Un po’ di coraggio

Silvia Roncucci

10/03/2020

«Quindi quante bottiglie producete all’anno?».
Camminava rasente all’aiuola, accarezzando le foglie superficiali con i polpastrelli della mano destra, senza prestare attenzione alle espressioni che faceva lui mentre le rispondeva.
«Circa quarantamila. Tutte di vino biologico. Ormai senza biologico non si va da nessuna parte».
«E da quanto di preciso produce vino?».
«Io da venticinque anni, ma l’azienda da molto di più! Le viti che vede laggiù le ho piantate io dodici anni fa, le altre oltre la collina ancor prima… con mio padre».
Da alcuni documenti risultava che già agli inizi del Cinquecento la sua famiglia, una delle più antiche della zona, esportava vini nei Paesi Bassi. Mentre glielo raccontava indicò il piano superiore della casa davanti a loro, quello che una volta chiamavano la “piccionaia”, lo spazio per gli uccelli trasformato in archivio di famiglia. Da quando suo padre era morto erano stati lui, i suoi tre fratelli e le loro mogli a mandare avanti l’azienda. Sottolineò loro, perché lui di mogli non ne aveva.

«C’è di peggio», le disse poi con un sorriso delicato, come per consolarla vedendo che la donna, con la coda dell’occhio, continuava ad osservare la menomazione a cui lui ormai non dava più peso.
«Che cosa?».
Era inutile distogliere lo sguardo fingendo di non averlo notato. Nel momento in cui lui le aveva stretto la mano all’ingresso della villa, dicendole che era strano non essersi mai incontrati visto che lei scriveva per la rivista enologica più importante del paese e che vivevano nella stessa città. Mentre le elencava i nomi delle statue in terracotta collocate sopra il muro che chiudeva l’orto e che le erano tanto piaciute. Quando le aveva fatto cenno di seguirlo per chiudere la porta della cantina da cui uscivano gli odori della vinificazione, aggiungendo che la vendemmia era terminata il giorno prima, che era talmente stanco da essere tentato di addormentarsi lì ogni sera e che prima o poi l’avrebbe fatto di cadere nel sonno abbracciato a qualche barrique.
«Proprio ieri leggevo che ognuno di noi ha una ferita più o meno grande».
Continuava a parlare per distrarla da se stessa, mentre lei non riusciva a sostenerne lo sguardo e dirigeva il suo verso l’archivio e poi di nuovo verso la siepe, tormentandosi una ciocca di capelli e alzandosi il bavero del cappotto per tenere lontano il collo tenero dalla morsa del vento di ottobre che non perdona.
«Sì, insomma… è una di quelle frasi che si leggono nelle riviste che piacciono a mia madre», continuò indicando di nuovo la vecchia piccionaia e dando a intenderle che la signora doveva trovarsi da qualche parte là vicino, «ha la sua età, ma ancora riesce a leggere. Quello che le piace, si capisce. Visto che negli ultimi vent’anni ha sempre mandato me a comprarle, a volte mi cade l’occhio su qualche a frase. Questa ad esempio mi sembra giusta».
Lei alzò un sopracciglio scettico mentre se lo immaginava chiedere una copia di Confessioni al giornalaio.

«Senza fare troppo i poeti diciamo che, se fossi rimasto infermo, o cieco per esempio, sarebbe stato molto peggio. Un uomo in carrozzina non può lavorare nei campi. E un cieco… figuriamoci. Poi non posso incolpare nessuno, perché le dita me le sono spappolate da solo con la falciatrice. Comunque ci si fa il callo».
Accennò con la testa al vuoto che aveva, ridendo come uno che si era dimenticato di aver avuto nella mano destra tre dita in più che di calli ne avevano davvero un tempo. Gaia annuì senza dire niente, anche se avrebbe voluto chiedergli come riusciva a proferire quella parola, “spappolato”, con la divertita indifferenza con cui l’aveva usata, come se non fosse successo a lui, come se avesse descritto la scena di un film di azione visto tempo prima in tv che gli era pure piaciuta. Eppure nessuno poteva toglierle dalla testa che quelle mani enormi, scurite dal lavoro, con delle macchie nere annidate tra le pieghe della pelle che neanche un giorno intero a bagno in acqua e limone avrebbe schiarito, nascondessero una delicatezza che si vergognava di se stessa. Che se non aveva una moglie c’era un motivo, una qualche mancanza che non aveva niente a che vedere con l’assenza di tre dita. O all’opposto aveva qualcosa in eccesso, forse. Qualcosa che andava lontano, forse fin dentro alla soffitta di casa. Poi fu attratta dall’altro giardino, quello sul lato opposto all’orto.
«È un giardino all’inglese».

Le fece segno di sbirciare pure oltre il cancello, vedendo che aveva voglia di avvicinarsi, ma che il suo corpo affilato ed elegante era troppo ben educato per farlo sfacciatamente.
«O almeno dovrebbe esserlo. Ma l’effetto di disordine andrebbe curato e invece… è solo un gran casino! Con le viti ci so fare, con i fiori un po’ di meno».
«Come con la barba», si azzardò a dire lei per convincerlo di aver lasciato un po’ da parte l’imbarazzo.
Al di là del cancello le erbacce infatti avevano preso il sopravvento su tutto il resto: i fiori piantati a caso e cresciuti in maniera ancora più disordinata, gli alberelli bassi che si stavano trasformando in siepi informi davanti ai grandi lecci sul fondo. Come i peli di Dario avevano fatto sul suo viso, tanto da farlo sembrare più vecchio di un decennio.
«Io invece con i fiori sono brava. Ci metto una vita a decidermi a prendere una pianta, ma quando lo faccio la curo in maniera maniacale. Neanche fosse un figlio».
Gaia ebbe appena il tempo di rendersi conto di aver svelato un dettaglio fin troppo privato, quando lui le chiese qualcosa che lo era ancora di più. Senza starci troppo a pensare, forse solo con la piccola malizia di fondo di chi vuole porre le basi per un contatto.

«E lei, invece, come si è fatta la sua di ferita?». La guardava fantasticando di seguire il suo profilo, sottile come le silhouette a cui le bambine di una volta applicavano dei vestiti di carta, con le dita che immaginava di avere ancora.Mentre lui si scusava, aggiungendo che era solo un uomo di campagna, che non aveva spesso occasione di incontrare gente, che la sua lingua a volte prendeva delle strade che voleva solo lei, Gaia ebbe l’impressione di  essere completamente svestita. Quell’uomo, con l’esperienza che aveva di animali, piante e cicli stagionali, influenze astrali sugli esseri viventi, poteva avere intuito anche qualcosa su di lei. Sulla timidezza che la torturava da quando aveva ricordo di esistere e che stava momentaneamente depositando fuori dal cancello di quel luogo lontano dalla città, ma con la città sullo sfondo, a protezione e controllo delle loro mancanze. Sulla sua autostima che barcollava sotto un giardino dall’apparente armonia geometrica. Forse lui si era accorto che sudava, mentre dentro bruciava, perché suo padre le aveva insegnato a suon di botte che quelli della sua famiglia le emozioni non dovevano tradirle, perché era roba da gentaglia. Che le sue, di dita, avevano subito più di una bastonata e che, anche se stavano ancora tutte lì, attaccate l’una accanto all’alta, longilinee e con le unghie laccate senza la minima sbavatura, a volte le pareva che non le appartenessero. Che se le fosse prese, con una botta dopo l’altra, chi avrebbe dovuto proteggere la sua infanzia.

«Io?», gli rispose mentre ritornavano verso l’ingresso, visto che si stava facendo buio.
Ma i cani di Dario arrivarono di filata, saltandogli addosso come dei bambini che assaliscono la mamma che non vedono da ore, e non riuscì a dirgli quel che, probabilmente, non gli avrebbe detto comunque.
Ormai però lo spazio che li divideva aveva cominciato ad accorciarsi e Dario aveva tutto il desiderio di prendere il largo con lei, pur sapendo come funzionavano viaggi del genere.  Inizio, svolgimento, fine. Nascita, crescita, morte. In tutte le cose esistenti, relazioni incluse. Si chiese se bastasse il desiderio, per riuscire a tirare con delicatezza cauta ed energica la corda della nave su cui lei navigava parallela a lui, per darle il coraggio di saltare sulla sua. Si chiese se bastasse un po’ di ottimismo, per spingere i venti a soffiare nella giusta direzione e a fermarsi un po’ prima che il ciclo si concludesse.

«Avrei davvero bisogno di un po’ di aiuto con quel giardino. Farebbe felice anche mia madre. Mi accusa sempre di non dedicarmi abbastanza alle piante se non sono commestibili!», le disse ridendo, sciolti gli ultimi dubbi. «In cambio le offro delle bottiglie di vino. Scelga lei quale. Rosso o rosato. Abbiamo anche un po’ di Moscadello, non lo vendiamo però: è solo per gli amici speciali. Allora, che mi dice?», continuò mentre Gaia tentennava sul cancello del giardino che Dario teneva aperto con la sua mano mancante. Lo fissò per un istante negli occhi, si volse insieme a lui verso la piccionaia, come se si fossero messi d’accordo di farlo, e di nuovo guardò lui, infrangendo gli ultimi timori nel suo vasto sorriso.

Il racconto rientra nell'iniziativa di Toscanalibri.it "Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus"
 
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Silvia Roncucci

Silvia Roncucci

Silvia Roncucci, nata nelle Crete Senesi, classe 1979, è autrice di articoli storico-artistici, racconti, scritti umoristici, romanzi, guide per ragazzi - quest’ultime nate dalla sua formazione come storica dell’arte e dalla decennale esperienza come guida turistica a Siena e provincia. Nel 2011 si è occupata di libri anche a Radio Siena, con il programma Libri e dintorni, e nel 2012 ha curato un laboratorio di scrittura per ragazzi italiani di seconda generazione. Il suo ultimo lavoro è “L’anno della morte di Kurt” (La Ruota edizioni, 2018) un romanzo generazionale ambientato tra gli anni novanta e la contemporaneità. È tra i fondatori del Gruppo Scrittori Senesi.
 

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