Una notte al Dancing Paradiso con Stefano Benni

Luigi Oliveto

09/05/2019

Era il 1976 quando Stefano Benni ci trascinò nell’esilarante commedia del suo Bar Sport, con tutto il repertorio di personaggi che vi stazionavano e le attrattive che racchiudeva (l’esperto di calcio e di tutto un po’, il ragioniere innamorato della cassiera, il playboy, il nonno da bar, flipper, telefono a gettoni, biliardo, biliardino) e l’intoccabile Luisona, la brioche che da anni stava esposta nella vetrinetta delle paste. Un universo di provincia, uno spaccato d’umanità, una galleria di persone spassose, o forse malinconiche, diciamo diversamente allegre. D’altra parte i Bar Sport sono un’interpretazione dell’esistenza, trattato sociologico, replica infinita del nulla, balsamo ed esorcismo contro il ‘non venga di peggio’. A distanza di quarantatré anni, Benni ci conduce ora al Dancing Paradiso, locale notturno di una crudele metropoli, dove "non bisogna essere buoni per entrare / prendono anche le carogne / e qualche volta le fanno cambiare". Al Dancing Paradiso si ride molto meno che al Bar Sport, e anche quando lo si fa è cupa ironia. Là si ritrova soprattutto un’umanità avvolta di mestizia, incarnata in cinque personaggi ("creature della notte / senza un rifugio nel mondo / mannari senza luna") che un angelo custode – Angelo angelica, solitario/a anche lui/lei tra tante solitudini – cerca di far incontrare, tentando di ricavare da quegli ‘assoli’ una polifonia. Ecco allora Stan, il pianista triste, che prepara un ultimo concerto per Bill, l'amico batterista morente in ospedale; Amina, giovane profuga che ha perso la madre passando il confine; Elvis, un hacker ciccione, forse mitomane, forse assassino, sempre chiuso in casa; e poi la poetessa Lady, raffinata e beona, perseguitata dall’idea del suicidio. Questo prova a fare l'angelo caduto in mezzo agli uomini, e perciò sporco di terra, pure lui un po’ straccione. E questo riesce a fare molto bene Stefano Benni, ma questa volta non in prosa. Dancing Paradiso è infatti un poemetto in versi asciutti e spigolosi, crudi e toccanti, sinceri e compassionevoli, sospesi tra l’aldilà e l’aldiqua. Poiché – avverte l’autore citando lo psicoanalista e filosofo James Hillman – “Perché chiedere grandi visioni di redentori e di crolli di civiltà; perché credere che la profezia arrivi con una lunga barba e una voce tonante? Questo è facile, sono dichiarazioni troppo rumorose e chiare. Il profeta è anche una visione interiore [...], sicché la profezia può risuonare non più forte di una intuizione di paura o di un flusso di desiderio.”
 
***

Angelo angelica
Certi angeli non sanno raccontar storie
Sempre uguale è il loro paradiso
Non li sorprende allegria o paura
Senza parole e alfabeto, prigionieri
Di un pensiero senza dubbio e dismisura
Ma ci sono angeli che scelsero gli uomini
Né ribelli né santi, in tutto a voi simili
Nell’imperfetta passione e nella speranza
Tormento e sofferenza ebbero in dono
Non han rimpianto di quel cielo lontano
Io sono uno di loro: da tanto
Questi versi invisibili volavano
Di voce in voce, di canto in canto
Poi questa musica diventò scrittura
Strappammo una penna, ci ispirò la Musa
E l’amore per i libri, agli angeli uguali
Il vento delle pagine è un battito d’ali
La canzone cominciò con un grido
Nella paura sentii invocato il mio nome
Su un letto d’ospedale, in una prigione
Su una barca in viaggio da un odio all’altro
Gridavano: vieni vicino, toccaci
Una parola, un sorriso nella notte che ci strazia
Angelo angelica, desiderata grazia
Come potevo dire che ero più solo di tutti
Tremando anche io di febbre, perduto
Senza una mano da stringere precipitando
Con le ali sporche strisciando nel fango
Eppure mi fu caro quel pianeta sconosciuto
Angelo angelica, dal cielo caduto
A bocca riarsa trovai la forza di cantare:
Troverai chi hai perso, non sarai più solo
In fondo al cammino troverai un abbraccio
La tua gioia di scampato è una campana a festa
Che mi accompagna dentro pioggia e tempesta
Angelo demersale, che in cielo non volli abitare
Nel deserto fui acqua, riparo nel gelo
In mare addormentai, cullai, portai sul fondo
Non solo nei quadri io discesi nel mondo
Angele dei qui custos es mei
È un lavoro infernale occuparmi di voi
Ma giuro che sarò al vostro fianco
Bill che sta morendo e vuole un amico accanto
E ascolterò la vostra ultima parola
Lady che vuole uccidersi, Elvis che sogna crimini
E Amina che non vuole più restare sola
Aspettami esitante, maledici il destino
Non è mai inutile il tuo richiamo
Un angelo che arrivasse ogni volta
Sarebbe un poliziotto o un postino
Meravigliosa e improvvisa io devo apparire
Quando stai per chiudere la porta
E più non speri e spegni la candela
Che nella notte accompagnò l’attesa
Nel breve istante in cui la luce muore
Una fiammella resiste e ancora illumina
Tu scoprirai in quell’ultimo bagliore
A cosa assomiglia la tua anima
E quindi come vedi io sono arrivato
Non con candide vesti ma misero e lacero
In città malate che dormono inquiete
In stretti vicoli dove le ali si impigliano
Dove stride il lamento dell’elemosina
E come un tamburo cupo risuona
Il misero odio che qualcuno chiama patria
La supremazia della razza bianca
O di ogni altra razza vittoriosa
Vi presento la scena. Io che volo
Un po’ sbronza, nel labirinto dei vicoli
E ogni tanto mi schianto sui comignoli
Sta ferma Amina a un angolo della strada
Aspetta qualcuno, appoggiata al muro
Sono io che tremo o tu che tremi?
Nelle luci della vetrina io ti spio
Finché la tua solitudine non finirà
Finché non saremo tutti salvi
Finché non sarà sacra la storia
Del Pianista Triste e dell’amico dimenticato
Di un confine che separò madre e figlia
E di Elvis chiuso in casa da sei anni
E di Lady che non sa scegliere
Come me tra cantare e morire
 
[da Dancing Paradiso di Stefano Benni, Feltrinelli, 2019]

 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista e scrittore. Luigi Oliveto ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d'Autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato i libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchioli (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Insieme a Carlo Fini, è curatore del libro di Arrigo...

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