitto calendario delle celebrazioni organizzate nel centenario della nascita dello scrittore non includerà di certo l’incursione a Siena: un ragione in più per tratteggiarla, rileggendo i due brevi articoli che Cassola le dedicò quando non era un nome famoso per il vasto pubblico. Solo nel ’47 sarebbe uscito il suo racconto d’esordio, "Le amiche", avvio di un’opera profondamente legata agli umori e all’etica della Toscana. Se c’è una parola che riassume l’ambizione costante della scrittura di Cassola, grossetano nato a Roma, è «semplicità» ed è proprio la voglia di descrivere senza enfasi, sottovoce quasi, il movimento dei fatti e i moti del cuore, a far di Cassola anche un giornalista attento a evitare luoghi comuni e a restituire ogni minimo dettaglio con nitida esattezza.

Era partito per il servizio non celando il fastidio per un lessico arcaizzante, che non prometteva nulla di schietto. Come avrebbero acquistato corpo e autenticità le «potesterie», i «mazzieri di palazzo», i «palafrenieri», i «soprallassi»? Il ventinovenne da tempo alle prese con la carta stampata non nasconde un certo fastidio. La parola deve aderire alla cosa e, se chi legge non riesce a istituire un rapporto credibile tra parole e cose, il pezzo rischia di involversi in un arzigogolato elzeviro. Questo benedetto Palio non sarà, si chiede, «una carnevalata di pessimo gusto»? L’attacco dell’articolo introduttivo è esplicito: «Non eravamo mai venuti a Siena – confessa Cassola – per il Palio prima di oggi e, francamente, il Palio di Siena non aveva sopra di noi un grande potere di attrazione. Verso spettacoli di questo genere, dove l’elemento dialettale si mescola con riesumazioni storiche di cartapesta, come nelle commedie di Sem Benelli, ci siamo mantenuti sempre in una posizione di testarda diffidenza». Da notare il curioso plurale, non maiestatis, e il richiamo all’approssimativo medioevo teatrale che si rinverrà anche in un passo di Carlo Emilio Gadda.

Ma, appena entrato in città, il registro cambia e non perché Cassola s’affatichi a trascrivere nomi di cavalli e di fantini, strategie furbesche e sussurrati retroscena, ma perché è colpito dai giovani che indossavano con incantevole disinvoltura i costumi di un tempo lontano, ora di nuovo pulsante e frenetico: «Nelle loro facce e nel loro modo di incedere non era possibile scorgere traccia alcuna d’imbarazzo o di disagio, come accade invece a chi vada in giro mascherato e senta tutta la precarietà e l’inutilità della mascheratura». La chiave di volta che rivela il fascino di un mondo fino allora solo immaginato è pittorica. È la singolare immedesimazione tra echi del passato e spontaneità dell’oggi che dissolve ogni sentore di ostentata artificiosità. Il Palio «vive di vita propria», ed ecco la conversione di chi ne percepisce la grazia antica e l’innata eleganza. Cassola si sbilancia in una sentenza che forse avrebbe in qualche punto rivisto: «Questo – annota – a differenza del Palio di Ferrara, a differenza della Giostra del Saracino di Arezzo, del Calcio in costume di Firenze e di altre manifestazioni resuscitate e tenute in vita dal cattivo gusto di un regime e da velleità di speculazione turistica». La condanna del revival di folclore sostenuto dal fascismo per farne strumento di facile consenso non potrebbe essere più dura, così come il biasimo per trovate acchiappaturisti.

Nel resoconto della carriera, disputata quando si faceva buio, alle 21 addirittura, Cassola non cede a toni esclamativi e anzi, a giudicare dal tumultuoso svolgimento che le cronache tramandano, la spoglia di qualsiasi drammatizzante esclamativo. E sì che il mossiere Lorenzo Pini la combinò grossa. A suo dire invalidò la prima partenza esponendo per sbaglio la bandierina verde che segnala l’annullamento, ma non  intenzionalmente. Quelli dell’Oca, favoritissimi con il mitico cavallo Folco e l’esperto fantino Amaranto Urbani detto Boccaccia (foto), si sentirono già la vittoria in tasca quando videro sfrecciar primo il loro barbero. L’annullamento dette luogo a vigorose proteste. Tutti le dieci contendenti furono richiamate nell’Entrone e si adottò un secondo ordine di allineamento tra i canapi. Roba oggi impensabile! Questa volta il Valdimontone, che aveva avuto dalla Torre il formidabile Ganascia (foto), e poteva contare sull’energia di Piero (foto), un cavallino che aveva esordito l’anno prima, riuscì a tenere la testa. Il povero Amaranto incassò una scarica di nerbate: fu un eroe della sfortuna e dei 24 palî giostrati non ne vinse neppure uno. Le furiose proteste furono contenute a stento: gli ocaioli tentarono di lacerare il bel drappellone di Bruno Marzi, su cui campeggiavano una serena dama in bianco e la scritta «Libertas», inno alla neonata Repubblica (foto). Uno svelto impiegato comunale mise in salvo il serico stendardo, che il giorno dopo fu consegnato alla Contrada vittoriosa.

Carlo Cassola descrive il parapiglia con asciutta precisione, ma a convincerlo della genuina continuità della festa è l’impeto di chi l’animava. Un quadro che è una tranche de vie, non un’imbellettata rievocazione: «Finché  ci saranno degli uomini che indosseranno i vecchi costumi medioevali senza vergognarsi, ma anzi, con fierezza e con gioia, non ci sarà – conclude l’inviato – il pericolo che la secolare tradizione del Palio invecchi».

Pubblicato su Il Corriere Fiorentino del 15 agosto 2017 (per gentile concessione dell'Autore)
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